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Polonia e Bielorussia: figli, figliastri e contraddizioni Ue

Bielorussia Polonia

Che cosa succede fra Bielorussia e Polonia. E le contraddizioni dell’Unione europea. Il corsivo di Teo Dalavecuras

 

Se non fosse una tragedia (tra le non poche di quel genere), ciò che si consuma a confine tra la Polonia e la Bielorussia dove centinaia di profughi al grido di “Germania, Germania” cercano di penetrare nel territorio polacco urtando contro il muro di 12 mila soldati schierati da Varsavia a presidio dei confini, sarebbe una classica situazione grave ma non seria.

Mentre le varie autorità dell’Unione europea premono sul governo di Mateusz Morawiecki perché accolga l’offerta – declinata da Varsavia – di aiuto dell’Ue nella gestione di questa crisi migratoria, la Nato definisce “guerra ibrida” la condotta del governo bielorusso che, palesemente, non fa nulla per “contenere” i profughi nel proprio territorio. Anzi, secondo le autorità di Bruxelles Alexander Lukashenko di proposito lascia entrare i profughi nel proprio paese (per via aerea) sapendo benissimo che questi non  hanno la minima intenzione di trattenersi ma faranno di tutto per raggiungere la meta agognata dell’Unione europea.

Qualche altra aquila di Bruxelles (dove quanto ad autoreferenzialità non scherzano) afferma che Lukashenko spinge i profughi verso il confine polacco per minare la coesione dell’Ue, quasi che il dittatore bielorusso non abbia problemi più seri e soprattutto più concreti da affrontare che sfondare la porta aperta della dis-integrazione europea: per esempio, ma non solo, fronteggiare le conseguenze delle sanzioni imposte da Bruxelles al regime di Minsk. Il fatto è che ancora una volta la crisi proietta un fascio di luce su una delle principali contraddizioni della Ue, che ha paura anche soltanto di pronunciare il nome di chi da molti anni conduce questa “guerra ibrida” ai confini meridionali dell’Ue con un “esercito” di milioni di profughi, il dittatore (copyright Mario Draghi) Recep Tayyip Erdogan che ne ha ricavato sinora  svariati miliardi di euro da Bruxelles, che si guarda bene dal sanzionare la Turchia mentre ha fatto di Lukashenko l’ultimo uomo nero al quale contrapporre la propria immagine ineffabile di comunità di norme e valori.

Le “considerazioni” formulate a questo riguardo nei giorni scorsi dal ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov (durante una conferenza stampa a Mosca insieme al suo omologo del Vaticano Paul Gallagher) sono certo sarcastiche e beffarde, ma fotografano nitidamente la situazione. I paesi dai quali i profughi entrano nell’Ue – ha detto Lavrov – “dovrebbero essere trattati allo stesso modo“, per poi aggiungere: “Ieri, nel corso di determinate discussioni politiche tra esperti, si è detto: perché, quando arrivano profughi dalla Turchia, l’Ue eroga denaro affinché vengano trattenuti nel territorio della repubblica turca? Perché non è possibile aiutare i bielorussi nello stesso modo?”.

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