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Perché Sanpa di Netflix è coinvolgente e confondente

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Che cosa dice e non dice la serie Sanpa di Netflix su San Patrignano. L’analisi di Marco Ferrazzoli, giornalista, saggista e docente che da molti anni collabora con la comunità di recupero

 

Le prime due considerazioni che si possono avanzare sulla serie Sanpa di Netflix sono di carattere formale e si possono sintetizzare nella constatazione della perfetta fattura formale di questo prodotto e della sua abile posizione di condanna non esplicita della comunità fondata da Vincenzo Muccioli. Si tratta, in realtà, di due considerazioni che si congiungono in una valutazione che possiamo sicuramente estendere a tutte le produzioni di questo network, cioè la capacità di realizzare seriali nei quali l’immaginario precede, accompagna e succede alla visione, facendo in modo che il volano agito dai film sulle conversazioni, soprattutto social, ne alimenti quanto più possibile il successo. Questa dinamica mediatica è, ripetiamo, ormai consuetudinaria nelle produzioni di emittenti che, diversamente dalle grandi reti generaliste, devono andare “in caccia” dei propri spettatori e hanno quindi ineludibile bisogno di quel passaparola che resta il miglior veicolo promozionale. Non che tale dinamica non si verifichi anche per le produzioni televisive più tradizionali, intendiamoci: basti pensare a “Doc” con Luca Argentero, tra le fiction più recenti passate sulle reti Rai, ma anche, andando molto più indietro nel tempo, al “Sandokan” televisivo con Kabir Bedi, che mantenne a lungo la capacità di riesumare i romanzi di Salgari dal limbo delle letture adolescenziali nel quale languivano, rendendoli un argomento di attualità impellente tanto per i giovanissimi ai quali la fiction si rivolgeva in primis, e che si erano letteralmente invasati per l’audacia dei pirati della Malesia, quanto per le loro mamme che nell’attore indiano scoprirono un sex symbol di esotica fascinazione.

Ma torniamo a Sanpa. L’apprezzamento formale per la serie di Netflix si appunta soprattutto sul furbo utilizzo della grafica e delle sonorizzazioni, che si rifanno a quelle delle diverse serie colombiane e messicane di “Narcos”, ovviamente con l’intento di richiamare in molti spettatori un link ambiguo e confondente, teso ad amplificare l’effetto l’impatto della visione. Il secondo elemento da evidenziare è l’altrettanto abile uso delle voci fuori campo e delle coperture realizzate in post-produzione, per indurre l’impressione che la narrativa stia seguendo un filo logico e cronologico mentre in realtà propone una ricostruzione molto più idonea a una fiction che non a un reportage giornalistico. In qualche modo possiamo dire che questo seriale costituisce l’ennesimo certificato di decesso della narrativa giornalistica. Rispetto a un paradigma di informazione “pura”, imparziale, asettica, oggettiva, basata su una successione lineare dei fatti mediante una sorta di “copia incolla” nell’inchiesta a delle crude notizie disponibili, cioè, vince oggi un modello estetico molto più artefatto, in cui per l’appunto si può ascoltare la voce reale di un testimone appoggiata su un’immagine non correlata, ricostruita (che a rigore di regola dovrebbe essere specificato non trattarsi di una scena di cronaca), che fa da icona di un’affermazione fondamentale. Questo escamotage lo notiamo, per esempio, quando si parla di processo delle catene, di ragazzi incatenati e vediamo dei set ricostruiti.

Per entrare nel merito di uno soltanto dei punti affrontati dai documentari di Netflix, sarà apparsa evidente quanto nodale a tutti la contraddizione tra l’ordinanza del giudice che, a seguito del fermo di Vincenzo Muccioli, gli proibisce l’accoglienza di nuovi ospiti e l’opposta decisione di altri rappresentanti della giustizia, che inviano alla comunità riminese dei condannati per reati legati alla droga in sostituzione della pena. Si tratta di un punto importante poiché una delle poche decisioni giudiziarie sensate assunte per arginare il fenomeno di una microcriminalità e criminalità sempre più legate a spaccio e traffico, che sono andate aggravando il sovraccarico delle strutture penitenziarie italiane, è stata proprio quella di sostituire la detenzione con l’ingresso nelle comunità terapeutiche. Per quanto concerne poi il concetto portante di tutta la serie, si tratta di una quasi banale questione etica che, partendo da Aristotele, passando per Tommaso D’Aquino e arrivando fino a Jonas, è rappresentata in letteratura da decine di autori al di sopra di ogni sospetto. Potremmo semplificatamente definirla la problematica del male minore, nella specifica declinazione di una struttura che adotta metodi di controllo e reclusione illegali per aiutare persone in difficoltà a causa di un disagio che sottrae loro il libero arbitrio, l’autodeterminazione, la possibilità di scegliere l’opzione giusta nel senso di sana, vitale. Persone che vanno soccorse perché non cedano alla coazione autodistruttiva di cui sono vittime.

