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Perché sarà difficile un nuovo trasformismo parlamentare. Il commento di Polillo

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C’è una contraddizione di fondo che rende fragile l’ipotesi di un moderno “trasformismo”. Che può essere una soluzione disperata, in grado di imporsi nell’urgenza del momento. Ma senza dimenticare che dopo Depretis venne Crispi ed il suo bonapartismo.

 

Se mai dovesse compiersi l’evento, il nume tutelare del nuovo governo giallo-rosso sarebbe Agostino Depretis. L’uomo della sinistra storica, che, all’indomani dell’Unità d’Italia, inventò il “trasformismo” come metodo di governo. Non più destra o sinistra, ma un continuo connubio che gli consentisse la gestione del potere. Ministro di vari governi, a partire dal 1876, per ben otto volte, fu presidente del Consiglio. Carica che detenne fino al 1887, cedendo lo scettro del comando solo per brevi interventi: tre governi Cairoli, in cui, in uno, conservò, tuttavia, la carica di ministro degli Interni.

Gli storici, in generale, non ne condivisero le gesta. Al punto da non comprendere la portata di un simile cambiamento. Preferirono soffermarsi su un’aneddotica un po’ scontata. “Non si può respingere nessuno – era solito dire – se vuole accettare il mio modesto programma. E quindi “se vuole trasformarsi e diventare progressista”. La storia di Ubaldino Peruzzi, esponente toscano della destra storica, più volte sindaco di Firenze, che contribuì con il suo voto alla caduta del governo (di destra) Nicotera, dando la stura alla cosiddetta “rivoluzione parlamentare”. Assonanze impressionanti con gli avvenimenti di oggi: sia negli uomini (Renzi un nuovo Ubaldino?) che nei processi politici.

Le motivazioni più profonde erano d’altro tipo. La destra storica aveva esaurito la sua carica propulsiva. Aveva unificato il Paese, avviando le prime grandi trasformazioni socio-economiche. Realizzato grandi opere pubbliche. Approvato leggi fondamentali, alcune delle quali sono ancora in vigore. Insomma: aveva trasformato quell’abito da Arlecchino, con tante piccole comunità locali senza una storia comune, in Nazione. Certo non paragonabile con quanto era avvenuto nel resto dell’Europa. Ma comunque in uno Stato in grado di porre fine alle continue scorrerie dei Paesi confinanti.

Era stata un’opera tutt’altro che semplice in un Paese in cui mancava tutto. Le poche industrie erano fragili e un’aristocrazia predatoria opprimeva le classi inferiori. Le risorse necessarie furono trovate cercando capitali all’estero, ma soprattutto con una tassazione che toglieva il respiro. Eppure i conti pubblici andavano in qualche modo preservati, come tentò di fare Quintino Sella, il cui monumento troneggia ancora oggi di fronte al ministero dell’Economia. La sua tassa sul macinato produsse sommosse popolari represse nel sangue.

Dopo tanto patire, occorreva una svolta. Depretis ne comprese le ragioni più profonde ed impose una discontinuità nel nome degli oppressi, sebbene questi ultimi, a causa di un suffragio elettorale limitato, non avessero voce in capitolo. E la svolta ci fu. La tassa sul macinato fu abolita. Le industrie furono garantite da una politica protezionistica, che consentì loro di scaricare all’interno i loro maggiori costi di produzione. Figli della mancata concorrenza. Mescolando rendita e profitto. Iniziò l’espansionismo in Africa, mentre un rinnovato deficit di bilancio, a causa di un tasso di crescita limitato, annullava tutti i sacrifici pregressi.

Analogie possibili con l’attuale situazione parlamentare, ma radicali differenze rispetto alla fase storica, che il Paese sta, attualmente, vivendo. Negli anni passati non c’è stata accumulazione di capitale da redistribuire. L’eccesso di risparmio, che si manifesta nel surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, è figlio del ristagno della produzione e dei mancati investimenti: derivanti dall’assenza di una politica di sviluppo. Questa è la contraddizione di fondo che rende fragile l’ipotesi di un moderno “trasformismo”. Che può essere una soluzione disperata, in grado di imporsi nell’urgenza del momento. Ma senza dimenticare che dopo Depretis venne Crispi ed il suo bonapartismo.

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