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Quando la campana degli intellettuali suona stonata

di

intellettuali

Da noi ci sono sempre stati intellettuali talmente di sinistra per i quali la sinistra che c’è non è mai la “loro” sinistra. Il Bloc Notes di Michele Magno

Ha scritto Norberto Bobbio che il significato del concetto di intellettuale (come sostantivo) non coincide con quello di lavoro intellettuale (“Il dubbio e la scelta”, La Nuova Italia Scientifica, 1993). Ciò che caratterizza l’intellettuale, infatti, non è tanto il tipo di lavoro quanto la funzione che svolge nella società. Chi fa un lavoro intellettuale, nel senso che non adopera in prevalenza le mani per eseguirlo, non per questo può fregiarsi di quel titolo. La precisazione non è superflua, perché nelle  discussioni sulla funzione degli intellettuali vi è sempre qualche esperto che — credendo di parlare del medesimo argomento — introduce il discorso sulla crescente divisione fra lavoro manuale e intellettuale, sul progressivo incremento numerico dei cosiddetti “lavoratori della conoscenza” e sulla presunta proletarizzazione degli intellettuali (mentre sarebbe più corretto parlare di proletarizzazione dei ceti medi).

Più specificamente, il problema degli intellettuali come ceto — con tutto quello che rappresentano di idee, visioni del mondo, opere dell’arte, dell’ingegno, della scienza — è anzitutto il problema del rapporto che hanno con il potere politico. A tal proposito, Bobbio cita un libro di Lewis A. Coser, “Men of Ideas” (1965), in cui il sociologo statunitense distingue tra: a) gli intellettuali che sono al potere, rara situazione di cui sono stati esempi storici significativi i giacobini e i bolscevichi; b) gli intellettuali che cercano di influire sul potere, come i fabiani in Inghilterra o i “brain trust” dei presidenti americani; c) gli intellettuali dediti esclusivamente a legittimare il potere, come gli “idéologues” della Francia napoleonica; o, più in generale, quelli che contribuiscono alla fabbrica del consenso per chi sta al potere; d) gli intellettuali che sono per vocazione critici del potere, come gli intellettuali rivoluzionari di professione.

Se il problema degli intellettuali è antico, il nome è relativamente recente: lo si fa risalire per consuetudine al russo “intelligencija”. Coniato forse dal romanziere Pëtr Boborykin (1836-1921) e diffusosi negli ultimi decenni dell’Ottocento, designava l’insieme dei liberi pensatori che    denunciavano l’autocrazia zarista e le condizioni di arretratezza dell’impero sotto la dinastia dei Romanov. Quando il 14 gennaio 1898 appare a Parigi sul giornare “L’Aurore” il “Manifeste des intellectuels”, firmato in occasione dell’affaire Dreyfus da illustri letterati come Émile Zola, Anatole France, Marcel Proust, il nuovo termine viene accettato nell’accezione che diventerà corrente,   con riferimento cioè alle personalità della cultura che scendono in campo contro una prevaricazione del potere politico e per ristabilire la verità contro la menzogna di Stato.

Nel caso Dreyfus la presa di posizione fu collettiva e si espresse nella forma del manifesto, appunto, che si affermerà come un vero e proprio genere letterario, tanto più influente quanto più stilisticamente incisivo, ben documentato e argomentato. Ma l’entrata in scena più clamorosa degli intellettuali come custodi di sommi princìpi fu la Grande guerra. Di fronte a quelli che, dimentichi della loro nobile missione, contrapponevano la civiltà della propria nazione alla barbarie del nemico, Romain Rolland, antico dreyfusardo, pubblica nel 1915 “Audessus de la mêlée” (“Al di sopra della mischia”), e li invita a non sacrificare sull’altare della passione patriottica “l’integrità del proprio pensiero”.

Pochi anni dopo è Julien Benda a condannare “Il tradimento dei chierici” (1927). Nel suo saggio, il filosofo parigino cerca di preservare l’immagine dell’intellettuale non partigiano e pedagogo razionale delle masse. Solo in circostanze eccezionali, qui il riferimento all’affaire Dreyfus è esplicito, agli intellettuali era permesso di entrare nell’arena politica senza venire meno al loro ruolo. In generale, però, per Benda il modo corretto di agire per il “chierico” nel mondo moderno era quello di protestare verbalmente e di bere la cicuta quando lo Stato lo ordinava. Ogni altra azione era tradimento.

Proprio “Il secolo dei tradimenti” è il titolo di un volume di Marcello Flores che ricostruisce il dibattito suscitato dalle sue tesi (il Mulino, 2017). A contestarle è un giovane comunista, Paul Nizan, che nel 1931 aveva pubblicato un romanzo che lo renderà famoso, “Aden Arabie”. Il suo pamphlet “Les chiens de garde” (1932) è probabilmente la prima coerente formulazione di una teoria dell’impegno degli intellettuali. Per il ventisettenne scrittore di Tours, rifarsi agli eterni valori di verità e giustizia senza parlare di colonialismo, sfruttamento, disoccupazione, amore, morte, cioè di tutti i problemi che assillano gli individui e i popoli più deboli, era solo un tentativo di oscurare le miserie della realtà contemporanea. Occorreva schierarsi: con gli oppressi o contro. Rovesciando il discorso di Benda, per lui i “cani da guardia” erano gli intellettuali che si rifiutano di sporcarsi le mani per salvaguardare i privilegi della borghesia e dei proprietari dei mezzi di produzione.

