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Perché non digerisco la sugar tax. Il commento di Capezzone

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Sugar tax? In una concezione liberale, il massimo che la mano pubblica possa fare è promuovere campagne informative, illustrare i rischi connessi a certe abitudini alimentari, incoraggiare lo sport. Si tratta di informare, non di imporre regole o di penalizzare chi non le voglia seguire. Il commento di Daniele Capezzone

 

Arriva la sugar tax, che entra ufficialmente nel pacchetto delle misure fiscali del governo giallorosso: non colpirà le merendine, ma avrà come primo bersaglio le bevande zuccherate.

Su Twitter il ministro grillino Lorenzo Fioramonti non solo ha celebrato il suo trionfo, ma ha preteso di andare all’incasso: “Fermi tutti. Allora non era un’idea così campata in aria, no? Non mi aspetto di essere ringraziato dal governo per aver portato questa idea nel paese, ma mi aspetto che i proventi vadano tutti a scuola, università e ricerca come nell’idea iniziale. Sarebbe il minimo sindacale”.

Ragionamento abbastanza surreale: una prima volta, perché non è detto che spendere di più significhi necessariamente spendere bene; e una seconda volta, perché è per lo meno avventuroso fare previsioni sul gettito di una tassa di questo tipo.

Di più: una tassazione così scombiccherata è per definizione dagli esiti incerti. Per produrre gettito elevato, infatti, occorrerebbe che l’intento rieducativo di Fioramonti non riuscisse, e cioè che gli italiani continuassero a consumare prodotti di quel tipo. Se invece l’intento rieducativo fioramontiano riuscisse, il gettito della tassa sarebbe fatalmente ridottissimo. E allora di che parliamo?

La verità è che parliamo di ideologia, e di una dottrina politicamente corretta che entra in modo prepotente anche nei territori del salutismo, dell’alimentazione, dell’imposizione statale di stili di vita “corretti” a suon di tasse e divieti.

E la brutta notizia è che il problema non è solo italiano: ormai non si può stare tranquilli da nessuna parte. Il paese caduto nella trappola prima di noi è stato il Regno Unito, dopo che gli Usa avevano purtroppo aperto la strada.

Il caso dell’Uk spiega bene i rischi a cui siamo esposti. Per mesi, a Londra c’è stata una martellante campagna mediatica, il cui esito è stato il cedimento del governo conservatore allora guidato da Theresa May, che disse sì a una nuova tassa sulle bevande gassate e zuccherate, per “punirne” e disincentivarne il consumo.

Naturalmente, ci furono quelli a cui neppure bastò il risultato. E così, si arrivò a una surreale lettera-appello indirizzata al governo dai leader dell’opposizione (laburisti, liberaldemocratici, più personalità varie) per chiedere l’estensione del pugno di ferro anche nei confronti di quello che viene chiamato “junk food”, cibo spazzatura, merendine, prodotti ingrassanti.

Intendiamoci bene: il problema esiste, e sarebbe ingiusto negarlo. Un terzo dei bimbi britannici è effettivamente a rischio di obesità prima di aver concluso il ciclo della scuola elementare. Ma quello che colpisce è l’idea che, per affrontare il problema, servano leggi e tasse.

A ben vedere, si tratta di un’operazione tre volte pericolosa. In primo luogo, perché deresponsabilizza le famiglie: sta a loro, non allo stato, occuparsi della dieta di ragazzi e ragazze. In secondo luogo, perché questi prodotti sono già tassati attraverso l’Iva. In terzo luogo, perché le tasse non sono un “martello etico” da dare in testa a chi abbia comportamenti ritenuti “devianti” rispetto alle logiche del politicamente corretto.

In una concezione minimamente liberale, il massimo che la mano pubblica possa fare è promuovere campagne informative, illustrare i rischi connessi a certe abitudini alimentari, incoraggiare la pratica sportiva. Ma, appunto, si tratta di informare, non di imporre regole o di penalizzare chi non le voglia seguire.

(estratto di un articolo pubblicato su La Verità)

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