Con il rientro dell’ultimo ostaggio da Gaza si è chiuso qualcosa che, per Israele, non è solo una fase militare o diplomatica. Si è chiuso un debito. Un debito verso i morti, verso i vivi e verso l’idea stessa di comunità su cui si regge lo Stato ebraico. Il funerale di Ran Gvili, poliziotto caduto il 7 ottobre e rimasto per mesi prigioniero anche da morto, segna simbolicamente la fine della guerra così come Israele l’ha vissuta: non come una campagna di conquista, ma come una missione di recupero.
Per capire questo passaggio bisogna uscire dalla cronaca e guardare alla cultura. Nel mondo ebraico, la sepoltura dei morti non è un gesto rituale accessorio: è uno dei pilastri fondanti dell’etica collettiva. La legge ebraica impone di dare sepoltura a ogni corpo, anche quando questo comporta la violazione delle norme più sacre. Persino il Sommo Sacerdote, figura che incarna la massima purezza rituale, è obbligato a interrompere il suo ruolo per seppellire chi non ha nessuno. Il corpo umano, creato “a immagine di Dio”, non può essere lasciato esposto, umiliato, usato come strumento politico.
È da qui che va letta l’ossessione israeliana – incomprensibile a molti osservatori occidentali – per il ritorno dei morti. Gli ostaggi deceduti a Gaza non erano semplicemente vittime di guerra: erano, nella percezione collettiva, mitzvah, doveri morali assoluti. Portarli a casa era un atto di “giustizia pura”, quella che non prevede reciprocità. I morti non restituiscono favori. Proprio per questo, dargli dignità è il gesto più alto.
Ma a questa dimensione culturale se ne sovrappone un’altra, tutta israeliana: il patto tra Stato e cittadini in armi. In un Paese dove il servizio militare è universale e necessario, la promessa implicita è una sola: chi parte tornerà. Vivo o morto. Per le famiglie, per le madri che consegnano i figli allo Stato, questa promessa non è negoziabile. Il recupero del corpo di Ran Gvili, frutto di un’operazione durata quaranta ore e di un lavoro forense estenuante, è stato percepito come la conferma che quel patto regge ancora.
Ed è qui che la guerra, per Israele, finisce davvero.
Non perché Hamas sia stato annientato – non lo è – ma perché l’obiettivo che contava è stato raggiunto. Il “vuoto” che la prigionia dei morti aveva scavato nell’identità collettiva israeliana è stato colmato. Da questo momento in poi, Gaza smette di essere una priorità emotiva e diventa un problema politico esterno.
Un problema enorme.
Hamas è ancora armato, ancora al potere, ancora deciso a non disarmare. Eppure, paradossalmente, non rappresenta più una minaccia strategica per Israele. Il movimento islamista è stato trasformato da attore regionale a carceriere della propria società. Non è più la punta avanzata dell’“anello di fuoco” iraniano, ma una forza capace solo di sabotare la ricostruzione di Gaza e di trascinare due milioni di palestinesi in una stagnazione permanente.
Israele, oggi, non ha alcun interesse a tornare a occupare Gaza. L’opinione pubblica è nettamente contraria. Non c’è alcuna volontà di “rieducare” la società gazawi, né di investire sangue e risorse in un’impresa impossibile. La guerra non verrà riaperta, salvo provocazioni dirette. La deterrenza è tornata asimmetrica e brutale: ogni razzo lanciato avrà un costo sproporzionato.
Il vero nodo è un altro: chi governerà Gaza e chi ne finanzierà la ricostruzione.
Gli Stati Uniti sembrano voler assumere un ruolo diretto, cercando alleati regionali disposti a mettere soldi, uomini e legittimità. Ma qui emerge l’impasse: Arabia Saudita ed Emirati accettano di ricostruire solo a condizione che Hamas venga disarmato. Qatar e Turchia sono pronti a finanziare senza condizioni, cioè garantendo la sopravvivenza politica di Hamas. Nessuno, però, è disposto a combatterlo davvero.
Il risultato è uno stallo perfetto. Gaza resta ostaggio del suo stesso governo. Israele resta fuori, potente ma politicamente marginalizzato. Gli Stati Uniti inseguono una “ricostruzione ottimistica” che ignora il dato fondamentale: non si possono costruire grattacieli sopra il più grande sistema di tunnel militari mai costruito. E creato apposta per la guerra permanente.
La tragedia, a questo punto, non è più israeliana. È palestinese.
Israele ha chiuso i suoi conti morali. Hamas no. E finché continuerà a preferire la distruzione alla costruzione, il martirio alla politica, Gaza rimarrà prigioniera di un’ideologia che non promette futuro, ma solo un eterno presente di macerie.
L’ultimo ostaggio è tornato a casa. L’ultimo ostaggio rimasto è un’intera società: la popolazione palestinese. E nessuno, oggi, sembra disposto o capace di liberarla.




