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Perché lodo l’enciclica Fratelli Tutti

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Che cosa ha scritto padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, dell’enciclica Fratelli Tutti. (Estratto di un articolo pubblicato su laciviltacattolica.it)

(Estratto di un articolo pubblicato su laciviltacattolica.it)

A otto anni dalla sua elezione, papa Francesco scrive una nuova Enciclica, che rappresenta il punto di confluenza di ampia parte del suo magistero (cfr Fratelli tutti, n. 5). La fratellanza è stata il primo tema al quale Francesco ha fatto riferimento dando inizio al suo Pontificato, quando ha chinato la testa davanti alla gente radunata in piazza San Pietro. Lì ha definito la relazione vescovo-popolo come «cammino di fratellanza», e ha espresso questo desiderio: «Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza».

Il titolo è una citazione diretta dalle Ammonizioni di San Francesco: Fratelli tutti. E indica una fratellanza che si estende non solo agli esseri umani, ma subito anche alla terra, in piena sintonia con l’altra Enciclica del Pontefice, la Laudato si’.

Fratellanza e amicizia sociale

Fratelli tutti declina insieme la fratellanza e l’amicizia sociale. Questo è il nucleo centrale del testo e del suo significato. Il realismo che attraversa le pagine stempera ogni vuoto romanticismo, sempre in agguato quando si parla di fratellanza. La fratellanza non è solamente un’emozione o un sentimento o un’idea – per quanto nobile – per Francesco, ma un dato di fatto che poi implica anche l’uscita, l’azione (e la libertà): «Di chi mi faccio fratello?».

La fratellanza così intesa capovolge la logica dell’apocalisse oggi imperante; una logica che combatte contro il mondo perché crede che questo sia l’opposto di Dio, cioè idolo, e dunque da distruggere al più presto per accelerare la fine del tempo. Davanti al baratro dell’apocalisse, non ci sono più fratelli: solo apostati o «martiri» in corsa «contro» il tempo. Non siamo militanti o apostati, ma fratelli tutti.

La fratellanza non brucia il tempo né acceca gli occhi e gli animi. Invece occupa il tempo, richiede tempo. Quello del litigio e quello della riconciliazione. La fratellanza «perde» tempo. L’apocalisse lo brucia. La fratellanza richiede il tempo della noia. L’odio è pura eccitazione. La fratellanza è ciò che consente agli eguali di essere persone diverse. L’odio elimina il diverso. La fratellanza salva il tempo della politica, della mediazione, dell’incontro, della costruzione della società civile, della cura. Il fondamentalismo lo annulla in un videogame.

Ecco perché il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi, Francesco, il Papa, e Aḥmad al-Tayyeb, il Grande Imam di al-Azhar, hanno firmato uno storico documento sulla fratellanza. I due leader si sono riconosciuti fratelli e hanno provato a dare insieme uno sguardo sul mondo d’oggi. E che cosa hanno capito? Che l’unica vera alternativa che sfida e argina la soluzione apocalittica è la fratellanza.

Occorre riscoprire questa potente parola evangelica, ripresa nel motto della Rivoluzione Francese, ma che l’ordine postrivoluzionario ha poi abbandonato fino alla sua cancellazione dal lessico politico-economico. E noi l’abbiamo sostituita con quella più debole di «solidarietà», che in Fratelli tutti comunque ricorre 22 volte (contro le 44 di «fraternità»). Ha scritto Francesco in un suo messaggio: «Mentre la solidarietà è il principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali, la fraternità è quello che consente agli eguali di essere persone diverse».

Il riconoscimento della fratellanza cambia la prospettiva, la capovolge e diventa un forte messaggio dal valore politico: tutti siamo fratelli, e quindi tutti siamo cittadini con uguali diritti e doveri, sotto la cui ombra tutti godono della giustizia.

La fratellanza è poi la base solida per vivere l’«amicizia sociale». Papa Francesco nel 2015, parlando a L’Avana, ha ricordato che una volta era andato in visita in un’area molto povera di Buenos Aires. Il parroco del quartiere gli aveva presentato un gruppo di giovani che stava costruendo alcuni locali: «Questo è l’architetto, è ebreo; questo è comunista, questo è cattolico praticante, questo è…». Commentò il papa: «Erano tutti diversi, ma tutti stavano lavorando insieme per il bene comune». Francesco chiama questa attitudine «amicizia sociale», che sa coniugare i diritti con la responsabilità per il bene comune, le diversità con il riconoscimento di una fratellanza radicale.

Una fratellanza senza confini

Fratelli tutti si apre con l’evocazione di una fraternità aperta, che permette a ogni persona di essere riconosciuta, valorizzata e amata al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo dell’universo in cui è nata o dove vive. La fedeltà al Signore è sempre proporzionale all’amore per i fratelli. E questa proporzione è un criterio fondamentale di questa Enciclica: non si può dire di amare Dio se non si ama il fratello. «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20).

Sin dalle prime battute si pone in rilievo come Francesco d’Assisi estendesse la fraternità non solamente agli esseri umani – e in particolare agli abbandonati, ai malati, agli scarti, agli ultimi, andando oltre le distanze di origine, nazionalità, colore o religione – ma anche al sole, al mare e al vento (cfr nn. 1-3). Lo sguardo è quindi globale, universale. E così lo è il respiro delle pagine di papa Francesco.

Non poteva restare estranea, questa Enciclica, alla pandemia di Covid-19 scoppiata inaspettatamente. Al di là delle varie risposte date dai diversi Paesi – scrive il Papa –, è emersa l’incapacità di agire congiuntamente, nonostante possiamo vantarci di essere iperconnessi. Scrive Francesco: «Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).

