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Perché la Russia non può fare a meno della Bielorussia (ma Putin può fare a meno di Lukashenko)

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Fatti, analisi e scenari sulla Bielorussia di Lukashenko. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti

Alla fine è successo, senza che neppure ci fosse la grave crisi economica che ogni tanto qualche esperto paventava. I bielorussi si sono stufati di Aleksander Lukashenko, il padre padrone al potere da 26 anni, dal lontano 1994, un tempo infinito anche per l’immobile Bielorussia. È accaduto all’improvviso, sebbene i sintomi della stanchezza fossero presenti ormai da tempo nella società. Un crollo di popolarità forse anche accelerato dalla pessima gestione dell’emergenza covid, che Lukashenko ha fronteggiato con sfrontatezza, seminando incertezza e spavento. E questa volta non ci sono le milizie che tengano, la disaffezione si è estesa dai piccoli ceti intellettuali e artistici ad ampie fasce della popolazione, e dalla capitale alla provincia, dalle università ai kombinat industriali e agricoli, agli uffici dell’amministrazione pubblica. L’unica incognita è ora legata alle mosse di Putin, che ha promesso aiuti, naturalmente senza lasciar intendere di che tipo saranno. La Russia non può fare a meno della Bielorussia, ma non è detto che Putin non possa fare a meno di Lukashenko.

IL LUNGO REGNO DI LUKASHENKO

Ventisei anni, un regno che ora sembra giunto ai suoi ultimi giorni, sebbene il re, un artista del camaleontismo, abbia capito l’antifona e, dopo aver tentato la solita arma della repressione, stia adesso provando a promettere riforme politiche. Forse è troppo tardi: quando il popolo non ha più paura e costringe i manganelli a rientrare nelle caserme, non è facile tornare indietro. Ma la lunga durata di Lukashenko non è stata dovuta solo all’accentramento del potere, operato cooptando tutte le élites del paese e rendendole dipendenti dalla sua persona. O alla forza dell’apparato repressivo, che ha pure giocato un ruolo fondamentale non solo nei momenti elettorali, in cui si è impedito che si sviluppasse qualsiasi forma di opposizione politica, ma anche nella vita di tutti i giorni.

BENESSERE MINIMO MA EQUAMENTE DISTRIBUITO

Almeno altrettanto importante è stata la capacità di assicurare una certa solidità economica, soprattutto se raffrontata alla situazione negli altri paesi ex sovietici. La Bielorussia di Lukashenko può in parte anche essere raccontata come una storia economica di successo. A suo modo.

Alcuni dati ancora oggi lo confermano. Il Pil pro capite della Bielorussia è quasi il doppio di quello ucraino. Inferiore a sua volta della metà rispetto a quello della Russia dove però le disuguaglianze di reddito sono enormi. Se si prendono come riferimento le ex repubbliche sovietiche dell’area europea, secondo i dati del Fondo monetario internazionale il Pil pro-capite russo è di 11.587 dollari Usa, quello bielorusso di 6.658. Segue la Georgia con un Pil pro-capite di 4.763 $, la Moldavia con 4.473, infine l’Ucraina con 3.648.

A differenza di altri vicini, il territorio bielorusso non è stato benedetto dalla presenza di risorse energetiche. Né gas né petrolio costituiscono capitoli irrinunciabili della produzione economica. Ma Minsk è riuscita a sfruttare comunque risorse e competenze della sua terra e della sua popolazione. Rispetto ai suoi vicini risulta il paese più organizzato, un minimo benessere è diffuso in quasi tutti gli strati della popolazione, le risorse pubbliche sono redistribuite in maniera più uniforme, le disparità sono minime.

IL SENSO DI SICUREZZA

Questo ha trasmesso alla popolazione un senso di sicurezza che negli altri paesi è mancato, rendendo meno traumatica la fase di passaggio dal sistema collettivistico a quello dell’economia di mercato, che in paesi come la Russia ha conosciuto momenti drammatici. È stato anche un punto di forza della propaganda di Lukashenko, che ha sempre ammonito (lo sta facendo anche in questi giorni) i propri cittadini a non inseguire le sirene occidentali, indicando le agitazioni in Ucraina o in Georgia come pericolose per il benessere economico e la pace sociale.

Altri dati economici supportano questa impressione. Il coefficiente Gini, che misura la diseguaglianza di una distribuzione, è in Bielorussia molto più basso che in Russia: nel 2018 era rispettivamente 25,2 punti contro 37,5. e anche nella lotta alla povertà, misurata dai ricercatori della Banca mondiale, Minsk prevale su Mosca: sempre sui dati del 2018, la quota di popolazione che viveva con meno di 1,9 dollari Usa al giorno (al netto delle differenze di potere d’acquisto) era del 5,6% in Bielorussia e del 12,9% in Russia.

