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Mario Draghi

Quello che Draghi non dice

Il recente discorso di Mario Draghi in Belgio, per i suoi silenzi, è poco più di uno sfoggio di pragmatismo ed è in fondo molto più vicino alla letteratura che alla politica. L'intervento di Sergio Giraldo

Quello che Draghi non ha detto.

Il discorso sulla competitività tenuto da Mario Draghi lo scorso 16 aprile alla conferenza di alto livello sul Pilastro Europeo dei Diritti Sociali di La Hulpe è stato largamente commentato. Le parole dell’ex presidente della Banca centrale europea sono state accolte con toni entusiastici da parte di chi vede in lui una speranza per il futuro dell’Unione europea, magari a capo della prossima Commissione.

Altri, in chiave critica, hanno invece sottolineato come alcune proposte di Draghi, dall’unione dei mercati dei capitali all’utilizzo della cooperazione rafforzata per accelerare i tempi, siano difficili da realizzare o rischiose per i risparmi degli italiani. Altri ancora hanno fatto riferimento al clima elettorale.

Dietro il discorso di La Hulpe, però, vi è molto di più.

Partiamo da ciò che Draghi ha detto il 16 aprile. Sul tema della competitività, leggiamo nel testo: “Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e, combinando ciò con una politica fiscale pro-ciclica, l’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale”. Si tratta di un riconoscimento esplicito del fatto che l’Unione europea ha volutamente indotto una competizione tra stati membri sui costi del lavoro, imponendo una deflazione salariale che ha compresso i redditi e di conseguenza la domanda interna. Riconoscimento non da poco perché attribuisce una chiara responsabilità. Combinato con politiche fiscali restrittive, che tagliando la spesa pubblica abbattono il reddito dei cittadini in termini di disponibilità di servizi pubblici, il contenimento dei salari avrà pure favorito le esportazioni (la “competitività”), ma ha impoverito gli italiani e stroncato la crescita del Pil del nostro paese.

Due dati lo dicono chiaramente. Il primo è che i salari reali in Italia tra il 1999 e il 2022 sono scesi dello 0,9% (dato Ocse). Il secondo è che il Pil reale italiano dal 2008 è rimasto sostanzialmente piatto. Il 2008 non è una data casuale: è l’anno in cui lo shock esterno determinato dalla crisi americana dei mutui sub-prime ha iniziato a colpire l’Europa, la quale ha reagito con le politiche pro-cicliche citate da Draghi. In altri termini, dal 2008 l’Europa ha peggiorato la crisi economica applicando le regole che le sono connaturate, cioè l’austerità, e da quella crisi il Pil italiano non si è mai più ripreso. Quindici anni di crescita perduta, che in euro fanno circa 500 miliardi di Pil reale che mancano all’appello.

Che questa apparente ammissione provenga da uno dei più importanti promotori di tali politiche (colui il quale da presidente in pectore della Banca Centrale Europea nel 2011 firmò con Jean Claude Trichet la famosa lettera con cui chiedeva al governo italiano la riforma del mercato del lavoro, la riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici e il pareggio di bilancio) è certo una notizia. Tuttavia, assimilare le parole di Draghi ad un ordinario voltafaccia o peggio ad una sorta di mea culpa sarebbe ingenuo per una serie di motivi.

Il primo motivo è che nello stesso discorso Draghi si precipita a dire che tutto ciò è stato un errore non perché le regole europee abbiano provocato un voluto impoverimento generalizzato, bensì perché il “focus era sbagliato”. Cioè l’Unione europea, grazie alla deliberata aggressione ai redditi dei cittadini, ha guadagnato posizioni in termini di bilancia commerciale, ma ha confidato troppo “nella parità di condizioni globale e nell’ordine internazionale basato su regole” ed ora è in ritardo rispetto ai colossi Usa e Cina. Nessuna ammissione, bensì solo l’indicazione della necessità di un cambiamento tattico sulla scena della globalizzazione. Nel discorso di Draghi, il forzato contenimento dei salari è solo uno strumento fuori fuoco rispetto alle sfide che la globalizzazione impone oggi: le dimensioni (la “scalabilità” nelle parole di Draghi), le nuove tecnologie e le materie prime.

Il secondo motivo è che il discorso di La Hulpe non mette minimamente in discussione l’orientamento globalista, ma al contrario cerca di fornire altri strumenti (non nuovi, in verità) per cavalcare la globalizzazione. Il modello economico imposto dal grande capitale è in crisi, ha bisogno di una nuova stampella istituzionale a base di sussidi pubblici e di potenza militare. È esattamente questo il lavoro che è chiamato a svolgere Mario Draghi, il quale già tempo fa aveva introdotto la distinzione tra debito buono e debito cattivo, creando una immaginaria categoria etica di merito del debito.

Il terzo motivo per cui l’intervento di Draghi è molte cose fuorché un’abiura è che, pur avendole criticate per la loro inefficacia rispetto al nuovo scenario di competizione globale, nel discorso di La Hulpe non vi è una parola che accenni ad un cambiamento delle regole europee. Del resto, le politiche pro-cicliche, meglio note come “austerità”, così come la competizione tra stati membri, sono un aspetto costitutivo dell’Unione europea, sono nei trattati. Ciò che propone Draghi nel suo documento è piuttosto un nuovo strumento di coordinamento delle politiche economiche, dunque un ulteriore svuotamento delle democrazie nazionali a vantaggio, ancora una volta, di un vertice la cui responsabilità politica (quella che gli inglesi chiamano accountability) è pressoché inesistente.

Il discorso di Mario Draghi in Belgio, per i suoi silenzi, è poco più di uno sfoggio di pragmatismo ed è in fondo molto più vicino alla letteratura che alla politica. Volendo, lo si può sintetizzare con la frase che Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel suo romanzo “Il Gattopardo”, fa dire a Tancredi Falconeri: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

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