Le ultime e drammatiche notizie provenienti dall’Iran non si concentrano più solo sull’incessante rivolta, di piazza in piazza, soprattutto dei giovani, nonostante la patetica decisione del regime degli ayatollah di bloccare internet per spegnere anche l’indignata attenzione del mondo, dopo quella della popolazione a sperare in un barlume di libertà.
Quel che colpisce in queste ore è il monito mai tanto funesto delle autorità di Teheran in pieno caos.
I procedimenti legali contro i manifestanti saranno condotti “senza clemenza, pietà o pacificazione”, ha minacciato il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad, mentre la polizia ha “consigliato” alle famiglie di badare ai propri figli, “data la ferma decisione di non tollerare la violenza”. In pratica, chi manifesta, rischia la pena di morte.
Il che, se non fosse tragico, sarebbe comico, posto che la peggiore, inaudita e documentata violenza in corso è quello di Stato contro chi dissente.
Gente che protesta per il carovita. Ragazze e ragazzi non più disposti a subire abusi e oppressioni, non terroristi, come il governo dipinge “i vandali che distruggono le loro stesse strade” per poterli colpire con implacabile durezza.
Dall’inizio della rivolta sono già state decine i cittadini uccisi (le fonti oscillano dagli ultimi 70 a 217), da quando il regime ha deciso di aprire il fuoco sui dimostranti. Le proteste si susseguono da due settimane con oltre duemila arresti e con gli ospedali al collasso per i manifestanti feriti.
“La Repubblica islamica non cederà”, è stato l’annuncio minaccioso che a reti unificate Ali Khamenei, la guida suprema, ha voluto rivolgere all’interno e all’esterno di un Paese che si ribella.
Purtroppo è accaduto quel che molti paventavano e che aveva indotto il presidente statunitense, Donald Trump, a minacciare di intervenire, e lo ha ribadito, se le autorità iraniane avessero osato sparare sulla propria gente.
Dunque, internet al buio, linee telefoniche staccate, spazio aereo chiuso alle compagnie straniere. Sconvolge quanto, nell’epoca del mondo sempre più spalancato, l’oscurantismo politico ammantato di religione e fatto valere dalle guardie della rivoluzione, i famigerati pasdaran, possa ancora dominare in un Paese dall’antica e grande civiltà.
Ma è così dal 1979, dal ritorno in Patria del barbuto ayatollah Khomeini e dalle speranze, ben presto e pesantemente tradite, che tale svolta aveva suscitato in milioni di persone liberatesi dall’ultimo scià di Persia, Mohamad Reza Pahlavi, abbattuto dalla rivoluzione.
Corsi e ricorsi, se si pensa che oggi l’erede in esilio, Reza Ciro Pahlavi, si propone dagli Stati Uniti come punto di riferimento per una transizione democratica.
“Repressione sfacciata, date voce al nostro popolo”, è l’appello al mondo da parte di registi come Jafar Panahi e degli artisti della diaspora.
Le contestazioni per la libertà che divampano in Iran pongono Stati Uniti ed Israele in allerta. Ma intanto l’interrogativo è diventato universale: quanto potrà ancora durare il vacillante, eppur brutale regime di Khamenei?
(Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)
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