KOMBINAT E KOLCHOZ, LO STATO NELL’ECONOMIA

A differenza delle altre ex repubbliche sovietiche, in Bielorussia il panorama industriale non ha subito grandi modifiche dopo la fine dell’Urss. Lo Stato aveva ricevuto in eredità numerosi conglomerati industriali, alcuni dei quali erano stati capaci di competere a livello internazionale come quelli che producono trattori, o grandi raffinerie dotate di una tecnologia relativamente moderna, e li ha mantenuti nella proprietà pubblica, rifiutando di seguire l’ondata di privatizzazioni che ha interessato tutti gli Stati dell’ex blocco est-europeo dopo le rivoluzioni del triennio 1989-1991. Gli investitori privati non sono riusciti a mettere davvero piede in Bielorussia e tre quarti dell’economia è controllata da imprese di Stato. Oltre l’industria, anche l’agricoltura ricalca il vecchio modello sovietico, aziende collettive non troppo dissimili dai modelli dei kolchoz operano con le stesse strategie e gli stessi rituali di un tempo, comprese le gare interne fra i lavoratori a chi produce di più.

E a differenza degli ultimi anni del comunismo, qui i salari arrivano modesti ma puntuali con una regolarità che molti lavoratori di altre ex repubbliche sovietiche potevano invidiare.

LA FINE DEL PATTO SOCIALE

Un patto sociale: tranquillità economica in cambio del potere, sicurezza sociale minima in cambio dell’assenza di libertà. Ha funzionato per due decenni, dall’insediamento di Lukashenko nel 1994 sino alla metà degli anni Dieci, quando secondo i dati della banca russa Sberbank il Pil di Minsk si è triplicato, mentre negli altri Stati post-sovietici si alternavano guerre e crisi. Poi è arrivata la stagnazione e lentamente, anno dopo anno, quel patto si è allentato, fiaccato soprattutto dalle aspettative dei più giovani. Anche il boom dell’industria tecnologica, realizzato attorno al progetto del Belarus High Technologies Park e capace di dire la sua a livello internazionale, non è tale da trainare l’intera economia.

LA CRISI DEL BUSINESS CON IL PETROLIO RUSSO

La dipendenza dalla Russia resta il maggior fattore di debolezza dell’economia bielorussa, soprattutto per l’energia. Nel 2019 la bilancia commerciale con Mosca ha registrato uno squilibrio di 9 miliardi di dollari, con il 99% di import energetico e il 96% di armi (fonte Ispi), mentre lo sconto russo sul petrolio toccava 2 miliardi di dollari.

Dietro questo sconto, ricostruisce il corrispondente dello Spiegel da Mosca Benjamin Bidder, si nasconde il fulcro del modello di business di Lukashenko, che gli ha permesso di sostenere il patto sociale. Per molto tempo, la Russia ha consegnato la materia prima ai suoi vicini a prezzi di dumping, senza il normale dazio all’esportazione. Sui circa 24 milioni di tonnellate stimate in tempi recenti dal think tank Berlin Economics, specializzato in Europa orientale, circa 6 milioni ne vengono vendute sul mercato mondiale per conto della Bielorussia. I restanti 18 milioni di tonnellate vengono trasformati in carburante nelle grandi raffinerie di Naftan e Mozyr, tra le altre. La Bielorussia beneficia due volte: dai bassi prezzi interni della benzina e dalle elevate eccedenze, perché la maggior parte della produzione della raffineria è venduta all’estero. Ma è un business soggetto a crisi, cicliche e strutturali: nel 2014 e quest’anno per il crollo dei prezzi del petrolio sul mercato, dal 2024 per gli effetti della cosiddetta manovra fiscale russa, la riforma della tassazione all’esportazione del greggio che eliminerà gli sconti.

Le conseguenze per l’economia bielorussa possono essere drammatiche. Sempre secondo i calcoli degli esperti di Berlin Economics, il prezzo del petrolio aumenterebbe di 130 dollari per tonnellata, la perdita delle entrate ammonterebbe a circa 3,1 miliardi di euro, il 15% delle entrate di bilancio. Con un numero di investimenti diretti esteri molto basso, le alternative non sono molte. Ma potrebbe non essere più Lukashenko a gestire la crisi del suo stesso modello economico-sociale.

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