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Perché Trump su Afghanistan, Siria e Yemen spiazza repubblicani e democratici

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L’articolo di Alberto Pasolini Zanelli

A volte i segreti finiscono in mano ai distratti. Potrebbe essere questa la spiegazione di una gaffe di regolamento commessa da John Bolton, consigliere di Donald Trump per la Sicurezza Nazionale. Uscito da un colloquio confidenziale col presidente, Bolton si è intrattenuto con i giornalisti mantenendo a parole il segreto, ma sventolando un documento altrettanto segreto che riferiva sul dialogo e su un «piano potenziale» di mobilitazione militare americana per un intervento in Venezuela.

Se fosse ufficiale, sarebbe una novità perché finora la linea di Washington su Caracas è quella, molto dura, delle sanzioni economiche e diplomatiche. La gaffe non ha in realtà sorpreso nessuno perché Bolton è notoriamente il più «falco dei falchi», un po’ su tutti i focolai di tensione internazionale, incluso il Venezuela contro cui egli aveva consigliato di agire parecchi anni fa, quando il presidente americano era George W. Bush e quello venezuelano Hugo Chavez, tutt’altro che un perfetto democratico ma sotto il cui mandato le cose andavano enormemente meglio che sotto la disastrosa presidenza Maduro.

Ma Bolton è più apertamente e più energicamente contrario anche al progetto di ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan che dovrebbe essere accompagnato da un trattato di pace con i talebani. E in questo non è solo: una ondata di protesta sta montando contro il presidente da una direzione completamente diversa da quella solita. Non sono più i democratici e le colombe, ma i repubblicani e i falchi. Che prendono di mira, in questi giorni, quasi tutte le iniziative internazionali di Trump e soprattutto quella riguardante l’Afghanistan. Si sostiene che l’America avrebbe ben poco da guadagnarne: al massimo, la rinuncia ufficiale di Kabul a dei tentativi di costruirsi qualcosa di nucleare ma non un impegno a desistere dalla guerra civile terroristica in corso contro il governo afgano sostenuto da Washington.

Si ricorda che l’America è coinvolta in questo conflitto da diciassette anni nel corso dei quali le forze Usa hanno subito serie perdite: ventimila tra morti e feriti. Ancora più grave, naturalmente, è il bilancio degli alleati afgani (45mila negli ultimi quattro anni) e soprattutto dei talebani. A ciò si aggiunga l’attuale debolezza politica dell’attuale presidente Ghani, che non ha in pugno alcune tra le province chiave dell’Afghanistan.

In carattere con la strategia «pacifica» di Trump, che chiaramente vorrebbe ritirare i soldati Usa dai terreni attuali di scontro soprattutto nel Medio Oriente e mantenere o rafforzare la macchina da guerra americana ma tenendola in casa e pronta per ogni emergenza. Di questa strategia egli ha già dato prova annunciando il ritiro del contingente Usa dalla Siria, motivato dal «crollo militare» dell’Isis, che in quel Paese ormai controlla soltanto due piccolissimi distretti di frontiera. Altri fanno però rilevare che la capacità di mobilitazione fanatica e terroristica è praticamente intatta in altri Paesi. Più avanzato è il dialogo con la Corea del Nord per evitare un riarmo nucleare, che preoccupa però la Corea del Sud, presidiata da truppe americane fino dal 1950.

Adesso emerge poi un’altra intenzione della Casa Bianca destinata ad essere fortemente discussa: un disimpegno dallo Yemen, dove oggi è in corso la più sanguinosa fra tutte le guerre mediorientali. I belligeranti sono il governo di Sana’a di obbedienza sunnita, ossigeno saudita e armi americane. Soldati Usa non sono in campo ma sono frequenti i bombardamenti dell’aviazione saudita con aerei forniti da Washington. Quella guerra è in corso dal 2015 ed è rovinosa più di ogni altra per la popolazione civile: i tre quarti degli abitanti sono in condizioni di povertà e fame, bisognosi di elemosine e di cibo e minacciati perfino dalla mancanza di acqua. Le iniziative di pace in questo settore sono state finora scarse.

A Washington si richiederebbe di cessare le forniture militari a Ryad, parte di uno stretto rapporto con Washington sul piano economico e strategico, cementato dalla comune ostilità nei confronti dell’Iran. Ecco un Paese nei cui confronti Trump è rimasto finora un «falco», quasi come il suo consigliere Bolton e con il Segretario di Stato Pompeo. Che sono e restano i due principali ostacoli alle ambizioni pacifiche di Donald Trump.

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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