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Perché quella in Siria è una guerra permanente

Siria

L’approfondimento di Roberto Santoro

L’appello di Papa Francesco a deporre le armi in Siria arriva dopo dieci anni di guerra devastante, sulla quale le grandi potenze hanno una responsabilità enorme. Questa catastrofe umanitaria conta ormai quasi 400mila morti, milioni di profughi, 12mila bambini ammazzati o feriti, migliaia di persone rapite e scomparse nel nulla. La Siria oggi è uno stato fallito, distrutto economicamente e socialmente. Il valore della lira siriana nell’ultimo anno è crollato del 78%. I prezzi dei generi alimentari sono alle stelle. Il 90% dei bambini siriani secondo Unicef necessita di assistenza umanitaria, mentre decine di migliaia di persone sono ancora prigioniere. Purtroppo all’orizzonte non si vede alcun segno di quella “buona volontà” auspicata dal Santo Padre per mettere fine alla tragedia. La “comunità internazionale” è ancora una volta espressione priva di senso.

Oramai la maggior parte degli osservatori concorda sul fatto che in Siria, e non solo, le Primavere arabe sognate dal presidente Obama si sono trasformate in un inverno sanguinoso. In Siria le faide interne tra il regime di Assad e i ribelli, si sono unite alla insorgenza, e alla successiva, ma solo apparente sconfitta dello Stato islamico, nel contesto più generale del grande gioco tra le potenze. Fin dal principio della guerra, il presidente Assad ha scelto la via della repressione più brutale. I miliziani dell’Hezbollah libanese sostenuti dall’Iran e spalleggiati dalla Russia hanno permesso, in un bagno di sangue, che il regime restasse al potere e tornasse ad avere il controllo sulla maggior parte della Siria. Controllo per modo di dire, perché il Paese in realtà è sotto il tallone di Mosca e di Teheran, da una parte, della Turchia dall’altra, che in alcune zone del Paese ha imposto la sua moneta. Le cellule jihadiste non sono scomparse, anzi, dopo la sconfitta del 2019 restano insediate nel deserto e nelle zone controllate dai ribelli e dalla Turchia.

Bashar al-Assad, che in questi giorni le cronache raccontano positivo al Covid insieme alla First Lady, è insieme ai suoi padrini il principale responsabile della tragedia siriana. Qualcuno in Siria dovrà pagare un prezzo per le vittime delle torture e degli attacchi con armi chimiche avvenuti nel 2013 nel Ghouta. Le corti europee hanno indagato e condannato a più riprese per crimini contro l’umanità i servizi di sicurezza del regime, ma anche le forze Fds vengono accusate di avere le mani sporche di sangue.

Dalla fine dell’ottobre 2019 in Siria c’è un Comitato costituzionale composto da esponenti del regime, della opposizione e della società civile che dovrebbe preparare le riforme in grado di ricostruire il Paese, ma fino ad oggi non è stato fatto alcun progresso concreto per mettere fine alla violenza. Il cosiddetto Processo di Astana vede Iran Russia e Turchia intenti a curare i propri affari, al massimo a denunciare le “interferenze straniere” e a prendersela con Israele. Sanno di avere gioco facile con la “comunità internazionale” quando si tratta di tirare in ballo Gerusalemme per deviare l’attenzione dalle loro  responsabilità. Ci sarà sempre qualche commissione delle Nazioni Unite pronta a condannare Israele per il Golan…

Il 29 e 30 marzo è prevista la quinta conferenza sul futuro della Siria, ospitata dall’Unione europea. Anche in questo caso, al di là di qualche sporadica reprimenda di mister Pesc, l’Europa si è lavata le mani delle stragi in Siria. La Ue è una potenza economica politicamente imbelle, incapace di agire e con una diplomazia debole verso i regimi. Gli Stati Uniti negli ultimi anni sembrano aver rinunciato ad avere un ruolo primario in Medio Oriente. Da questo punto di vista vedremo che senso avranno i raid aerei ordinati dal presidente Biden a fine febbraio sulla Siria orientale, al confine con l’Iraq, contro le milizie filo iraniane. Le operazioni di contenimento dei regimi islamici, una “risposta” agli “attacchi contro personale americano e della coalizione in Iraq e alle minacce continue a questo personale”, come li ha definiti il Pentagono, vanno sempre incoraggiate. Sono un messaggio rivolto a chi insegue piani malvagi: le invasioni di campo non saranno tollerate. Ma queste azioni militari Usa fanno parte di una strategia precisa o sono solo simboliche, un modo per mostrare i muscoli?

La Siria è uno dei teatri di quella “guerra permanente” scoppiata da decenni dentro il mondo islamico, e dichiarata dall’islam fondamentalista contro Israele e le potenze occidentali, ma come gli Usa intendano combattere per difendere la propria sicurezza e la sicurezza internazionale, non è chiaro.

Nessuno è innocente in Siria. Quel che è certo è che nessuna “soluzione politica” sarà possibile finché al potere resteranno gli Assad.

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