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Russia Ucraina Putin

Perché la Russia cercherà un accordo sull’Ucraina

In Russia sono già rilevabili segni di stanchezza. Con la decisione dell’Ue è verosimile che tale stanchezza aumenterà. L'analisi del generale Carlo Jean

Una trentina di anni fa ho pubblicato da Laterza un volumetto dal titolo “Se vuoi la pace comprendi la guerra”. Mi aveva indotto a farlo lo stimolante saggio di un padre gesuita, docente alla Georgetown University, che sottolineava la straordinaria convergenza della tradizionale dottrina cattolica della “guerra giusta” con la teoria clausewitziana della guerra limitata. Anch’essa, almeno implicitamente contiene i precetti del moderno diritto internazionale bellico, espressi dallo “jus ad bellum” e dallo “jus in bello”. Per inciso, la validità della dottrina cattolica, di derivazione agostiniano-tomistica, è stata ribadita negli anni ’80 dal Catechismo della Chiesa Cattolica, nella sezione relativa al Quinto Comandamento – “Non uccidere”, che sembra sia stata scritta direttamente dall’allora cardinale Ratzinger. Particolarmente interessanti nell’attuale situazione internazionali sono le considerazioni sulla “legittima difesa” e sulla “responsabilità d’intervento a fini umanitari” (R2P – Responsability to Protect).

Il dibattito si è ravvivato in occasione della decisione del Consiglio europeo di stanziare 50 miliardi di euro per l’Ucraina nel periodo 2014-27. Con essa l’Ue abbraccia implicitamente il principio – sempre dichiarato, ma che sembrava smentito dalla  cd “fatica” delle sue opinioni pubbliche nel continuare a sostenere l’Ucraina contro l’aggressione russa – di sostenere la resistenza di Kiev, anziché abbandonarla al suo destino, inducendola ad accettare le condizioni del Cremlino, in pratica una resa incondizionata, gabellata come “negoziato di pace” o di ricorso alla diplomazia invece che alle armi.

Le condizioni poste dal Cremlino per l’inizio di negoziati sono sottaciute dai fautori occidentali della “Pace”. Essi non precisano in che cosa sarebbe una pace. Essa potrebbe consistere solo in quella che Putin chiama la “de-nazificazione” dell’Ucraina e nella sua rieducazione, che dovrebbe durare almeno per 25 anni, sotto la guida di un governo “fantoccio” di Mosca. Dovrebbe poi prevedere la “smilitarizzazione” dell’Ucraina, a cui il patriarca Kirill aggiunge la sua “liberazione del peccato”, riferendosi alla neutralizzazione di quella che pensa essere il permissivismo ucraino nei confronti dei gay, che allontanerebbero il popolo dai valori della “vera fede” – quella ortodossa, canonicamente facente capo al Patriarcato di Mosca e di “tutte le Russie”.

Pensare che nella guerra sia in gioco solo il possesso di qualche regione è prendersi in giro, al pari di affermare che la Russia si sentisse minacciata dalla Nato o che sia intervenuta per salvare la minoranza russa in Ucraina. Basta una lettura anche superficiale degli scritti di Putin e della “dottrina di sicurezza russa” per capirlo, beninteso se si vuole capirlo e comprendere perché gli ucraini si difendano.

Il “cavallo di battaglia” dei fautori di quello che chiamano “negoziati di pace”, ma che in realtà consiste nella resa di Kiev è divenuto – dopo il fallimento della controffensiva ucraina del 2023, su cui Zelensky aveva attribuito obiettivi irraggiungibili con i mezzi che aveva a disposizione – il fatto che l’Ucraina verrà comunque sconfitta e che il prolungamento della sua resistenza provocherà solo la completa distruzione del paese, senza modificare sostanzialmente gli obiettivi che il Cremlino raggiungerà comunque. Gli ucraini non l’avrebbero capito. Continuano a parlare di vittoria. Vengono addirittura irrisi perché lo fanno, non rassegnandosi alla sconfitta. L’Occidente dovrebbe spingerli alla resa – pardon! al negoziato di pace – troncando ogni sostegno. Dovrebbe convincerli che non possono vincere la Russia. Molti dei sostenitori dell’impossibilità della vittoria ucraina sono evidentemente persuasi che essa significhi una sfilata a Mosca dei carri armati ucraini.

In questo hanno evidentemente torto. Nella storia non è stato spesso così. La vittoria dei Vietcong sugli Usa non è consistita nello sbarco delle truppe di Hanoi in California, ma nel fatto che gli Usa si erano stancati di un conflitto, i cui costi superavano i possibili benefici e in cui non erano coinvolti loro interessi vitali. Anche in Russia sono già rilevabili segni di stanchezza. Con la decisione dell’Ue – che potrebbe anche stimolare il Congresso americano a sbloccare i 60 miliardi di dollari richiesti da Biden per l’Ucraina – è verosimile che tale stanchezza aumenterà. Potrebbe provocare una maggiore disponibilità del Cremlino a proposte credibili di negoziati, soprattutto qualora dovesse fallire l’offensiva russa prevedibile per la seconda metà del 2024. La cosa non è impossibile, malgrado la superiorità russa in uomini e mezzi, soprattutto se fossero trasferiti a Kiev mezzi di fuoco a lunga gittata e armi contraeree in condizioni di diminuire danni e perdite degli indiscriminati attacchi aerei e missilistici russi alle città ucraine. Strano – ma non tanto che non se ne parli in Italia, concentrata sui bombardamenti israeliani a Gaza!

Un altro evento che potrebbe aumentare la propensione russa a cercare un accordo potrebbe essere la mancata elezione di Trump, a cui viene accreditata la volontà di accordo con il Cremlino in funzione anti-cinese (forse impropriamente, dato che Trump è stato il primo ad autorizzare la consegna a Kiev nel 2017 di armi letali, negata dal suo predecessore).

Con la decisione di sostenere l’Ucraina almeno fino al 2027, l’Ue ha comunque dato un chiaro segnale circa la sua volontà di continuare il sostegno alla resistenza ucraina e forse anche di aver compreso che esso rappresenta un investimento per la sua sicurezza e forse anche per il rafforzamento dei rapporti transatlantici. L’ultima cosa che spesso si sottace è che la resistenza all’aggressione russa è voluta dagli ucraini. Nessuno l’ha loro imposta. Anzi, gli Usa, potenza guida dell’Occidente, volevano, all’inizio dell’aggressione russa, trasferire Zelensky al sicuro. Sono stati gli ucraini a volere resistere. A parer mio, le sorti del conflitto sono ancora da decidere. Forse una rilettura della storia del pensiero strategico e del significato di vittoria potrebbe essere utile per chiarirsi le idee su quanto accaduto e sulle sue prospettive nella sostanziale imprevedibilità del futuro, in quella che Clausewitz chiama “la nebbia della guerra”.

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