Mondo

Quando l’opportunismo viene spacciato per realpolitik

di

realpolitik

Il Bloc Notes di Michele Magno

Con la vittoria di Joe Biden, la nuova leadership di Keir Starmer nel Labour party e quella di Olaf Scholz nell’Spd, per il riformismo occidentale si aprono orizzonti più promettenti? Nicola Zingaretti ne è convinto (e, si parva licet, anche chi scrive). Beninteso, deve ancora chiarire se considera il suo attuale alleato di governo, che pure un tempo definiva “golpista” il presidente Obama, un semplice compagno di strada o un soggetto che ormai ha tutte le carte in regola per farne parte. Senza dimenticare, però, che il termine riformismo ha un’origine storica precisa. Viene introdotto in Inghilterra, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, nel corso della campagna per l’allargamento del suffragio universale culminata nel “Great reform bill” del 1832, che ampliava l’accesso al voto dei ceti borghesi.

La sua nascita, dunque, è legata alla storia della democrazia rappresentativa. Verrà poi usato in contrapposizione al massimalismo rivoluzionario, per designare le politiche di welfare state delle socialdemocrazie europee. La prospettiva di un’economia pianificata e di una società senza classi cede quindi il passo a una concezione secondo cui il capitalismo non va abbattuto, ma “civilizzato” attraverso correzioni graduali delle sue storture e delle sue disuguaglianze. In questo senso Eduard Bernstein diceva che “il movimento è tutto e il fine è nulla”. Ora, nel vocabolario della sinistra italiana il termine riformismo è uno dei più inflazionati e polisemici. Con la fine dei vecchi simboli e delle vecchie appartenenze di quel che fu il movimento operaio, non sono mancati i tentativi di aggiornarne il significato facendo i conti con le nuove sfide di un mondo in cui tutto era rimesso in discussione: equilibri planetari, sovranità statali, blocchi sociali, modelli di sviluppo, modi di formazione della coscienza individuale e collettiva.

Il Pd è stato creato proprio con l’ambizione di unificare la tradizione socialista, in tutte le sue famiglie; quella laico-democratica e quella cattolico-popolare. Ma, alla prova dei fatti, “l’amalgama è mal riuscito” (copyright di Massimo D’Alema). E ancora oggi si presenta come un involucro dove coesistono molte cianfrusaglie retoriche di cui i suoi fondatori non si sono mai liberati fino in fondo mediante severi bilanci critici. Del resto, una forza riformista si distingue per le sue idee, la sua capacità di proposta, il costume dei suoi gruppi dirigenti, e non perché considera i programmi alla stregua della promozione pubblicitaria di un prodotto, a cui non si chiede tanto di essere credibile, ma gradevole. In altre parole, un partito non può vivere senza princìpi e senza una cultura politica trasparente che orienti le sue grandi scelte.

Forse così può anche tirare a campare, ma si espone inevitabilmente al rischio dell’opportunismo più disinvolto: per cui si può scoprire, in base alle convenienze del momento, favorevole o contrario al bicameralismo perfetto, proporzionalista o maggioritario, ecologista o industrialista, federalista o centralista, liberista o statalista, garantista o giustizialista. Il dovere del riformismo è quello di fare le riforme, non di stare a Palazzo Chigi a prescindere, come direbbe Totò. Altrimenti esso indica un semplice recapito, un nome che tutt’al più richiama l’albero genealogico: racconta da dove si viene, non dove si vuole andare. Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, diventa rassegnazione allo stato di cose esistente spacciata per realpolitik.

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Sono tanti i costumi degli italiani che nei suoi elzeviri Ennio Flaiano ha saputo descrivere e anticipare con malinconico disincanto, nella sempiterna consapevolezza che nel nostro paese “la situazione politica è grave ma non è seria”. In uno dei più corrosivi, scrive: “Volere è potere: la divisa di questo secolo. Troppa gente che “vuole”, piena soltanto di volontà (non la “buona volontà” kantiana, ma la volontà di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà. E dove la dirigono? Nei campi dell’arte molto spesso, che sono oggi i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua legge e la impone agli sceriffi. Qui, la loro sfrenata volontà può esser scambiata per talento, per ingegno, comunque per intelligenza. Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi, imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso di qualche loro maestro elettivo, che li disprezza. Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione, impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta: tanto per levarseli dai piedi” (Taccuino 1951, in “Diario notturno”).

Settant’anni fa era un ritratto, sconsolato e severo, della società letteraria della sua epoca. Oggi potrebbe benissimo essere quello, fedele e crudo, della “nouvelle vague” degli ex “cittadini” che amano esibirsi festosamente dai balconi dei palazzi romani del potere.

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