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Perché la Polonia distrugge i monumenti dell’Urss

Germania Est

Da marzo scorso, in tutta la Polonia sono stati abbattuti venticinque monumenti dell’epoca sovietica: Varsavia ha iniziato a fare i conti con la sua storia. L’articolo di Pierluigi Mennitti

L’ultima a venir giù, in ordine di tempo, è stata la statua del soldato dell’Armata Rossa che da decenni sorvegliava la vita della città polacca di Glubczyce, a sud-ovest di Katowice, a un tiro di schioppo dal confine con la Repubblica Ceca. È il venticinquesimo monumento sovietico ad essere stato abbattuto dal marzo scorso in tutta la Polonia e Karol Nawrocki, direttore dell’Istituto polacco per la memoria nazionale (Ipn), esulta: “Non c’è posto per questi monumenti, per questi simboli con la stella rossa nello spazio pubblico della Polonia libera, indipendente e democratica e dell’Europa libera”, dice ai giornalisti che seguono la demolizione, “questo simbolo rappresenta i crimini del sistema comunista ancora nel periodo tra le due guerre, le vittime del genocidio metodico dei sovietici, le vittime della nazione russa assassinate dai comunisti”.

Parole che qualche anno fa sarebbero apparse roboanti e forse fuori tempo massimo, ma che da quando le truppe sovietiche sono tornate a invadere in massa la vicina Ucraina trovano in Polonia consenso al di là delle differenti opinioni politiche. Era il 2016, quando il governo polacco da poco tornato sotto la guida del partito conservatore PiS aveva promulgato una legge specifica che vietava i monumenti che propagandavano pubblicamente il comunismo, a meno che non facessero parte di collezioni private, non avessero scopi scientifici o educativi o non si trovassero in un cimitero.

Qualcosa era venuta giù, più atti simbolici che una vera e sistematica bonifica monumentale. L’attacco russo all’Ucraina ha invece ridato vigore al progetto, come sta d’altronde accadendo anche nei vicini Paesi Baltici. Venticinque memoriali sono stati smantellati negli ultimi otto mesi, altri trentacinque sono ancora nell’elenco dell’istituto guidato da Nawrocki. “Purtroppo, ancora oggi, sia il simbolo della stella rossa che Marx, Engels, Lenin e Stalin dominano le menti dei governanti della Federazione Russa, che stanno barbaramente cercando di distruggere l’Ucraina indipendente”, afferma il direttore dell’Ipn, “siamo qui non solo per il passato, ma anche per dire che lo smantellamento di questi monumenti è importante per il nostro futuro”.

La Polonia ha dunque iniziato a fare i conti con la propria storia, almeno con quella che riguarda il periodo della presenza sovietica. I polacchi, al di fuori delle élite di regime, non hanno mai troppo condiviso la narrazione postbellica dell’eroica liberazione da parte dell’Armata Rossa, come invece hanno fatto ucraini e bielorussi. Resta viva la memoria del massacro di oltre 4.000 militari polacchi da parte del servizio segreto sovietico Nkdv nella foresta di Katyn, il mancato intervento dei soldati dell’Armata Rossa nella Varsavia depredata dai nazisti in fuga, l’ostracismo di Mosca verso il governo in esilio filo-occidentale.

E naturalmente pesa il periodo della Guerra fredda fino al 1989, che quasi tutti i polacchi interpretano come un’occupazione. Fenomeni di Ostalgie, la nostalgia per il passato comunista, in Polonia non hanno mai albergato, un film come “Good bye Lenin” non sarebbe mai potuto uscire dal canovaccio di un regista polacco, piuttosto la pellicola cult del post ‘89 a Varsavia è il dramma sul massacro di Katyn.

E chissà se la rinnovata furia iconoclastica finirà con il toccare anche il simbolo più controverso della Varsavia comunista: il Palazzo della cultura, l’alta torre staliniana che domina il centro commerciale della capitale. La chiamano anche torta nunziale, ma non è un complimento.

Tra i varsaviani da sempre circola una battuta, ai tempi del comunismo sussurrata sottovoce: da lì sopra si gode il panorama migliore della città, proprio perché è l’unico punto da cui si può non vedere la torre. Oggi è circondata dai grattacieli iper-moderni che raccontano l’evoluzione di Varsavia ai tempi del capitalismo ed è l’unica testimonianza di pietra del passato stalinista a ovest di Mosca. Ma per i polacchi resta una sentinella non gradita.

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