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Perché mi preoccupa il conformismo lessicale. Il pensiero di Ocone

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Il conformismo lessicale richiama il conformismo di pensiero, e poi anche quello etico. Ed è anche un modo facile per non fermarsi, studiare, riflettere, e parlare a ragion dovuta come sarebbe opportuno. “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista

 

Dì come parli e ti dirò chi sei. Sì, lo ammetto, può sembrare schematica, cioè riduttiva, e anche frutto di pregiudizio, questa mia affermazione, ma è indubbio che dietro il linguaggio, le parole scelte, i tic verbali di chi ci parla, si celi tutto un mondo spirituale che viene fuori e che chi ha un po’ di finezza e perizia intellettuale subito discopre.

Forse nessuno più di Marc Fumaroli, il grande erudito e accademico di Francia scomparso qualche giorno fa, ci ha mostrato, nei suoi studi, come il ben pensare (cioè pensare in modo argomentato) e il ben dire vadano a braccetto e insieme formino quel carattere inconfondibile che è proprio dell’uomo occidentale. O meglio delle élite che hanno avuto corso in questa parte di mondo, quelle che, diceva Benedetto Croce, dovrebbero essere per loro natura aperte a tutti ma proprie solo di coloro che hanno capacità di sintesi e forza volitiva o pratica.

Il linguaggio, a volte, può rinchiudersi nel gergo tecnico degli specialisti di una disciplina, il che non genera problemi, a mio avviso, e in certi casi è forse pure utile, se resta però confinato nel cerchio ristretto di chi pratica quell’ambito specifico. Ma le parole possono anche aiutare a nascondere ciò che si pensa effettivamente, per opportunità o per convenienza.

In generale, il linguaggio può essere usato per raggiungere degli scopi estrinseci, senza che le parole corrispondano al nostro più profondo sentire: farsi riconoscere dagli “amici”, piacere, non dire “verità scomode”, mandare segnali cifrati, confondere, “vendere un prodotto”. O anche semplicemente perché si deve in qualche modo nascondere il fatto che non si ha una padronanza vera delle cose di cui si parla: cosa c’è di più facile che citare allora una parola “alla moda”, vuota e generica, ma che metaforicamente allude a qualcosa di “profondo” e pure di “sanamente democratico”?

Il nostro presidente del Consiglio sembra particolarmente aver preso gusto a questa modalità di espressione, e sinceramente, con rispetto parlando, non si capisce, come si dice a Roma, “se ci è o ci fa”. Ieri l’altro, per esempio, ha detto che sarebbe stato stanziato per la scuola un miliardo di euro per renderla “più moderna, più sicura, più inclusiva”, che in verità non si capisce cosa centri con quello che è il vero e unico e drammatico problema della scuola italiana in questo momento, fra l’altro foriero di una forte accentuazione delle disuguaglianze sociali: la carenza di apprendimento dei nostri studenti che ha denunciato ieri sulle colonne di Repubblica Andrea Gavosto, il direttore della Fondazione Agnelli.

Ma “inclusivo”, si sa, è termine che piace alla gente che piace, anche se per essere “inclusivi” bisogna per forza anche “escludere” qualcuno secondo i dettami della vecchia e cara dialettica. E l’“escluso” è chiaramente, in questo caso, il “truce” Salvini, come ieri lo era Berlusconi e l’altro ieri Craxi. E che dire poi di Vittorio Colao, che pure viene dato come l’anti-Conte, che produce un “Piano di rilancio per l’Italia” pieno di inglesismi fallaci e lemmi alla moda?

Ora, ad esempio, è il turno dei termini “smart” e “resiliente”, e tutto deve essere funzionale a queste due vacue parole. E il buon Colao che fa: propone “una differenziazione smart per il sistema universitario” (sic!) e dice che il suo piano “ridisegna un’Italia più forte, resiliente ed equa” (arisic!).

Devo dire che il tema delle parole alla moda, mutevoli appunto come lo è la moda, mi affascina particolarmente, come una sorta di spia culturale e sociologica, per così dire. Non credo affatto però che sia irrilevante.

Il conformismo lessicale, come ho detto, richiama il conformismo di pensiero, e poi anche quello etico. Ed è anche un modo facile per non fermarsi, studiare, riflettere, e parlare a ragion dovuta come sarebbe opportuno. Ovviamente, nella fedeltà alle singole sensibilità di ognuno, e cioè a quella pluralità e varietà vera, non ideologica, che è il terreno in cui fioriscono la libertà e l’umanità.

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