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Premierato? Riforma buona e giusta. Parla il prof. Giuffrè

Il premierato analizzato dal professor Felice Giuffré, ordinario di diritto pubblico e consigliere del Csm

L’obiettivo del governo Meloni di cambiare il volto del nostro paese passa dalla riforma costituzionale che dovrebbe traghettare l’Italia dal parlamentarismo spinto al premierato. Il disegno di legge che cambia la forma di governo ha stimolato il dibattito interno alla maggioranza ma anche all’interno del centro sinistra.

Della riforma costituzionale Start Magazine ha parlato con il prof. Felice Giuffré, ordinario di Diritto pubblico e consigliere del Csm, tra i relatori del convegno “Obiettivo Premierato: al centro volontà popolare e stabilità dei governi” promosso negli scorsi giorni dall’ufficio studi di Fratelli d’Italia.

RIFORMA DEL PREMIERATO: TUTTI I VANTAGGI

“I vantaggi si ritrovano nella necessità di stabilizzare una forma di governo che, almeno a partire dall’inizio degli anni ‘90, è tendenzialmente instabile”, sottolinea il prof. Giuffrè: “La nostra forma di governo parlamentare si basava, tra l’altro, sul ruolo fondamentale dei partiti politici, questi ultimi sono entrati in crisi, soprattutto dopo Tangentopoli e dopo il crollo del muro di Berlino, la nostra forma di governo è claudicante. Occorre quindi arrivare a una riforma che riesca a dare stabilità e consenta di avere governi di legislatura – spiega il prof. Giuffrè -. Questa forma di governo è il frutto di una mediazione, perché nel programma del centrodestra si parlava di presidenzialismo o di semipresidenzialismo. Forse, una riforma in senso presidenziale, di tipo americano, avrebbe significato un eccessivo allontanamento dalla tradizione italiana. La forma di governo proposta, in realtà, conserva un rapporto equilibrato fra il Parlamento e l’esecutivo”. Del resto, una forma di governo della medesima famiglia noi già la utilizziamo, dall’inizio degli anni ‘90, negli enti territoriali, come l’elezione diretta del sindaco e anche, dal ’99, nelle regioni. “E devo dire che questa forma di governo ha dato buona prova di sé, nessun italiano, credo, tornerebbe indietro demandando l’elezione del sindaco o del presidente della Regione al Consiglio comunale o al Consiglio regionale”, aggiunge il docente di Diritto pubblico.

IL RESTRINGIMENTO DEI POTERI DEL CAPO DELLO STATO: UNA PREOCCUPAZIONE INFONDATA

La riforma al vaglio delle Camere non è esente da critiche. Le più preoccupate riguardano il presunto indebolimento dei poteri del presidente della Repubblica. “Il disegno costituzionale della Presidenza della Repubblica prevedeva un Presidente della Repubblica con un potere neutro e un garante passivo. Quando il ruolo del Presidente della Repubblica si estende secondo l’immagine della fisarmonica? Quando il sistema politico è debole, quando il Parlamento non riesce a esprimere una maggioranza coesa, quando le urne non restituiscono un risultato elettorale tale da assicurare in Parlamento una maggioranza stabile. È solo in questi casi che i poteri del capo dello Stato si estendono al massimo livello trasformandosi da garanzia passiva ad attiva ma si tratta di ipotesi non fisiologiche”. Quindi non è vero che si restringono i poteri del Capo dello Stato. “Si riporta la figura del Capo dello Stato a una figura di garante passivo come in effetti era stato previsto dai nostri costituenti”.

LE CRITICHE DEL PRESIDENTE AMATO ALLA RIFORMA DEL PREMIERATO 

Le preoccupazioni per la riforma dei poteri del Capo dello Stato arrivano anche dall’ex presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato. In una intervista dello scorso novembre a Repubblica il presidente Amato disse: “Chiunque abbia un minimo di cognizione della politica non può ignorare il punto centrale: una istituzione che deriva la sua legittimazione dal Parlamento messa a confronto con un’altra istituzione legittimata dal corpo elettorale è paragonabile a un palloncino sgonfiato”. Sul punto il prof. Giuffré ricorda che in passato il presidente Amato aveva posizioni sensibilmente differenti. “Il Presidente Amato è stato uno dei primi a sostenere le riforme costituzionali al tempo del partito socialista. Quando il Partito socialista di Craxi propose la grande riforma costituzionale, il principale costituzionalista del partito socialista era il Presidente Amato, allora più giovane, che sosteneva la necessità di una transizione istituzionale – ricorda il prof. Giuffrè -.  In realtà i nostri costituenti non hanno affatto immaginato un Presidente della Repubblica attivo, protagonista della vita politico-istituzionale. Hanno immaginato un Presidente, che eserciti un potere neutro di garanzia; quindi, si tratta di ritornare alla Costituzione, assicurando la stabilità delle maggioranze parlamentari e la possibilità per i cittadini che decidono quale maggioranza deve governare”.