Lo scisma tra singolo e comunità

Il primo passo che Francesco compie è quello di compilare una fenomenologia delle tendenze del mondo attuale che sono sfavorevoli allo sviluppo della fratellanza universale. Il punto di partenza delle analisi di Bergoglio è spesso – se non sempre – quello che ha imparato dagli Esercizi spirituali di s. Ignazio di Loyola, che invitava a pregare immaginando come Dio vede il mondo.

Il Pontefice osserva il mondo e ha l’impressione generale che si stia sviluppando un vero e proprio scisma tra il singolo e la comunità umana (cfr n. 30). Un mondo che non ha imparato nulla dalle tragedie del Novecento, senza senso della storia (cfr n. 13). Sembra che ci sia un regresso: i conflitti, i nazionalismi, il senso sociale smarrito (cfr. n. 11), e il bene comune sembra essere il meno comune dei beni. In questo mondo globalizzato siamo soli e prevale l’individuo sulla dimensione comunitaria dell’esistenza (cfr n. 12). Le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori, e sono favoriti i più forti.

E così Francesco monta i tasselli del puzzle che illustra i drammi del nostro tempo.

Il primo tassello riguarda la politica. In questo contesto drammatico, le grandi parole quali democrazia, libertà, giustizia, unità perdono la pienezza del loro significato, e risultano liquefatte la coscienza storica, il pensiero critico, la lotta per la giustizia e le vie dell’integrazione (cfr n. 14 e 110). Ed è durissimo il giudizio sulla politica come a volte oggi è ridotta: «La politica così non è più una sana discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune, bensì solo ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace» (n. 15).

Il secondo tassello è la cultura dello scarto. La politica ridotta a marketing favorisce lo scarto globale e della cultura del quale è frutto (cfr n. 19-20).

Il quadro prosegue con l’inserimento di una riflessione sui diritti umani, il rispetto dei quali è un prerequisito per lo sviluppo sociale ed economico di un Paese (cfr n. 22).

Il quarto tassello è l’importante paragrafo dedicato alle migrazioni. Se deve essere riaffermato il diritto a non emigrare, è vero pure che una mentalità xenofoba dimentica che i migranti devono essere protagonisti del loro stesso salvataggio. E con forza afferma: «È inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità» (n. 39).

Poi c’è il quinto tassello: i rischi che la stessa comunicazione oggi pone. Con la connessione digitale, si accorciano le distanze, ma si sviluppano atteggiamenti di chiusura e di intolleranza, che alimentano lo «spettacolo» messo in scena dai movimenti di odio. Abbiamo invece bisogno «di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana» (n. 42).

Il Pontefice, tuttavia, non si limita a fornire una descrizione asettica della realtà e del dramma del nostro tempo. La sua è una lettura immersa in uno spirito di partecipazione e di fede.  La visione del Papa, se è attenta alla dimensione socio-politica e culturale, è però radicalmente teologica. La riduzione all’individualismo che qui emerge è frutto del peccato.

Populismo e liberalismo

Francesco prosegue il suo discorso con un capitolo dedicato alla migliore politica, quella posta al servizio del vero bene comune (cfr n. 154). E qui affronta di petto la questione del confronto tra populismo e liberalismo, che possono usare i deboli, il «popolo», in maniera demagogica. Francesco intende chiarire subito un malinteso usando un’ampia citazione dell’intervista che ci concesse per la pubblicazione dei suoi scritti da arcivescovo di Buenos Aires. La riportiamo per intero perché centrale nel discorso.

«“Popolo” non è una categoria logica, né è una categoria mistica, se la intendiamo nel senso che tutto quello che fa il popolo sia buono o nel senso che il popolo sia una categoria angelicata. Ma no! È una categoria mitica […]. Quando spieghi che cos’è un popolo usi categorie logiche perché lo devi spiegare: ci vogliono, certo. Ma non spieghi così il senso dell’appartenenza al popolo. La parola “popolo” ha qualcosa di più che non può essere spiegato in maniera logica. Essere parte del popolo è far parte di un’identità comune fatta di legami sociali e culturali. E questa non è una cosa automatica, anzi: è un processo lento, difficile… verso un progetto comune» (n. 158).

Di conseguenza, questa categoria mitica può indicare una leadership capace di sintonizzarsi col popolo, con la sua dinamica culturale e le grandi tendenze di una società per un servizio al bene comune; oppure può indicare una degenerazione quando si muta nell’abilità di attrarre consenso per il successo elettorale e per strumentalizzare ideologicamente la cultura del popolo, al servizio del proprio progetto personale (cfr n. 159).

Non bisogna però neppure enfatizzare la categoria mitica di popolo come se essa fosse una espressione romantica e dunque, in quanto tale, rigettata a favore di discorsi più concreti, istituzionali legati all’organizzazione sociale, alla scienza e alle istituzioni della società civile.

Ciò che unisce entrambe le dimensioni, quella mitica e quella istituzionale, è la carità, la quale implica un cammino di trasformazione della storia che incorpora tutto: istituzioni, diritto, tecnica, esperienza, apporti professionali, analisi scientifica, procedimenti amministrativi. L’amore verso il prossimo è infatti realista. Quindi, è necessario far crescere sia la spiritualità della fraternità sia l’organizzazione più efficiente, per risolvere i problemi: le due cose non si oppongono affatto. E questo senza immaginare che ci sia una ricetta economica che possa essere applicata ugualmente per tutti: anche la scienza più rigorosa può proporre percorsi e soluzioni differenti (cfr n. 164-165).

(Estratto di un articolo pubblicato su laciviltacattolica.it)

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