Caro direttore,
sono passati poco più di sei anni da quando, nel giugno 2016, il cosiddetto scandalo delle nomine pilotate (“sistema Palamara”) svelò all’opinione pubblica il fenomeno del “correntismo” nel Csm. Nel suo plenum straordinario del 21 giugno di quell’anno, il presidente Mattarella disse: “Quel che è emerso, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile […]. Quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche per il prestigio e l’autorevolezza dell’intero ordine giudiziario; la cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica”.
Il presidente della Repubblica poi condannò “il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il Csm, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato”, una prassi che si manifesta “in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’ordine giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla magistratura”.
In realtà, il fenomeno del “correntismo” è stato infatti al centro di richiami frequenti da parte di tutti i presidenti della Repubblica che si sono succeduti dalla fine degli anni Settanta. Dopo, cioè, in due cambiamenti istituzionali di grande rilievo: l’adozione del metodo proporzionale nell’elezione del Csm e lo smantellamento del tradizionale sistema di carriera. Due cambiamenti che hanno consentito allle correnti di esercitare un’influenza di prmo piano sull’attività del Csm. Per ragioni di spazio, mi limito a ricordare gli interventi di Francesco Cossiga e Giorgio Napolitano.
Il 17 novembre 1991, il presidente Cossiga si oppose alla richiesta di iscrizione all’ordine del giorno di una seduta del Csm di quesiti a suo avviso estranei alle sue competenze. In caso di svolgimento della seduta, minacciò di far sgomberare l’aula di Palazzo dei Marescialli (oggi Palazzo Bachelet) dalla forza pubblica. “Sapete disse- perché sta accadendo tutto questo? Forse voi non lo sapete: ci sono le votazioni per la giunta dell’Anm ed allora vi sono membri del Csm che, a notte fonda, mi telefonano dicendo: -Ha ragione lei, ma se io prendo posizione a suo favore, quelli della corrente avversa avranno più voti che non quelli della mia corrente. Immaginatevi se posso prendere come cosa seria gli atteggiamenti dell’Anm! È la disgrazia della magistratura italiana: quella di tante correnti che recitano da partitini e che, recitando da partitini, hanno esigenze di concorrenza corporativa”.
In un’altra occasione Cossiga individuò con grande lucidità le cause dell’emergere del fenomeno del “correntismo” nel sistema di carriera dei magistrati basato sull’anzianità) e nel sistema elettorale: “Quando lei fa eleggere un organo con la proporzionale ed i voti di preferenza, l’organo diventa politico per forza, perché così come non è vero che il saio non faccia il monaco, il monaco è fatto anche dal saio, la legge elettorale fa l’organo e se lei fa una legge elettorale proporzionale, con liste concorrenti e con i voti di preferenza è logico che si formino squadre politiche” (intervista al Giornale, novembre 1991).
Fin dall’indirizzo di saluto in occasione del primo incontro con il Csm, avvenuto l’8 giugno 2006, Napolitano, riprendendo il monito espresso da Ciampi, richiamò l’attenzione sui ritardi nelle procedure di conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi da parte del Consiglio, dovuti alle trattative tra le correnti: “Le nomine debbono essere tempestive e non passare sotto le forche caudine di interminabili tentativi di mediazione, che espongono questo adempimento primario a polemiche sul condizionamento di visioni correntizie che travalichino i limiti della normale dialettica”.
Tra i numerosi appelli di Napolitano (tutti rimasti inascoltati), merita di essere citato quello espresso il 15 febbraio 2012, affinché la scelta dei magistrati destinati a ricoprire incarichi direttivi e semidirettivi fosse “operata nell’esclusivo rispetto dei parametri della capacità professionale e organizzativa, dell’attitudine al ruolo, dell’autorevolezza e della vocazione a motivare i magistrati addetti all’ufficio. Scelte […] che allontanano il pericolo che l’opinione pubblica e, talvolta, gli stessi magistrati abbiano la percezione che alcune di esse siano condizionate da logiche spartitorie e trasversali, rapporti amicali, collegamenti politici”.
Caro direttore, mi fermo qui. Tali “logiche spartitorie e trasversali, rapporti amicali, collegamenti politici” sono ancora vivi e vegeti. La riforma costituzionale che sarà votata dagli italiani nella prossima primavera non sarà la panacea di tutti i mali che affliggono la nostra giustizia (e non è certo questo il suo obiettivo), ma rappresenta un deciso passo in avanti verso un ordinamento della magistratura in linea con quello in vigore in quasi tutte le democrazie occidentali. A meno che non si considerino Pertini e Cossiga, Ciampi, Napolitano e Mattarella, dei pericolosi sovversivi.






