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Perché va corretto il piano Merkel-Macron sui fondi Ue che preoccupa l’Italia

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L’analisi dell’editorialista Angelo De Mattia

Mercoledì scorso abbiamo conosciuto la prima reazione della Commissione Ue alla conferma pressoché integrale, da parte del governo italiano, del Documento programmatico di bilancio. La risposta meno traumatica poteva consistere nell’esprimere un’opinione non favorevole, ma contemporaneamente nel richiedere ulteriori chiarimenti; quella più dura è stata il lancio di un warning che esplicita altresì la probabilità dell’avvio di una procedura di infrazione, magari al termine dell’iter parlamentare per l’approvazione della legge di bilancio se non vi saranno modifiche significative all’impostazione della manovra finanziaria.

Intanto è in corso la discussione, negli organi comunitari a cominciare dall’Eurogruppo, della proposta Merkel-Macron (che ha parlato al Bundestag per i 100 anni dalla fine della prima guerra mondiale). Una proposta riguardante l’istituzione di un bilancio della zona euro da far confluire nel bilancio dell’Unione.

Sostanzialmente, il progettato bilancio dovrebbe stanziare fondi, destinati ai singoli Paesi dell’area, per gli investimenti, per l’innovazione e la ricerca che sarebbero commisurati, per ora, allo 0,2% del pil. Ma il sostegno, da parte degli stessi Paesi, potrà essere ricevuto soltanto se essi adottano politiche rispettose degli obblighi e delle regole comunitarie.

Si parla così, e neppure velatamente, all’Italia. Alla proposta, secondo alcune fonti, si aggiungerebbe, però, l’obbligo di inserire nei contratti concernenti l’emissione di bond norme che rendano possibile, al verificarsi di determinate circostanze, la ristrutturazione del debito.

Si prevederebbe, poi, la riconfigurazione dell’Esm che finirebbe per avere un ruolo di controllo sui conti pubblici dei partner comunitari e nella promozione della ristrutturazione dei debiti pubblici non sostenibili. Insomma, con una mano, si offre una nuova opportunità con il sostenere le politiche nazionali nei previsti settori; con l’altra si accentrano i controlli sui bilanci nazionali e si fa tornare in ballo l’ipotesi della ristrutturazione del debiti , la cui sola evocazione già è suscettibile di determinare preoccupazioni e alimentare ipotesi negative.

Per quanto il lancio di un progetto del genere possa essere considerato anche un’indiretta sollecitazione al nostro governo perché riveda la legge di bilancio e, dunque, si potrebbe reagire non favorevolmente, una mossa lungimirante sarebbe, invece, quella di accettare il terreno di discussione e di rilanciare proponendo di includere nella proposta in questione almeno alcuni dei punti del documento del governo, stilato dal ministro degli Affari comunitari, Paolo Savona, il quale suggerisce, per l’Europa, una nuova politeia, che finora non ha riscosso a Bruxelles l’attenzione che meriterebbe, anche soltanto per controdedurre sull’impostazione o sulle proposte di merito.

È vero che siamo a pochi mesi dalla fine della legislatura comunitaria, ma, se si avanza un progetto come quello Merkel-Macron che non avrebbe impatti circoscritti e irrilevanti (tutt’altro), allora è giusto attendere, negli stessi organismi, una valutazione anche del piano Savona. Questo, probabilmente, non ha ancora avuto, come accennato, l’attenzione che meriterebbe perché si è verosimilmente ritenuto che con tale proposta si intendesse trovare la soluzione dei problemi che la manovra di bilancio ha fatto sorgere.

Allora, è bene tenere distinte le due vicende, pur non sfuggendo che un approccio riformatore di ampio respiro il quale, per forza di cose, non potrebbe che svilupparsi nella prossima legislatura, potrebbe giovare a rendere meno difficile il lavoro, se l’esecutivo è intenzionato a compierlo, per superare il contrasto con Bruxelles.

Deve essere chiaro che per prevenire una procedura d’infrazione, che starebbe per essere avviata, occorreranno interventi di revisione e di aggiustamento significativi, a cominciare dal debito, per il quale non è affatto sufficiente stilare poche righe che vorrebbero assicurare una riduzione di 18 miliardi nel triennio con operazioni di privatizzazione e dismissione delineate in maniera generica.

Presupposto di un’azione distensiva (se effettivamente sussistesse l’intento di compierla) sarebbe altresì l’abbandono del braccio di ferro parolaio con Bruxelles; naturalmente, lo stesso atteggiamento si richiede per alcuni falchi della Commissione Ue. Di certo non possiamo essere segnati a dito per coloro che non rispettano le regole dell’Unione e, pertanto, non sono ammessi ai vantaggi di possibili innovazioni istituzionali e politiche al cui varo anche noi dovremmo, in tal caso autolesionisticamente, concorrere. Siamo a un passaggio assolutamente difficile. Occorrono lucidità e competenza per affrontarlo o, quanto meno, per non commettere ulteriori autogol come finora l’esecutivo ha fatto nei rapporti con le istituzioni comunitarie.

Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza

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