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Putin, la Russia e la russofobia. Parla Sergio Romano

Russia Angola

Conversazione di Salvatore Santangelo con l’ambasciatore Sergio Romano (che al politico russo ha dedicato il suo ultimo volume “Putin, La rinascita della Grande Russia”, Longanesi)

La Russia, il Paese più millenaristico della Terra, si scopre ritornata “Santa” e guidata da un leader dagli occhi di ghiaccio e con un passato — come direbbe John Le Carré — di «uomo venuto dal freddo», una spia, un agente del Kgb. Putin è apparso dal nulla, estratto dal cilindro di Eltsin quando quest’ultimo dovette cedere il passo a causa degli scandali che hanno travolto la sua famiglia e di un drammatico crollo fisico che si era abbattuto su un corpo già debilitato dall’alcol. Putin si è affacciato sulla scena di una nazione continente — metà europea e metà asiatica — che, stremata dall’assalto degli oligarchi, non aveva più fiducia nelle libertà occidentali e nelle virtù salvifiche del libero mercato, e lo ha fatto con un ambizioso programma per la ricostruzione dell’economia e del perduto prestigio internazionale. Inoltre Putin si è assunto la responsabilità di rigenerare l’identità russa, un’identità in cui sono giustapposti Pietro il Grande, Caterina e Nicola II, le armate controrivoluzionarie, Stalin e l’Armata rossa, la grande guerra patriottica e il Kgb. Lui stesso è apparso come uno nuovo zar che — come ha scritto Fernando Mezzetti — conosce «i suoi protetti, tutti, dal primo all’ultimo e di tutti salva qualcosa».

A pochi giorni dal sessantasettesimo compleanno di Putin e a qualche settimana dal trentesimo anniversario della Caduta del Muro, abbiamo chiesto a Sergio Romano (che al politico russo ha dedicato il suo ultimo volume “Putin, La rinascita della Grande Russia”, Longanesi) di aiutarci a decifrare questa figura così centrale negli equilibri geopolitici attuali. Ambasciatore, come definirebbe la leadership di Vladimir Putin?

Putin è un nazionalista, con una certa inclinazione all’esercizio autoritario del potere; ma ciò non deve stupire in un Paese come la Russia che non si può certo governare senza un centro forte. Nella storia di questo Paese-Continente non è una novità. Nella costruzione della sua leadership ha avuto il determinante sostegno da parte delle agenzie di intelligence, dai cui ranghi proviene. Comunque siamo in una situazione profondamente diversa dal vecchio regime comunista, a differenza dei cittadini sovietici, i russi possono ora viaggiare e accedere a diverse fonti di informazione.

Cosa ci può dire della simpatia di Donald Trump nei confronti del suo omologo russo?

Donald Trump vorrebbe trattare solo con persone che hanno realmente il potere e che possono esercitarlo nel senso più ampio. Con loro (a differenza delle leadership espressioni delle democrazie liberali) sente di poter concludere un accordo duraturo, quello che lui, mutuando dal gergo affaristico, chiama deal: non a caso uno dei suoi libri di maggior successo si intitola L’arte del deal.

Questo ci permette di introdurre il tema della russofobia…

Oggi, soprattutto negli Usa e nei Paesi dell’Europa orientale è molto facile dipingere la Russia di Putin come una nazione aggressiva e revanscista. E ciò a differenza degli anni del Secondo conflitto mondiale dove l’Urss di Stalin diede un contributo importante, se non decisivo, alla vittoria sul nazismo. Sinceramente trovo le paure attuali infondate ed esagerate e al contrario non tengono conto che l’allargamento a Est della Nato – alleanza politico-militare costituita per fare la guerra – abbia di fatto superato non solo la zona d’influenza dell’ex-Patto di Varsavia ma gli stessi confini dell’Unione Sovietica con tutto quello che ne consegue. Mi stupisce in particolare l’atteggiamento di alcuni Paesi scandinavi che hanno totalmente abbandonato il loro tradizionale neutralismo. Mi riferisco alla Svezia e alla Finlandia. È vero che in un passato (più remoto per la Svezia, più recente per la Finlandia) entrambe hanno combattuto contro la Russia ma non pensavo che questa eredità storica avesse la capacità di condizionare il loro attuale atteggiamento.

Se dovesse esprimere un bilancio di questo trentennio?

Non traccerei un bilancio positivo. Al momento della Caduta del Muro, la grande preoccupazione di molti Paesi europei — in particolare Francia e Gran Bretagna — era che la Germania sarebbe ridiventata una grande potenza, e questo preoccupava. Io non ero particolarmente preoccupato da questa possibilità: cioè che la Germania diventasse di nuovo una minaccia per l’Europa. Mi sembrava che la minaccia si era molto seriamente indirizzata verso un obiettivo paneuropeo. Mi sono un po’ preoccupato quando l’allora primo ministro britannico — il conservatore John Major — insistette molto affinché avesse luogo l’allargamento della Ue: in altre parole, per Major dovevano entrare tutti. E sono entrati. Con un effetto diluizione della nostra identità comune. Noi abbiamo messo insieme gruppi di Paesi che avevano esperienze profondamente diverse. Da un lato i fondatori della Ceca, del Mercato Comune: avevamo tutti fatto la guerra e tutti la avevamo perduta. E ciò aveva naturalmente creato un profondo esame di coscienza. E l’esame di coscienza era che per l’appunto avevamo peccato di nazionalismo: e il nazionalismo ci aveva puniti. I Paesi che entravano, i Paesi satelliti, erano Paesi che la sovranità la avevano perduta in altro modo: e che erano felici di riconquistarla e in più ritenevano di avere un conto da regolare con l’Urss, anche se l’Unione Sovietica non c’era più. Sarebbe stato più utile porsi il problema su come poter convivere con questa post Unione Sovietica, con questa nuova Russia. Anche la Germania era favorevole a questo allargamento perché era stanca di avere, sul suo Confine orientale, dei potenziali nemici, se i Paesi dell’Europa centro-orientale fossero entrati, come poi accaduto, nella Ue per loro sarebbe stato meglio. E questa è la ragione per cui Romano Prodi, tra l’altro, divenne il fautore di questa strategia; perché sapeva che questo piaceva alla Germania e della Germania aveva bisogno per meglio governare la Commissione. Ci siamo trovati in una situazione in cui questi Paesi ci sono caduti tra le braccia e abbiamo dovuto tenerceli e a mio avviso è stato un guaio.

Come legge il rapporto tra Russia e Germania?

La cosa straordinaria è che il rapporto russo-tedesco, nonostante l’atroce guerra, Stalingrado, l’invasione, è un rapporto molto forte: perché la Germania è il principale fattore di modernizzazione della Russia nel tempo. Ogni qual volta la Russia fa passi avanti sulla strada della modernizzazione, che è una occidentalizzazione, c’è la Germania.

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