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Perché Macri è costretto a fare l’austero in Argentina

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Il punto del giornalista Livio Zanotti, già in Rai e alla Stampa, per anni corrispondente dall’America Latina e inviato speciale di esteri, sulla crisi in Argentina

L’annuncio è mancato e il dollaro ha ripreso ieri a mordere il peso argentino quando Mauricio Macri non aveva ancora concluso il suo discorso. I mercati non fanno sconti a nessuno. La genericità non gli piace. E il Presidente che vi deposita la sua fede dichiarata non se ne sarà certo sorpreso.

Se nell’intervento radio-televisivo più atteso dopo il nuovo capitombolo della moneta nazionale ha deciso di evitare notizie, per un discorso in cui non ha precisato neppure i perché, né i come ha deciso di ridurre da 22 a 11 i ministeri del suo governo, la scelta è politica. Mirata alla sua prima e maggiore preoccupazione: le elezioni dell’anno prossimo, al cui esito affida per intero il proprio futuro politico. Per arrivarvi non risparmia espedienti tattici.

Dalla stessa coalizione che lo sostiene – Cambiemos, formata dal suo partito Pro e da radicali di varia estrazione -, erano state anticipate misure concrete. Rivolte a contenere il deficit di bilancio con la riduzione delle spese e l’incremento delle entrate. Necessarie peraltro a convincere i creditori della volontà e della capacità argentina di fare fronte al crescente indebitamento. In primis iI Fondo Monetario Internazionale (FMI), al quale nell’intento di fermare la speculazione finanziaria il ministro del Tesoro, Nicolas Dujovne, chiede di anticipare in fretta almeno 3 miliardi di dollari del prestito stand-by di 50 concesso nel giugno scorso e da cui l’Argentina ne ha già prelevati 15. Ma non facili da far passare senza forti contrasti politici in Parlamento e nelle piazze.

Si tratta di una manovra estremamente difficile. Ritardare quanto più possibile le devoluzioni dovute alle Provincie (equivalenti alle nostre regioni, ma con maggiore autonomia fiscale) e l’integrazione dei salari falcidiati dall’inflazione, prima che la protesta si estenda a livello nazionale (studenti, docenti e presidi sono già in agitazione). Ristabilire i prelievi fiscali sulle esportazioni agricole a cominciare dalla più corposa, quella della soia, che determinarono un accesissimo conflitto tra i produttori e i precedenti governi di Nestor e Christina Kirchner. Per marcare la differenza, Macri li tagliò appena entrato alla Casa Rosada, 3 anni fa. Adesso la sua svolta apparirebbe quasi un’abiura.

Però un’aliquota impositiva su tutto l’export tra il 5 e il 6 per cento (soprattutto sull’energia e sull’estrazione mineraria che negli ultimi anni hanno realizzato profitti straordinari, oltre che sui prodotti agricoli) potrebbe assicurare entrate tali da permettere il recupero fino a due terzi del deficit, calcolato all’1,3/1,5 del PIL. Dunque -necessitas virtude- nel governo prevarrebbe l’idea di varare i provvedimenti necessari. In tal senso premono gli alleati del partito radicale.

Il presidente Macri vorrebbe nondimeno diluirli nel prossimo documento finanziario annuale, per poterli meglio bilanciare e possibilmente trarvi anche le risorse necessarie per non compromettere del tutto il piano di sviluppo delle infrastrutture (strade, sottovia, canalizzazioni idriche, ammodernamento di linee ferroviarie, a cui lavorano anche imprese italiane e che la svalutazione minaccia di lasciare senza finanziamenti).

Livio Zanotti
Ildiavolononmuoremai.it

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