Attorno alla metà degli anni Trenta il tema del compito degli intellettuali è al centro di una serie di appuntamenti di rilievo internazionale. È però il congresso che si apre a Parigi il 21 giugno 1935, dedicato alla “difesa della cultura” di fronte all’avanzata del nazifascismo in Europa, a divenire il simbolo stesso di quell’engagement che sarà il mantra di Jean Paul Sartre. È André Gide ad aprire la prestigiosa assemblea. Benda, che diventerà più tardi un intransigente portabandiera dello stalinismo, sostiene che comunismo e civiltà occidentale sono inconciliabili. Nizan lo critica duramente. Il drammaturgo austriaco Robert Musil chiede di potersi “sottrarre alle pretese” della politica e esorta i colleghi a imparare la “nobile arte femminile del non concedersi”. Gaetano Salvemini, che allora  insegnava all’università di Harvard, solleva il “caso Serge” creando nella platea un forte imbarazzo.

Al termine del suo intervento, suscitando scandalo e riprovazione, l’eminente meridionalista italiano afferma: “Non mi sentirei in diritto di protestare contro la Gestapo e l’Ovra fascista se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania vi sono campi di concentramento, in Italia vi sono isole adibite a luoghi di pena, e nella Russia sovietica vi è la Siberia […] È in Russia che Victor Serge [seguace di Lev Trockij, accusato di attività antisovietiche] è prigioniero […] Si può capire la necessità dell’attuale stato totalitario russo a condizione che ci si auguri la sua evoluzione verso forme più libere, ma bisogna dirlo e non si può celebrarlo come l’ideale della libertà umana”.

Per il milieu culturale del “sol dell’avvenire”, il mito dell’Urss sembrava un buon escamotage per preservare la propria fede rivoluzionaria, anche a costo di occultare il fatto che il progetto di una definitiva emancipazione dei salariati si stava tramutando nel più asfissiante e burocratico apparato coercitivo. L’intellettualità che aveva fatto proprio il vocabolario del marxismo-leninismo conservò il suo smalto tra la fine del secondo conflitto mondiale e il crollo del Muro di Berlino, durante le imponenti mobilitazioni per il disarmo nucleare e contro l’invasione del Vietnam. Il resto è cronaca.

Veniamo al tempo presente e al nostro paese. Forse qualcuno ricorda queste parole: “Care amiche e cari amici del Movimento 5 Stelle, lo straordinario risultato del voto amministrativo attribuisce al vostro Movimento una grande responsabilità: dare un contributo decisivo alla principale battaglia democratica che aspetta il Paese, cioè il referendum costituzionale […]”. È l’incipit dell’appello lanciato nel giugno 2016 da “Libertà e Giustizia” (Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Gustavo Zagrebelsky, Nadia Urbinati e altri) per “costruire, nelle piazze e nella rete, un’opposizione popolare ad una revisione costituzionale divisiva e imposta da un parlamento delegittimato”. E, per affermare le ragioni del No, “il ruolo del Movimento appare cruciale”.

Già quattro anni fa gli esponenti del “guai a chi tocca la Costituzione”, dunque, facevano finta di non sapere — per ragioni di pura convenienza di schieramento — che i pentastellati erano fautori della democrazia diretta e contrari al libero mandato voluto dai padri costituenti. Poco importava, poiché era “vitale che il primo partito d’Italia sappia guardare all’interesse della Repubblica: mostrando senso di responsabilità, lungimiranza e amore per le istituzioni e il bene comune dei cittadini”. Molti di loro appartengono alla variegata galassia dei “progressisti per Conte” (a cui corrisponde, sul fronte opposto, quella dei “liberali per Salvini”) che adesso chiede al Pd di donare il sangue all’Avis del governo in carica.

Nessuna meraviglia. Del resto, da noi ci sono sempre stati intellettuali talmente di sinistra per i quali la sinistra che c’è non è mai la “loro” sinistra. Hanno speso una vita a demolire il craxismo, il berlusconismo, il prodismo, il renzismo. Hanno firmato libelli trasudanti indignazione per l’eterna vocazione autoritaria, compromissoria, subalterna, trasformistica, premoderna, delle italiche classi dirigenti. La domenica predicano nuovi modelli di sviluppo, naturalmente alternativi a un capitalismo cieco e disumano. Nei giorni feriali spiegano che tra democrazia e mercato esiste una contraddizione insanabile. Nelle ore serali sognano le grandi utopie: dalla liberazione dal lavoro alla kantiana pace perpetua.

Inflessibili guardiani di ogni immobilismo istituzionale, si sono poi convertiti all’etica della responsabilità. Hanno così cominciato a corteggiare quelli che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. E nelle settimane scorse, pur di salvare la squadra giallorossa (sono un tifoso laziale, chiedo venia per il tono polemico), hanno suggerito un patto elettorale tra i partiti della maggioranza non menando scandalo perfino per ventilata ricandidatura di Virginia Raggi a sindaco (pardon, sindaca) di Roma. Sempre in nome del realismo politico, beninteso. Alla faccia del bicarbonato di sodio, direbbe Totò. In effetti, si tratta di una trovata grottesca degna del sublime comico napoletano.

La storia, come è noto, è piena di folgorazioni sulla via di Damasco. Poco prima della sua morte, Eric Hobsbawm osservava che l’epoca in cui gli intellettuali erano il principale volto pubblico dell’opposizione al potere apparteneva ormai al passato. Lo studioso britannico del “secolo breve” descriveva con una punta di nostalgia il declino di una delle figure centrali del Novecento, fosse al servizio delle élite dominanti, organico a un partito, un cane sciolto. Ma l’intellettuale è sempre stata una bestia strana. Secondo Luciano Bianciardi, insofferente a ogni establishment culturale, il suo mestiere era indefinibile. Può darsi, ma sicuramente non è quello dell’acrobata nel circo equestre nazionale.

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