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Qual è la strategia di Silvio Berlusconi?

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In quello che lo stesso Silvio Berlusconi definì il partito “monarchico e anarchico” di fronte a quell’8,7 quasi 9 per cento, che non supera, come quasi per gli anemici, la soglia psicologica della doppia cifra del 10 per cento, al solito, come in altre occasioni (accadde pure mentre il Cav era appena uscito dalla sala operatoria per l’operazione ad alto rischio al cuore), è scoppiata una specie di guerra interna.

Prima ancora che il capo stesso parlasse l’altra sera in tv a Porta a Porta. Cosa che sembra lo abbia non poco irritato. A parte il rigoroso Antonio Tajani, che ha ricalcato anche nelle prime dichiarazioni la linea del Cav, è parso all’esterno come tutto un dibattersi dove al centro difficilmente si riusciva a scorgere il serio problema di linea politica che indubbiamente ha Forza Italia.

Stretta come è tra una Lega trionfante e un Pd non trionfante certo ma che comunque con la segreteria di Nicola Zingaretti ha superato i Cinque Stelle. Forza Italia è apparsa come un partito a metà del guado, né opposizione tout court come è apparso agli elettori, invece, il Pd, né più motore propulsore del centrodestra o di quel che resta di questo.

Bisogna obiettivamente riconoscere a Matteo Salvini la capacità di rovesciare completamente a proprio vantaggio non solo i rapporti di forza nel governo ma anche nella stessa coalizione di centrodestra o ormai destracentro, che sopravvive a livello locale.

Se a livello nazionale Salvini si è esattamente per numero di voti, seppur sempre in elezioni europee, sostituito a Luigi Di Maio, nella coalizione di centrodestra ora è come se lui, per numero di voti, si fosse sostituito a Berlusconi, che, seppur con consensi maggiori, sembra sul piano aritmetico nelle parti del junior partner come una volta lo era la Lega di Umberto Bossi.

C’è però tra la Lega di Bossi e Forza Italia una differenza e non di poco conto: visto che anche i voti, come diceva Cuccia per le azioni, a volte non si contano ma si pesano, il Senatùr li utilizzò, a costo di precipitare dalla sua “splendida” solitudine già a doppia cifra nelle valli secessioniste del Nord a un magro quasi 4 per cento, per tornare però nel 2001 nei governi del Cav e strappare la Devoluzione. Andò come andò, ma quella era una strategia politica. E anche il Cav stavolta però la strategia sembra averla, a differenza paradossalmente dalla sua creatura che, in quelli apparsi più come contrasti personali che scontri veri sulla linea politica fino ad esporsi al rischio di una piccola Opa da parte di una agguerritissina Giorgia Meloni leader di FdI, ha dato l’impressione di sbandare prevalentemente verso la Lega di Salvini ma anche verso il Pd.

Quale strategia sembra avere Berlusconi? Quella del timbro istituzionale che probabilmente, chissà, potrebbe essere giudicato decisivo in un certo establishment per dare il lasciapassare a un nuovo governo di centrodestra o destracentro, con Salvini premier. Il senso delle sue oltre 500.000 preferenze al parlamento europeo, dopo la decadenza al Senato di 5 anni fa, probabilmente è tutto qui. Nella consapevolezza da realpolitik che un governo “destra-destra” (Lega-Fratelli d’Italia) non solo si esporrebbe al rischio di non vincere, visti, come spiega D’Alimonte, certi equilibri di forza nei collegi del Sud, ma anche per la resistenza di un certo establishment.

In fondo il Cav tornato in Europa, con buoni rapporti con una seppur molto acciaccata Angela Merkel, potrebbe sempre apparire come un timbro di “garanzia”, tanto più in un equilibrio dove i “sovranisti” non hanno sfondato. Sarebbe il contrappasso della storia. Un’opportunità politica che però a differenza del Cav, e con lui del rigoroso Tajani, Fi non sembra per ora almeno ancora dato l’immagine di aver colto appieno.

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