I TIMORI CIRCA L’INDEBOLIMENTO DEI POTERI DEL PARLAMENTO: IL “POTERE DI CRISI”

I timori dei critici nei confronti della riforma non si fermano all’indebolimento della figura del Presidente, ma riguardano anche il ruolo del Parlamento. “In tutte le democrazie parlamentari, cito, uno per tutti, quello inglese, il Parlamento fa le leggi, approva le leggi necessarie ad attuare l’indirizzo su cui l’Esecutivo si è impegnato, approva la legge di bilancio che va a distribuire le risorse pubbliche e si confronta dialetticamente. Tuttavia, anche in Gran Bretagna, il Premier ha il potere di scioglimento, cioè il premier britannico può chiedere al Re di sciogliere il Parlamento, perché gli si conferisce il “potere della crisi”, questo rappresenta un contrappeso per un equilibrato rapporto dialettico fra governo e maggioranza parlamentare – spiega il prof. Giuffrè -. Probabilmente, attraverso questa riforma, si raggiungerà un equilibrio che va, da un lato, ad assicurare stabilità e governabilità, dall’altra parte ad assicurare che il parlamento possa svolgere i suoi compiti in una forma dialettica con il governo. Ovviamente si potrebbero prevedere adeguati spazi per le opposizioni ma questo lo si deve fare nei regolamenti parlamentari”.

RIFORMA DEL PREMIERATO: IL NODO DELLA LEGGE ELETTORALE

Il prossimo martedì la Commissione Affari costituzionali del Senato voterà l’emendamento del governo che riscrive l’articolo sull’elezione diretta del premier. Il presidente emerito del Senato Marcello Pera ha annunciato un “voto favorevole ma con mugugno” per via dell’assenza di indicazioni chiare sulla legge elettorale. “Le leggi elettorali di solito non si mettono in Costituzione; quindi, dal punto di vista della tecnica costituzionale prima scegliere la forma di governo, e quindi approvare la riforma, e dopo si deve provvedere con legge ordinaria alla legge elettorale”. Il disegno di legge di riforma reca alcuni indicatori della futura legge elettorale. “Prevede che sia approvata una legge elettorale tendenzialmente maggioritaria ma il compito spetta al Parlamento con la legge ordinaria dopo che sarà stata approvata la riforma costituzionale. Non possiamo invertire l’ordine dei fattori. Ovviamente, questa forma di governo funziona con un Parlamento che esprima una maggioranza stabile, quindi per questo si prevede che la legge elettorale debba garantire la governabilità”, esplicita il prof. Giuffrè.

LA GOVERNABILITÀ E L’ESEMPIO DI ISRAELE

Un’altra delle critiche mosse a questa riforma riguarda proprio la governabilità. Israele è l’unico stato che ha utilizzato questa forma di governo ma i risultati, in termini di governabilità, non sono stati quelli sperati. “In Israele era prevista una legge elettorale proporzionale e si capisce perché Israele è un paese complicato, con un pluralismo sociale, politico, etnico, religioso molto particolare. Quindi giocoforza si doveva utilizzare una legge proporzionale – chiarisce il prof. Giuffrè -. La forma di governo che prevede l’elezione diretta del premier non può funzionare se non vi è una maggioranza stabile. Del resto, anche per i sindaci e i presidenti di regione ci sono meccanismi che assicurano di disporre di una maggioranza del parlamento”.

LA PROPOSTA DEL CENTROSINISTRA: IL CANCELLIERATO ALLA TEDESCA

La riforma del premierato ha stimolato il dibattito anche all’interno della minoranza di centrosinistra. In tal senso, articolata e florida, è l’iniziativa portata avanti dal prof. Stefano Ceccanti, ordinario di diritto pubblico comparato, che attraverso seminari, pubblicazioni e giornate di studio ha avanzato una sua controproposta. “Sostanzialmente il mio amico, il professor Ceccanti, ipotizza una forma di Cancellierato alla tedesca – argomenta il prof. Giuffrè -. Secondo me su questa scelta incidono opzioni che non sono giuridiche ma politiche. Il professor Ceccanti è un riformista di sicura fede ma quando propone in alternativa al premierato elettivo il Cancellierato con la sfiducia costruttiva, lo fa perché, evidentemente, l’opzione istituzionale della sinistra è un’opzione che preveda la possibilità, comunque di montare e smontare maggioranze in Parlamento, cosa che si può fare con il Cancellierato, la sfiducia costruttiva serve proprio a questo. Mentre l’opzione prevista dal centrodestra è proprio di segno contrario: non si devono montare e smontare le maggioranze in Parlamento, le maggioranze devono essere il frutto della scelta degli elettori, se la maggioranza scelta dagli elettori entra in crisi si va alle urne e si restituisce la parola agli elettori. Quindi è un’opzione, diciamo politica, non giuridica”.

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