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Perché molti osservatori italiani faticano a capire il successo di Boris Johnson

Johnson

L’analisi di Domenico Maria Bruni, tratto da un Policy Brief della LUISS School of Government, sulla vittoria dei Conservatori alle elezioni del 6 maggio. Ne emerge un cambiamento strategico e comunicativo dei Tory (oltre a una persistente crisi dei Laburisti)

 

I Conservatori, come conferma quanto accaduto nel collegio di Hartlepool e nelle amministrazioni locali, hanno ricompattato lo schieramento alla destra del centro, complice l’eclissarsi di UKIP e Brexit Party. Il tutto mentre lo schieramento politico alla sinistra del centro si va invece frammentando: a fronte di un calo dei Laburisti, i Lib-Dem tengono e i Verdi avanzano. Si tratta di una dinamica che potrebbe ripetersi nelle prossime competizioni elettorali.

Più in generale il risultato elettorale positivo dei Conservatori in tutti i territori del Regno Unito si spiega con la loro capacità di intercettare una richiesta di “protezione” (rispetto a certi effetti negativi della globalizzazione) diffusa nell’elettorato. Non solo: a partire dal referendum sulla Brexit, è diventato chiaro che esiste un discorso identitario e culturale che pure conta per tanta parte del Paese. I Tory di conseguenza hanno rivisto radicalmente la loro immagine, certo, ma anche la loro strategia e la loro offerta politica. Come confermato proprio in queste ore dal tradizionale discorso al Parlamento con cui la Regina Elisabetta II delinea le priorità del governo Johnson (11 maggio), i Conservatori hanno rimodellato per esempio la  loro politica economica, diventando propugnatori di un intervento pubblico più deciso in economia – su infrastrutture, Sanità e alloggi, per esempio – soprattutto a sostegno di aree come le Midlands o il Nord dell’Inghilterra che hanno sofferto maggiormente l’impatto della globalizzazione economica. Non è casuale che il Primo Ministro Johnson intenda ora passare dallo slogan “Jabs! Jabs! Jabs!”, cioè “Vaccini! Vaccini! Vaccini!”, a “Jobs! Jobs! Jobs!”, “Posti di lavoro! Posti di lavoro! Posti di lavoro!”. Un tale cambiamento culturale e politico potrebbe avere peraltro conseguenze sulla partita referendaria scozzese, consolidando i consensi per i Conservatori che sono radicati al sud della Scozia, in territori economicamente e socialmente legati al nord dell’Inghilterra, spostando così gli equilibri a favore degli unionisti.

Da non sottovalutare, infine, l’effetto di rafforzamento che questo voto avrà sulla leadership di Johnson. In Italia ci si è limitati spesso a dipingere l’attuale Primo Ministro come un personaggio un po’ folcloristico, sorvolando su alcuni aspetti di maggiore sostanza. Johnson “folcloristico” lo è sempre stato e nonostante ciò è stato per due volte sindaco di Londra, si è conquistato nel proprio collegio l’elezione a Westminster, infine la leadership dei Tory. Insomma, per gli Inglesi Johnson non è una “scoperta” arrivata da chissà dove. Inoltre proprio il suo passato da sindaco gli ha fatto sviluppare significative capacità di “ascolto” dell’elettorato. Infine, benché decisivo nel portare a termine il divorzio dall’Unione europea, Johnson non è un “thatcheriano”, e dunque può essere il leader giusto per incarnare l’attuale evoluzione dei Conservatori.

La prolungata crisi dei Laburisti, all’opposizione a livello nazionale dal 2010, merita pure qualche approfondimento. Si potrebbe partire dalle parole di un esponente laburista, Khalid Mahmood, primo musulmano a essere eletto a Westminster nel 2001, che a metà aprile scorso si è dimesso dallo Shadow Cabinet stigmatizzando “l’allontanamento del Labour dalla classe lavoratrice” e la trasformazione del partito ormai troppo concentrato su “temi Londra-centrici” e composto di “brigate di combattenti per la giustizia sociale di matrice ‘woke’”. In altre parole, nutrendosi di identity politics, un partito espressione di sole minoranze si è autocondannato a diventare minoranza nel Paese. Per certo l’onda lunga della crisi post Tony Blair (Primo Ministro dal 1997 al 2007) non è ancora passata: non è emerso a sinistra un progetto identitario-politico in grado di ricompattare interessi sociali ed economici, per poi tenerli assieme. A quanto rimane della “working class”, o comunque di quella parte di popolazione cresciuta con una mentalità di quel tipo, che ha vissuto sulla propria pelle il tramonto di un modello produttivo e sociale, non è stato offerto nulla di positivo. È altamente simbolico, a questo proposito, che i Laburisti abbiano perso dopo quasi 100 anni il controllo della Contea di Durham, luogo storico della memoria dei minatori, cioè della quintessenza della classe lavoratrice britannica del xx secolo. L’attuale segretario laburista, Keir Starmer, ha messo dei paletti alla sinistra movimentista à la Jeremy Corbyn, ma la gestione della pandemia gli ha imposto di scegliere tra il ruolo dell’“oppositore patriottico” e quello dell’“oppositore a prescindere”. Starmer ha scelto la prima strada, ma poi non ha offerto una visione e una speranza in positivo per il futuro. Rimediare a ciò, nei prossimi mesi, costituisce la sfida più difficile per i Laburisti, tuttavia la pessima gestione dei primi giorni post-elettorali non pare un buon viatico.

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