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Perché le torsioni di Cdu e Spd su immigrazione e welfare fanno barcollare Merkel

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Tutte le novità all’interno di Cdu e Spd che preoccupano la cancelliera Merkel. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

 

In assenza di test elettorali regionali, in Germania sono bastate le conferenze programmatiche dei due principali partiti della coalizione per far rialeggiare lo spettro della crisi di governo. Un fine settimana a porte chiuse per i dirigenti di Cdu e Spd, i primi sotto la regia della nuova leader Annegret Kramp-Karrenbauer, i secondi guidati da una leader sempre più sul filo del rasoio come Andra Nahles. Due donne dal temperamento differente per due partiti ugualmente ammaccati, bisognosi di riaffilare i propri profili politici per contenere l’usura del terzo governo in coabitazione dal 2006 e provare a riagguantare il tempo perduto nelle urne europee di maggio e in quelle ancor più difficili dei Länder dell’est in autunno. Sfruttando magari i primi accenni di appannamento dei nazional-populisti di Afd che, per la prima volta dalla crisi dei migranti di tre anni fa, stanno regredendo nei sondaggi.

Ma se le proposte uscite dalla riunione dei cristiano-democratici sono tutte focalizzate su un’ulteriore stretta nella gestione interna dei migranti, e quindi puntano nelle intenzioni a prosciugare l’acqua che ha alimentato la crescita di Afd e a ridisegnare i contorni di un partito “law and order” smarrito durante la gestione merkeliana, quelle dell’Spd preconizzano un vero e proprio cambio di rotta nelle politiche economiche-sociali che hanno caratterizzato la socialdemocrazia tedesca dagli anni Novanta. Proposte che, se non verranno solo sbandierate in chiave elettoralistica ma imposte come base programmatica per i prossimi mesi di governo, potrebbero portare alla fine anticipata del quarto esecutivo Merkel.

Per chiarire subito la portata della svolta, l’Spd si è sottoposta a una vera e propria seduta psicoanalitica, facendo una volta per tutte i conti con lo spettro da cui si sente perseguitata da anni e che tutti i socialdemocratici di ultima generazione considerano la madre di tutte le sventure: la riforma assistenziale varata dall’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder e passata alla storia con il nome di Hartz IV. Uno dei capitoli più controversi della stagione riformista del partito, l’Agenda 2010, oggi avversata dai figli di Schröder e invece difesa da Cdu e industriali, che secondo gli economisti di scuola liberale ha permesso alla Germania di dismettere il ruolo di malato d’Europa agli inizi del Duemila e di vivere la più lunga stagione di crescita economica dai tempi del boom postbellico.

Ora l’Spd di fine anni Dieci promette di demolire i capisaldi di quelle norme, giacché i tempi attuali (quelli di una Germania complessivamente più ricca ma nella quale aumentano pure le sacche di precariato e povertà) richiederebbero un welfare più esteso e più amico. E tra le proposte fanno capolino misure che, appena qualche mese fa, venivano considerate dall’intero governo tedesco, Spd compresa, rischiose per la stabilità finanziaria se avanzate in altri paesi dell’Ue. Una di queste è l’introduzione di una forma di reddito di cittadinanza che dovrebbe sostituire il sussidio Hartz IV con erogazione continua per due anni, prima che nel computo dell’assistenza vengano considerati eventuali patrimoni personali.

Se da un lato tale misura non accontenta coloro che incalzano l’Spd da sinistra, come il politologo dell’università di Colonia Christoph Butterwegge, studioso delle povertà simpatizzante della Linke che vorrebbe un vero reddito di cittadinanza e non un Hartz IV cammuffato, inserita nel quadro più ampio delle proposte del conclave socialdemocratico delineano una “svolta a sinistra” che Nahles assicura non sarà solo elettoralistica. L’Spd vuole ridurre l’entità delle sanzioni previste per le violazioni alle regole per il godimento dell’Hartz IV, allungare i tempi di percepimento del sussidio di disoccupazione al livello più alto per garantire i disoccupati di lunga durata, prevedere corsi di riqualificazione professionale mirati per chi viene espulso dal mondo del lavoro, garantire sussidi più robusti per chi perde il lavoro dopo i 58 anni, raggruppare e stabilizzare in un’assicurazione per l’infanzia le diverse misure di sostegno ai figli attualmente in vigore. In più: reddito minimo proiettato a 12 euro l’ora e revisione dell’apposita legge entro il 2020, diritto all’home office per far partecipare anche i lavoratori alle innovazioni digitali e, soprattutto, aumento delle pensioni base di 447 euro mensili per i percettori di bassi redditi con almeno 35 anni di contributi. Riforma quest’ultima elaborata nelle settimane precedenti dal ministro del Lavoro Hubertus Heil e inglobata nel pacchetto sociale dell’Spd: sarà il primo banco di prova per la tenuta del governo, perché Nahles ha promesso che verrà portata in consiglio di gabinetto già nei prossimi giorni.

La dirigenza del partito è convinta di poter recuperare i (tanti) consensi perduti chiudendo in maniera netta e definitiva la lunga stagione del riformismo sociale avviata ai tempi di Schroder e proseguita negli anni di coabitazione con Merkel e spera che il parricidio dell’Hartz IV faccia percepire ai potenziali elettori ritrovati la credibilità della svolta. Come spesso accade però quando si mettono in fila tante proposte generose, la parte debole del programma è nelle pagine che riguardano il reperimento delle risorse. Sulla stampa non c’è un commentatore, neppure tra quelli più vicini alle posizioni socialdemocratiche, che non consideri vago se non inesistente il capitolo delle coperture.

Tutto lascia credere che l’idea sia quella di aumentare le tasse e dall’interno dell’Spd non viene smentita l’ipotesi che si stia pensando alla reintroduzione di un’imposta patrimoniale. Patrimoniale o generale aumento delle tasse, per l’economista Lars Feld, uno dei cinque saggi che consigliano il governo tedesco, “il peso finanziario delle misure sarebbe tale da creare subito uno shock congiunturale”. Non è più morbido il vice della Cdu (e governatore dell’Assia) Volker Bouffier che accusa gli alleati dell’Spd di “pianificare il funerale dell’economia sociale di mercato”.

La doppia rettifica programmatica dei due partiti di governo pone infine un problema personale che riguarda Angela Merkel. La nuova linea sulla sicurezza della Cdu targata Kramp-Karrenbauer liquida dopo solo tre anni la politica migratoria di Angela Merkel, peraltro proprio quando la fase emergenziale è chiusa da un bel po’ e i pensatoi più autorevoli tornano a chiedere un flusso migratorio anche extra-Ue mirato ma costante per sopperire alla crescente carenza di manodopera. Il progetto economico-sociale dell’Spd di Nahles chiude la porta a un altro pilastro delle politiche merkeliane, la continua ricerca di equilibrio fra interventi sociali (della cui paternità la cancelliera si è poi sempre appropriata) e disciplina di bilancio. È tutto da vedere, alla fine, se Angela Merkel vorrà davvero sovraintendere, con una Grosse Koalition sempre più strabica, al progressivo smantellamento delle sue politiche o se non riterrà più opportuno, magari dopo le elezioni europee, accelerare la crisi del governo e chiudere la sua lunga stagione politica. Almeno quella nazionale.

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