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Perché la Cina gongola per l’accordo Rcep

Xi Cina

Dettagli, commenti e scenari sull’accordo Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) nell’articolo di  Marco Valerio Lo Prete per Public Policy

 

“La pandemia di Covid-19 è come una guerra mondiale che rende non più sostenibile l’ordine internazionale in essere”. Secondo Yuan Peng, presidente di uno dei più autorevoli pensatoi cinesi di politica estera, il China Institutes of Contemporary International Relations (Cicir), sta accadendo oggi quanto accadde secoli fa con la Guerra dei Trent’anni da cui nacque il sistema di Westfalia o qualche decennio fa con la Seconda Guerra mondiale da cui scaturì il sistema di Yalta. Tuttavia, a detta di Peng, il parallelo storico più calzante col mondo attuale lo offre la situazione post-Prima Guerra mondiale: allora come oggi, infatti, la potenza egemone in declino (il Regno Unito) non accettò di buon grado e ostacolò la potenza egemone in ascesa (gli Stati Uniti). Ovviamente Pechino, scrive Peng, è adesso al lavoro per un nuovo ordine internazionale più sostenibile. Dopo aver schivato le leadership non all’altezza à la Trump e la profonda recessione economica che ha investito un Occidente incapace di gestire la pandemia, continua l’autore, la Cina è pronta a fare tesoro in particolare della dinamicità senza precedenti dell’Asia Pacifico. E se l’Occidente si fa titubante di fronte a globalizzazione e multilateralismo, conclude Peng, la Repubblica Popolare deve invece impratichirsi nella governance globale, “utilizzando la bottiglia vecchia per versarvi del vino nuovo”.

Alla luce di analisi simili – condivise nell’establishment cinese – si può valutare meglio l’impatto della firma della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), l’accordo commerciale più vasto della storia: quindici Stati coinvolti (i dieci dell’Asean – Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam – poi Australia, Cina, Corea del Sud, Giappone e Nuova Zelanda), un terzo del Pil mondiale (circa 25.800 miliardi di dollari americani) e almeno 2 miliardi e mezzo di abitanti del pianeta. “Una vittoria per il multilateralismo e per il libero scambio”, ha commentato a caldo il premier cinese Li Keqiang. Il presidente Xi Jinping qualche giorno dopo ha parlato di un “nuovo paradigma di sviluppo”, con una Cina impegnata a “sostenere il sistema multilaterale di scambi commerciali”, “coinvolta più attivamente nella riforma della governance economica globale”, impegnata ad “aderire al multilateralismo e a un metodo fatto di approfondite consultazioni”. Dunque un reiterato omaggio alla bottiglia vecchia, il multilateralismo, che la Cina riempie però di contenuti nuovi. Vediamo quali.

La vittoria principale, per Pechino, è di immagine e di propaganda, consiste nel fatto stesso di essere parte di questo mega-accordo. Un esito non scontato, visto che finora molte delle principali intese commerciali dell’area – come la Trans-Pacific Partnership (TPP) abbandonata negli Stati Uniti nel 2017 e poi completata dagli altri Paesi (CPTPP) – non includevano Pechino e anzi erano più o meno apertamente concepite come contrappesi al suo potere. Oggi la Cina è tra gli Stati “fondatori” dell’Rcep, a fianco tra l’altro di storici alleati degli Stati Uniti (come Australia, Giappone e Corea del Sud), e senza che a farle ombra ci siano i tradizionali pesi massimi dell’Asia Pacifico, cioè India e Stati Uniti che hanno preferito rimanere alla larga dalla nuova intesa. Per tornare alla “dottrina Peng” del multilateralismo, grazie alla Rcep“la Cina sta passando dalla sua vecchia linea di condotta che consisteva nel convergere verso il resto del mondo a una nuova posizione che consiste nel dare forma allo stesso mondo”.

Poi c’è la vittoria diplomatica tout court. La capacità della Rcep di essere generatrice di nuove norme e standard a livello internazionale, a dire il vero, è ancora dubbia. Eppure il “vino nuovo” ha già un colore un po’ diverso da quello cui sono abituati gli esperti delle recenti intese internazionali in ambito commerciale. Nella Rcep appena siglata, per esempio, non c’è alcun capitolo dedicato alla tutela dell’ambiente o a quella dei diritti umani nei 15 Stati coinvolti. Non solo. Il “vino nuovo” contenuto nell’intesa è tale da consentire a Pechino di celebrare il proprio afflato multilaterale che la unisce a Paesi come l’Australia e contemporaneamente di inviare ufficialmente alla stessa Australia una lista di doglianze in cui fra l’altro si imputano al governo di Canberra le critiche sul mancato rispetto dei diritti umani mosse da Ong e thinktank del Paese (tuttavia sanzionare un’autorità politica per l’operato della libera società civile di quel Paese non si addice certo a un ordine internazionale liberale).

Di fronte a una simile vittoria diplomatica e di immagine per Pechino, gli effetti economici della Rcep quasi passano in secondo piano. I numeri dell’intesa commerciale, lo ripetiamo, sono senza precedenti. Il Pil dei 15 Paesi coinvolti è pari a 25.800 miliardi di dollari americani, addirittura oltre i 24.370 miliardi di dollari dell’unione doganale tra Stati Uniti, Canada e Messico, e decisamente più del Pil dell’Eurozona che si ferma a circa 19mila miliardi di dollari. Gli addetti ai lavori però osservano che la rete di intese bilaterali e multilaterali asiatiche già oggi esistenti è più efficace nell’abbassare i dazi e nel promuovere il libero scambio di quanto non sia la Rcep. Inoltre i capitoli negoziali della Rcep dedicati a servizi e investimenti, così come alla gestione delle future dispute commerciali, sono poco incisivi.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su Public Policy, qui la versione integrale)

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