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Questione Morale

L’eterno ritorno (stantio) della questione morale

La "questione morale", nonostante la nobiltà dell'intento di cui ancora oggi viene ammantata, in realtà si tradusse nei fatti in una fase di errori politici, sconfitte clamorose e derive giustizialiste. Il corsivo di Paola Sacchi.

Un gioco continuo al rialzo con l’obiettivo ormai evidente di diventare leader del fu campo largo. Elly Schlein lancia il codice etico per i candidati ma per il leader pentastellato ex premier non basta. Del resto, il suo primato sulla cosiddetta “questione morale”, dopo il caso di Bari su voto di scambio e preferenze che investe drammaticamente il Pd, sfilandosi dalle primarie, Conte lo ha subito dichiarato: proprio noi “che siamo nati per la lotta alla corruzione” questa situazione non possiamo tollerarla.

Evidente la tattica dell’ex premier di sfilare a Schlein quella sorta di primato nel porre l’obiettivo della “questione morale” che le spetterebbe in quanto il Pd ha le sue radici nel Pci di Enrico Berlinguer, che pose la famosa “questione”, oltre che nella sinistra Dc. Ma in pochi forse ricordano che la “questione morale”, sempre avvolta da un’aura che continua ad esercitare un suo fascino persino in ambienti di destra, in realtà coincise con la fase calante di un Pci che continuava ad essere poco moralmente finanziato dall’Urss, potenza nemica dell’Occidente.

La “questione morale” che Berlinguer pose nella famosa intervista di Scalfari nel 1981 in realtà coincise con un’estremizzazione sempre più accesa del Pci che vide in Bettino Craxi, ovvero l’unica sinistra liberale, riformista e moderna, il nemico numero uno. Tant’è che molti osservatori videro nella svolta radicale e moralista di un Pci già uscito con le ossa rotte dalla marcia dei 40.000 di Fiat 80 soprattutto un modo per riposizionarsi nello scenario politico dopo aver abbandonato la politica dell’unità nazionale con la Dc.

Berlinguer abbandonò la linea del compromesso storico per la cosiddetta “alternativa democratica” i cui alleati non si capì bene fin dall’inizio chi potessero essere, se non quelli che una volta con una punta di sprezzo nel Pci venivano definiti “i gruppettari”. I cosiddetti “miglioristi”, la minoranza favorevole all’unità con il Psi, nella base e nei vertici, capirono subito che quell’alternativa non era con Craxi ma contro Craxi. Iniziò una strategia confusa e estremista che portò il Pci, già reduce dalla bruciante sconfitta in Fiat, a sbattere sul referendum contro il decreto di S.Valentino, voluto dal governo Craxi che così riuscì ad abbattere l’inflazione galoppante.

La “questione morale”, nonostante la nobiltà dell’intento di cui ancora oggi viene ammantata, in realtà si tradusse nei fatti in una fase di errori politici, sconfitte clamorose che lasciarono il segno anche sul piano delle battaglie sindacali. E contribuì a porre le basi del moralismo giustizialista che ancora oggi è tratto distintivo della sinistra. Tutto alla fine in politica torna. Magari sotto altre forme. Ma anche la segreteria Schlein coincide con una svolta estremista e radicale. Nella quale però non erano stati messi in Conte, si potrebbe dire con un gioco di parole, i Cinque Stelle le cui radici affondano proprio in certi fatali errori del passato a sinistra.

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