«Grande è il disordine sotto il cielo», come si vede. Ma sono in pochi a pensare che la situazione sia eccellente. Forse, però, lo pensa il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Da quando gli asini patentati di Hamas gliene hanno dato l’opportunità, ha cominciato a rimodellare il Medio Oriente secondo linee che i suoi predecessori nei decenni passati hanno sempre sognato, ma mai osato non solo fare ma nemmeno dire ad alta voce.
Prima del pogrom del 7 ottobre 2023, l’Iran era il nemico ideale per Israele, e viceversa.
I due Paesi erano stati molto vicini all’epoca della guerra fredda, accomunati non solo dall’appartenenza al blocco pro-americano ma anche dall’essere due «fortunate» isole – insieme alla Turchia, che però non si considerava un paese mediorientale – in un mare di paesi arabi disprezzati da entrambi.
Al punto che anche dopo la presa del potere degli ayatollah – virulentemente anti-israeliani in apparenza – Tel Aviv aiutò Teheran contro Baghdad nella lunga e sanguinosa guerra tra i due tra il 1980 e il 1988.
Anche durante quel conflitto, e senza interruzione dopo la sua conclusione, Israele e Iran si sono lanciati maledizioni, minacce e attacchi, diretti e indiretti, compresi attentati terroristici, al punto che le opinioni pubbliche dei due paesi e l’opinione pubblica mondiale si sono convinte dell’esistenza di un loro inestinguibile odio reciproco.
Non è però detto che le cose stessero veramente così. C’è un’altra ipotesi, che pochi hanno preso in considerazione perché tutto ciò che è controintuitivo e sfumato disturba il nostro intimo desiderio di avere a che fare con una realtà ben ordinata, di bianchi e neri, di amici e nemici, di giusto e sbagliato.
Come si è visto a proposito della guerra tra Pakistan e Afghanistan, la realtà è tutt’altro che semplice e univoca. Vale per le persone e vale a maggior ragione per la politica, dove il non detto conta quasi sempre di più del detto.
L’altra ipotesi – certamente non detta, e anzi opposta a quanto viene detto – è che Israele e Iran si designassero come nemici irriducibili per ragioni in gran parte di politica interna, ovvero per consolidare il consenso interno di fronte al nemico comune. Un nemico, beninteso, che vestirebbe per l’altro i panni della minaccia esistenziale.
L’esistenza di nemici esistenziali alle porte è, si potrebbe dire, consustanziale alla storia di Israele.
Già nel 1948, i Paesi arabi circostanti avevano giurato di buttare gli ebrei a mare, senza tuttavia riuscirvi. Nel 1967 ci riprovarono, e finì ancora peggio. Poi di nuovo nel 1973, per arrivare alla conclusione che non c’era verso, che Israele era lì per restarci. L’Egitto, capofila dei più ostili degli ostili, si rassegnò a firmare la pace. Missa est.
Dopo il 1973, il pericolo esistenziale era, per così dire, passato. E l’Iran, ricordiamolo, in tutti i casi sopracitati, era sempre stato dalla parte di Israele contro gli arabi.
A turbare gli equilibri, in Israele, fu l’immigrazione russa all’epoca di Gorbachev e dopo il crollo dell’URSS.
Tra il 1989 e il 2006, un terzo del milione e mezzo di ebrei fuoriusciti dalla Russia e da altri territori dell’ex impero sovietico si recò in Israele, alterando fondamentalmente il carattere della popolazione del paese.
I nuovi arrivati sostituirono molti palestinesi (ma anche molti ebrei sefarditi e, soprattutto, mizrahì) nei gradini più bassi della scala sociale, e costituirono una delle spinte all’intensificazione della colonizzazione della Cisgiordania.
Gli equilibri interni al Paese erano cambiati, e una nuova coesione doveva essere costruita tra gruppi di origine, lingua, posizione sociale e persino religione (con una crescita esponenziale degli ultraortodossi) diversi, se non addirittura incomponibili.
La soluzione – o, almeno, un abbozzo di soluzione – fu trovato nella costruzione di un nemico comune: l’Iran, appunto.
Sul fronte opposto, in Iran, non ci fu nessuna immigrazione (semmai il contrario), ma la necessità di consolidare il fronte interno era la conseguenza del catastrofico fallimento del regime religioso.
Vero che l’Iran non ha mai sofferto di scarsità di nemici nel mondo arabo; ma il senso di superiorità degli iraniani, con venature più o meno intense di razzismo, impediva di usarli come vero spauracchio per la popolazione.
Invece, un nemico dotato dell’arma atomica, sostenuto dal Grande Satana americano, costruito su quello che nell’Iran degli ayatollah è stato presentato come il «mito» della Shoah, è tutta un’altra cosa.
Attenzione, però: questo non vuol dire che Israele e Iran si siano messi d’accordo nell’inscenare una grande finzione e si siano fatti ogni tanto qualche dispettuccio per darle un tot di credibilità.
Come sempre, in politica un nemico è al tempo stesso un amico e viceversa – nel senso che un nemico A può servire a indebolire un amico B, il quale è a sua volta usato per sconfiggere A. Controintuitivo ma vero.
Gli Stati Uniti si servirono del Regno Unito per sconfiggere la Germania, e simultaneamente la guerra comune contro la Germania permise agli Stati Uniti di sconfiggere definitivamente il Regno Unito, prendendone il posto come potenza mondiale dominante, smantellandone l’impero e riducendola a potenza di secondo rango, come aveva capito John Maynard Keynes fin dal 1945.
Comunque sia, le cose sono cambiate con il 7 ottobre 2023. La vacuità politica di Hamas (ma anche dei suoi committenti a Teheran) ha provocato un effetto domino, di cui oggi è caduta un’altra tessera.
La «questione palestinese», per la quale Hamas e Teheran millantavano di combattere, è stata ferita a morte; ma quelli che hanno creduto che a Teheran qualcuno fosse davvero interessato alla sorte dei palestinesi si sono – per dirla con un understatement che costoro non meriterebbero – sbagliati grossolanamente.
A memoria futura (ma anche per avere uno sguardo più chiaro sul passato) diciamo che, dei palestinesi, non è mai importato nulla a nessuno, tantomeno gli iraniani che, nei palestinesi, vedono soprattutto degli arabi, e perdipiù borderline eretici, in quanto sunniti.Che sia in Libano, in Iraq, a Gaza o in Yemen, Teheran si è sempre servita di carne da cannone araba per difendere i propri interessi.
Dopo il 7 ottobre, Israele non ha più bisogno dello spauracchio iraniano: il massacro compiuto da Hamas era reale e non c’era bisogno di andarne a dimostrare la potenziale minaccia all’ONU brandendo grossolani cartelli sul presunto livello di arricchimento dell’uranio, come fece Netanyahu nel 2012.
(Estratto da Appunti di Stefano Feltri)







