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Perché la Russia abbraccerà la Cina

Governo

La Russia rifornirà in prospettiva il grande mercato cinese, ma ai prezzi e alle condizioni che saranno dettate da Pechino. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Non deve essere stato facile per Vladimir Putin, nel suo discorso al forum di San Pietroburgo, affermare che la Cina, è oggi “il centro dello sviluppo”. Il Paese, cioè, che, secondo il suo modo di argomentare, ha posto fine all’”era dell’ordine mondiale unipolare” del bel tempo andato, “nonostante tutti i tentativi di preservarla con qualsiasi mezzo”. Difficile dire se la leva del cambiamento sia anche quella della sua “operazione militare speciale” in Ucraina. Certo è che in quell’intervento, la retorica patriottarda è stata debordante, con accuse contro tutti. I nazionalisti di quel Paese martoriato, decisi a portare avanti un genocidio contro la componente russofona. L’Occidente che presta assistenza militare e ha decretato le sanzioni. L’Europa che “ha perso la sua sovranità”.

Tra tante affermazioni volte a mobilitare il “fronte interno” alcune ammissioni pericolose. La Russia in questi anni ha sostenuto i movimenti populisti e sovranisti in tutta Europa. Non certo un regalo per Marine Le Pen e i suoi omologhi italiani. E alcune contraddizioni lancinanti. “La struttura economica dell’Ucraina richiederà ingenti sussidi”, con la sua adesione – ha pontificato – “rischia di diventare una colonia dell’Unione europea”. Tema che vale la pena approfondire.

Finora le devastazioni maggiori si sono verificate nella regione del Donbass. Città interamente rase al suolo dall’artiglieria pesante, dai missili e dai bombardamenti aerei. Per rimettere in piedi fabbriche come l’Azovstal, il fortino delle milizie ucraine, ci vorranno anni e una enorme disponibilità di capitali. La distruzione delle varie infrastrutture, ponti, strade, edifici pubblici è stata sistematica. Gli enormi casermoni, stile sovietico, in cui abitavano centinaia di cittadini, sono, nella loro stragrande maggioranza, talmente lesionati che andranno abbattuti e ricostruiti di sana pianta. Quanto costerà tutto questo? Si parla di una cifra compresa tra i 500 ed i 1.000 miliardi di dollari, destinati a pesare interamente sulle finanze russe. Considerato che difficilmente l’esercito d’occupazione lascerà le zone conquistate. Sulla restante parte del territorio, invece, i danni sono rilevanti, ma non così drammatici.

La Russia, il cui prodotto nazionale lordo non supera i 1.500 miliardi di dollari è in grado di farsi carico di questo fardello? Può lanciare una sorta di piano Marshall? Francamente ne dubitiamo. La sua economia è fortemente dipendente dal prezzo del petrolio. Cresce se la relativa rendita lo consente, ma crolla, come già è avvenuto dal 2009 in poi, se la congiuntura internazionale volge al peggio. Oggi gli introiti, grazie a un’inflazione forsennata, sono abbondanti. Ma quel tirare troppo la corda, come già sta avvenendo, rischia di riaprire le porte alla stagflazione, e allora saranno dolori non solo per Putin, ma per tutto il mondo dei produttori. Vale a dire l’OPEC+.

C’è solo da aggiungere che quelle riserve sono come uno yogurt. Hanno una scadenza. Il 2050, quando l’uso dei combustibili fossili sarà fortemente ridimensionato, sembra lontano. Ma il mercato anticipa e accelera. Nucleare di nuova generazione, produzione di idrogeno, ulteriore sviluppo delle energie green: questa è la grande congiura dei prossimi anni contro Putin. Che, almeno finora, non ha avuto la forza, come invece è avvenuto in altri Paesi produttori, come l’Arabia Saudita, di progettare un futuro diverso per il suo Paese, che andasse oltre la rendita petrolifera.

Gli restano, comunque, le porte dell’Oriente. Quel rapporto preferenziale, ma soprattutto subalterno, con la Cina. Ma non saranno rose e fiori. Senza andare troppo a ritroso nel tempo, il contrasto tra questi due blocchi è antico quanto la storia del movimento operaio. Grandi dispute ideologiche, conflitti territoriali, guerre seppure limitate. Oggi Putin, per necessità, è costretto a dimenticare. Ma quelle contraddizioni non spariscono con un colpo di bacchetta magica. Anzi.

Il prodotto interno cinese è dieci volte quello della Russia. Così come il numero di abitanti. In compenso la sua superficie, pari a 9,6 milioni di kmq, è poco più della metà, rispetto ai 17 milioni di kmq della Russia. Il che, per inciso, ci dà l’idea della follia di Putin. Quell’imbarcarsi in una nuova guerra di conquista, ai danni dell’Ucraina, quando la densità demografica del Paese – 9 abitanti per chilometro quadrato – è tra le più basse al mondo. Con un’ulteriore aggravante. Solo il 23 per cento della popolazione russa vive nelle zone asiatiche. Che sono poi quelle di confine (4.250 chilometri) proprio con i territori del Celeste impero.

Dati che dovrebbero far riflettere, specie se si considerano le differenze nello sviluppo storico dei due Paesi. Sul piano economico, la Cina, Paese con poche materie prime, deve il suo enorme sviluppo solo all’intelligenza del proprio popolo. La Russia, un oceano di gas e petrolio, ma incapace di andare oltre una gestione mercantile di quella manna, piovuta dal cielo. Rifornirà, in prospettiva, il grande mercato cinese, ma ai prezzi e alle condizioni che saranno dettate da Pechino. Putin, tuttavia, – si potrebbe obiettare – può sempre cambiare registro. Puntare su uno sviluppo tecnologico endogeno, come ha accennato, del resto nel suo intervento a San Pietroburgo.

Più facile a dirsi che a fare. Il grande sviluppo economico cinese è stato il frutto di una dura battaglia politica, all’interno del gruppo dirigente del Partito. Con tanto di lacrime e sangue: dalle semplici deportazioni dei soccombenti, alla loro eliminazione fisica. Alla fine, grazie soprattutto alla leadership di Deng Xiaoping, ha vinto una linea riformista, che si fondava teoricamente sulle elaborazioni di coloro che Stalin aveva eliminato. Un nome tra i tanti Nikolaj Bucharin, condannato a morte nel 1938. Come si può vedere l’esatto opposto dei numi tutelari cui Putin fa riferimento. Ne deriva che forse la Russia non finirà schiacciata dai denti del dragone cinese, tuttavia meglio non sottovalutare il monito della storia. Che invita a guardarsi dai Paesi limitrofi, e privilegiare la lontananza.

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