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Perché la Chiesa di Papa Francesco è ostile agli Usa. L’analisi di Fabbri (Limes)

Comitato Investimenti

Pubblichiamo la prefazione di Dario Fabbri al libro “Il santo realismo — Il Vaticano come potenza politica internazionale da Giovanni Paolo II a Francesco” di Matteo Matzuzzi

 

La Chiesa vive una fase tanto inedita quanto antica. Intenzionata a privilegiare i continenti africano e asiatico dove crescono maggiormente i fedeli, sta trascendendo la cultura originaria. Convinta che Washington ne danneggi la traiettoria geopolitica, è platealmente ostile agli Stati Uniti. Questa la principale cifra del pontificato di Francesco, post occidentale e anti statunitense, per provenienza geografica e per essere stato testimone dell’offensiva anticattolica washingtoniana in America Latina.

Per lo stordimento dell’opinione pubblica europea e nordamericana, storicamente abituata a una Chiesa portabandiera dell’Occidente e, in tempi recenti, perfino alleata del principale impero laico.

Pensato come Pontefice di passaggio, Francesco prova a incidere sulla dimensione strutturale del Vaticano. Dottrinalmente distinto dal conservatorismo che informa la gerarchia ecclesiastica europea, incline all’Oriente per formazione gesuitica, antagonistico agli Stati Uniti per estrazione ispanica, incarna fisiologicamente il post occidentalismo.

A differenza di Benedetto XVI, immagina una Chiesa posta oltre la tradizione occidentale, giacché questa va repentinamente mutando e risulta estranea ai continenti più giovani, là dove la popolazione cattolica aumenta. A differenza di Giovanni Paolo II, ritiene necessario opporsi al principale impero del nostro tempo, ovvero gli Stati Uniti, senza unire le forze per affrontare un nemico comune, come accaduto durante la Guerra fredda.

Ne deriva una Chiesa poco interessata a Europa e Nord America, opposta alla Casa Bianca – pure se questa è (temporaneamente) abitata da un cattolico. Sicura che l’avvenire sia da coltivare oltre il Vecchio Mondo, convinta che Cina e Russia non costituiscano grandi pericoli, che sia necessario abbracciare un’ideologia progressista.

Nel concreto, sono anni segnati da viaggi papali soprattutto verso il Sud e verso l’Est del mondo. Nei luoghi di nuovo proselitismo o dove i cristiani sono perseguitati, ai margini del planisfero convenzionale. Fino a stringere (da remoto) un accordo per le investiture con la Repubblica popolare cinese, evento decisivo del pontificato, risalente alla millenaria consuetudine geopolitica della Chiesa, difeso strenuamente dalle violente critiche statunitensi. Con parziale indifferenza per quanto accade in Europa, specie in Italia o a Roma, luoghi da “bonificare moralmente” anziché favorire politicamente. Con una minore attenzione anche per l’America Latina, ampiamente penetrata dalle chiese evangeliche statunitensi, che hanno germinato filiazioni locali e trasferito verso Washington l’autoctono ombelico culturale, fino a ridurre drammaticamente l’influenza cattolica sul continente.

Proprio con la superpotenza americana si registrano gli attriti più consistenti, nel solco del millenario duello tra Papato e Impero. Oltre alla competizione ordita nella regione natale, Francesco imputa agli Stati Uniti la volontà di costringere la Chiesa dentro un recinto reazionario, quasi fosse un’istituzione ancorata al passato, conseguenza dello sdoganamento oltreoceano del cattolicesimo attraverso l’aderenza agli ambienti oltranzisti dell’evangelismo. Per Jorge Mario Bergoglio, una miopia doppiamente colpevole, poiché contraria alla flessibilità valoriale dei nuovi fedeli africani e asiatici e involontariamente utile alla diffusione delle concorrenziali sette protestanti.

Mentre il Papa argentino non considera la Russia una minaccia effettiva, per palese fragilità del Paese, oltre che per (presunta) razionalità di Putin, cui si rivolse nel 2013 quando Washington sembrava a un passo dal bombardare la Siria. Corroborando con tale apertura il proprio post occidentalismo, categoria inaggirabile del suo pensiero. Temi trattati con acume e profondità nel saggio di Matteo Matzuzzi, centrato sul realismo del pontificato attuale, capace di illuminare le sfide che attendono la Chiesa nel prossimo futuro. A metà tra innovazione e restaurazione.

 

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