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Perché sono sciocchine le polemiche contro Bertolaso consulente anti Covid-19 in Lombardia

di

Conte

La nomina a titolo gratuito di Bertolaso in Regione Lombardia e il Fatto scatenato contro i governatori regionali. I Graffi di Damato

Il coronavirus continua a fare il suo sporco ma naturale gioco, diffondendosi, mietendo vittime e facendo paura persino a Donald Trump: quello spaccone del presidente degli Stati Uniti d’America che l’aveva liquidato come un “raffreddore” ed ora ha messo la mascherina alla storica statua della Libertà, secondo la felice rappresentazione fattane dal vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno. Ma anche la politica italiana ha ripreso il vecchio, consunto gioco cui aveva dato per qualche ora l’impressione di volere rinunciare di fronte all’emergenza sanitaria scoppiatale fra le mani e i piedi.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con una certa furbizia di palazzo che poteva forse risparmiarsi, aveva liquidato nell’incontro con i rappresentanti del centrodestra a Palazzo Chigi la proposta più o meno esplicita di mettere in pista contro questa emergenza come una specie di commissario straordinario l’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, liquidandolo come “una bandiera” dell’opposizione, e preferendogli Domenico Arcuri. Che peraltro non si è ancora insediato nel nuovo ruolo, destinato ad aggiungersi a quelli che già svolge nella pubblica amministrazione. Ebbene, a distanza di poco più di 24 ore il governatore leghista della Regione Lombardia, la più investita dall’emergenza sanitaria, ha contestato forniture e metodi della Protezione Civile e nominato proprio Guido Bertolaso consulente speciale, e a titolo completamente gratuito, per velocizzare forniture di mascherine che non siano “carta igienica”, come quelle denunciate all’arrivo dall’assessore alla Sanità, ma soprattutto per realizzare in quattro e quattr’otto un progetto già finanziato sul posto, ma contestato o addirittura boicottato a Roma, di un nuovo ospedale con 400 posti letto nei padiglioni della vecchia Fiera di Milano.

Ne è nato il solito casino -scusate la parola- di polemiche, sospetti, accuse, intimidazioni, in cui si è distinto il giornale più caro ai grillini, diciamo così, Il Fatto Quotidiano, con un editoriale del suo direttore che traduce la “normalità” di cui avrebbe bisogno l’Italia in uno Stato il più accentrato possibile. In cui dovrebbero scomparire dalla scena quei “satrapi e mitomani” che sarebbero diventati i governatori regionali, pericolosamente eletti direttamente dalle loro popolazioni, e gli uomini tipo Bertolaso. Cui, non potendosene scrivere come di un medico d’infimo ordine né come di un pregiudicato, essendo uscito indenne da tutte le vicende giudiziarie che ha dovuto fronteggiare, Il Fatto ha dedicato sopra la testata Il Fatto questa specie di epigrafe: “Sfumata la poltrona di supercommissario, martedì diceva: “No grazie, resto in Africa”. Ora invece: “Non potevo dire no”. Come si è permesso insomma, questo Bertolaso, di fare le cose per le quali il giornale di Michele Travaglio, più ancora o come Conte, non lo ritiene adatto e degno?

Il problema di questo Paese, gratta gratta, rimane sempre lo stesso: coniugare la democrazia con l’esercizio del comando. Il vecchio Eugenio Scalfari lo ha a suo modo avvertito Scalfari occupandosi in una giornata come questa sulla sua Repubblica di chi dovrà prendere nel 2020 al Quirinale il posto di Sergio Mattarella, dandone per scontata al tempo stesso la centralità e l’indisponibilità alla rielezione, se gliela dovessero offrire. In veste di grande consigliere della Politica, con la maiuscola, egli ha candidato “Mario Draghi, Walter Veltroni, Giuseppe Conte ma anche Paolo Gentiloni”, che “forse -ha aggiunto- sarebbe il più adatto”. “Si vedrà”, ha concluso Scalfari pensando probabilmente anche all’emergenza un po’ più concreta e pesante del coronavirus.

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