Trent’anni di storia comune, una stagione di fratture, e ora il tentativo di ricominciare. Il vertice di Budapest di fine giugno ha riportato attorno allo stesso tavolo i leader di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, segnando il primo incontro del Gruppo di Visegrad (V4) dopo oltre due anni di gelo diplomatico.
Donald Tusk, Andrej Babis, Robert Fico e Peter Magyar, i quattro capi di governo, hanno dichiarato al termine delle consultazioni la volontà di rilanciare l’alleanza informale che, dalla sua fondazione nel 1991, ha accompagnato l’allargamento della Nato, il ritiro dell’Armata Rossa e l’orientamento europeista dell’intera regione.
A complicare il quadro, e ad arricchirlo, arriva ora una proposta accademica che va oltre la semplice riconciliazione: un think tank viennese immagina un formato allargato a sei, capace di fare del cuore d’Europa una voce più strutturata in seno all’Unione.
UN GRUPPO, UNA STORIA
Fondato nella città ungherese che gli dà il nome, il V4 aveva incarnato nei suoi primi anni la vocazione europeista e atlantica dell’Europa centrale post-sovietica. Coordinò il ritiro delle truppe sovietiche, aprì la strada all’adesione alla Nato e affrontò il primo “strappo energetico” costruendo una risposta unitaria al taglio delle forniture di gas russo nel 2009, rafforzando l’autonomia energetica della regione.
La prima affermazione di rilievo internazionale risale però al 2014, quando il gruppo bloccò l’approccio europeo alla gestione dei flussi migratori sostenuto dalla cancelliera Angela Merkel, costringendo Berlino a una revisione silenziosa delle proprie posizioni.
ORBAN E IL DECENNIO PERDUTO
Fu però l’ultimo atto compatto. Il decennio successivo vide l’agenda del gruppo progressivamente dominata dall’orientamento filo-russo del premier ungherese Viktor Orban, con dipendenze energetiche da fornitori ostili e un’erosione democratica che compromise la credibilità del V4 nelle istituzioni europee.
L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 rese infine palesi le fratture strategiche tra Budapest e le altre capitali, segnando il collasso della coesione ideologica che aveva a lungo tenuto insieme il blocco. I vertici si interruppero, i rapporti si raffreddarono, e il V4 rimase per anni in una sorta di letargo diplomatico.
LA FINESTRA DI MAGYAR
L’elezione di Peter Magyar alla guida dell’Ungheria ha riaperto una finestra. Il nuovo premier ha impresso una svolta netta rispetto al suo predecessore: a Budapest ha sottolineato che il V4 avrà “una voce forte” e che i quattro paesi torneranno a rappresentare insieme gli interessi dell’Europa centrale.
Sul fronte energetico, il gruppo può contare su asset concreti: la Polonia ha rafforzato significativamente la propria infrastruttura, con il terminale di gas naturale liquefatto di Swinoujscie che dispone di una capacità di rigassificazione annua di circa 8,3 miliardi di metri cubi e un tasso di utilizzo prossimo al cento per cento, tra i più elevati nel continente. Varsavia ambisce a trasformare questo sistema in un polo regionale di distribuzione del gas, con benefici potenziali per i paesi vicini in termini di disponibilità e prezzi.
Non mancano però le ombre. I rapporti tra Slovacchia e Ungheria restano gravati da contenziosi storici legati ai decreti Benes e alle questioni relative alle minoranze nazionali. Gli osservatori sottolineano che soltanto un approccio fondato su basi pragmatiche potrà consentire al gruppo di superare tali eredità. La coerenza con i principi della Nato e la costruzione di una piena sicurezza energetica restano condizioni imprescindibili per qualsiasi progetto di rilancio credibile.
I prossimi mesi, segnati dalla presidenza slovacca avviata il 1° luglio, forniranno i primi elementi concreti per valutare se Budapest segni l’inizio di un nuovo capitolo o resti una semplice parentesi diplomatica.
UN SESTO E UN SETTIMO NOME
È in questo scenario di ritrovata fiducia che si inserisce la proposta dell’Institut für den Donauraum und Mitteleuropa (Idm) di Vienna, think tank con focus sull’Europa centrale, orientale e sud-orientale. In un recente policy paper intitolato “New Bloc at the Center? The Case for a Schönbrunn Six”, i ricercatori Sebastian Schäffer e Péter Techet immaginano un formato allargato che, partendo dal nucleo del V4, inglobi Austria, Slovenia e Croazia, lasciando fuori la Polonia per concentrarsi su sei paesi accomunati da legami economici, affinità istituzionali e una sovrapposizione di preferenze politiche: Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Croazia. Il titolo richiama Schönbrunn, il palazzo imperiale viennese, quasi a evocare la continuità con la tradizione asburgica che ha plasmato questa porzione di continente.
La proposta prende le mosse dalle parole di Magyar stesso, che già nell’aprile 2026 aveva dichiarato: “Vorrei rafforzare la relazione tra Ungheria e Austria per ragioni storiche, culturali ed economiche”. L’Idm traduce questa apertura in un progetto concreto: un summit fondativo a Vienna, tre dossier prioritari su cui costruire posizioni coordinate – allargamento ai Balcani occidentali, approfondimento del mercato unico, gestione della migrazione – e l’utilizzo dell’infrastruttura istituzionale già esistente del formato Slavkov, l’accordo di cooperazione regionale e politica tra Austria, Repubblica Ceca e Slovacchia, aggiornato con l’ingresso di Croazia, Ungheria e Slovenia.
Un gruppo di lavoro dedicato alla transizione energetica, con attenzione alle interconnessioni di rete, all’idrogeno e agli standard di sicurezza nucleare, sarebbe chiamato a gestire le divergenze più delicate. L’obiettivo dichiarato dagli studiosi viennesi non è costruire un’alternativa all’Ue, ma “dotare il cuore geografico del continente di una voce collettiva più efficace a Bruxelles”: un blocco coeso, non un muro. Unico limite? L’idea di fare a meno del paese più dinamico ed economicamente trainante del gruppo Visegrad: la Polonia.