Che in questi casi la coercizione della libertà individuale sia ammessa è un principio giuridico scontato, tanto che ancora oggi i trattamenti sanitari obbligatori sono previsti, ma naturalmente si tratta di un principio fortissimamente rivisitato nella cultura e nella normativa italiane, soprattutto a seguito della rivoluzione di Basaglia, che fortunatamente smantellò un sistema (sanitario, manicomiale, detentivo, reclusivo, impositivo…) che aveva portato a derive orribili. Allo spettatore immagino venga spontaneo riflettere che entrambe le parti hanno ragione: il magistrato, nel dire che questa metodica non possa essere strutturale di un servizio assistenziale, e San Patrignano che, gestendo quel servizio, dichiara che non esistono altri mezzi disponibili per salvare una persona dalla morte. L’unica soluzione ragionevole e compromissoria appare quella di consentire alle comunità di adottare tali sistemi in una misura e modalità che non che evitino arbitri eccessivi o una sorta di sadismo punitivo. Facile a dirsi, ovviamente, molto meno a farsi quando ci si trova in casa qualche centinaio di donne e uomini con problemi del genere, molto spesso giovani o giovanissimi.

Viene a questo punto da chiedersi – ed è una domanda che a nostro avviso si pone già verso la seconda metà della prima puntata – perché, essendo questo l’asse concettuale portante di tutta la serie, sia stato necessario protrarla addirittura per cinque ore. A perpetrare non un approfondimento, ma una reiterazione, un rallentamento che non può avere una finalità informativa ma, di nuovo, ne ha una di impatto “meta-comunicativo”: attrarre lo spettatore in una spirale angosciante, dubitativa e tendenzialmente colpevolista.

Assieme a questa domanda, perché si decida di raccontare in cinque puntate qualcosa che in questi termini esposti si poteva dire in una o due, ne sorge un’altra non meno importante: perché Netflix non abbia fatto una scelta informativa davvero rivoluzionaria, spiegando cosa è accaduto nel mondo delle tossicodipendenze, degli abusi, dei comportamenti a rischio e del disagio giovanile dopo che si è usciti da quel contesto degli anni ‘70 e ‘80 in cui a San Patrignano maturano i fatti raccontati.

Di questo nuovo mondo delle droghe esistono ancora poche narrazioni e sarebbe stato di straordinaria utilità sfruttare questa occasione. La ragione per cui Netflix ha adottato questa scelta editoriale non la conosciamo, ma resta il rammarico di una chance perduta, assieme a quello per una rappresentazione imprecisa e confondente di una realtà che davvero, come peraltro molti testimoni della serie spiegano, è stata un elemento insostituibile per contenere una piaga distruttiva, che ha rischiato di minare nel profondo più di una generazione.

Ma soprattutto resta il rammarico per la coltre di silenzio e indifferenza che copre questa problematica da quando ha assunto i nuovi termini che operatori ed esperti del settore chiamano “normalizzazione”. In conclusione, da quando il mercato delle droghe si è ingigantito, la platea dei consumatori si è ampliata enormemente, la gamma di sostanze disponibili si è estesa a dismisura, l’allarme sociale è paradossalmente crollato, poiché alcuni aspetti che lo connotavano in passato sono venuti meno o si sono fortemente ridotti. Ribadiamo: chi fa informazione dovrebbe guardare a questi prodotti video con molta attenzione, con una certa preoccupazione e soprattutto con forte autocritica, perché costituiscono uno dei fattori che sta relegando in posizione sempre più periferica la narrazione giornalistica realizzata in piena, semplice aderenza ai fatti reali.

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