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Perché la maggioranza M5s-Pd al Senato barcolla

di

prima repubblica

Conte ha parlato di “ampio riscontro della tenuta della maggioranza”, al Senato. Quell’”ampio” stona di fronte ai quattro voti in più ottenuti rispetto al minimo necessario. Dei quali due provenienti dai senatori a vita Monti e Cattaneo. 

Si può comprendere e persino condividere, viste le condizioni di emergenza virale in cui ci troviamo, col rischio del coprifuoco da importare dalla Francia e del confinamento natalizio, il sospiro di sollievo del governo e della maggioranza per la scampata sconfitta al Senato nella votazione sul cosiddetto scostamento di bilancio per via di ulteriori 22 miliardi di euro di deficit. Occorrevano almeno 161 voti, equivalenti alla maggioranza assoluta dell’assemblea, e il governo ne ha ottenuti 165: “addirittura” quattro in più. Giustamente il ministro (grillino) dei rapporti col Parlamento, Federico d’Incà, al banco del governo, al posto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte impegnato a Capri, ha applaudito alla proclamazione del risultato.

Poi Conte, tornato da Capri, e altri ministri hanno potuto serenamente partecipare all’ormai tradizionale incontro conviviale al Quirinale con un rinfrancato -pure lui- presidente della Repubblica in vista del Consiglio Europeo. Cui il presidente del Consiglio è in grado di partecipare senza l’inconveniente, diciamo così, di una sconfitta parlamentare dimostrativa della crisi latente in cui da tempo vive una maggioranza assai composita. Il cui principale partito o movimento, quello delle 5 Stelle, è diviso tra governisti e antigovernisti, sull’orlo di una scissione.

Se è comprensibile e -ripeto- persino condivisibile il sollievo, non lo è per nulla il tono enfatico del presidente del Consiglio. Che da Capri e poi anche a Roma ha parlato persino di “ampio riscontro della tenuta della maggioranza”, pur nell’abituale, cronica ristrettezza dei numeri del Senato. Quell’”ampio” stona di fronte ai quattro voti in più ottenuti rispetto al minimo necessario. Dei quali due provenienti dai senatori a vita Mario Monti ed Elena Cattaneo. Che hanno, per carità, tutti i diritti degli altri regolarmente eletti e non nominati dal presidente della Repubblica per avere “illustrato la Patria”, come dice l’articolo 59 della Costituzione. Ma di solito anche in altissimo loco, cioè al Quirinale, quando vengono formati i governi e se ne valuta la maggioranza autosufficiente non si tiene conto né dei senatori di diritto, in quanto ex capi dello Stato, com’è in questa legislatura Giorgio Napolitano, né dei senatori di nomina presidenziale. Altri tre voti, mancando i quali il governo si sarebbe salvato solo per due, fermandosi a quota 162, sono arrivati da ex forzisti del gruppo misto che si considerano ancora all’opposizione, o quanto meno estranei alla maggioranza: Sandra Lonardo Mastella, Raffaele Fantetti e Gaetano Quagliariello.

Quest’ultimo, già “presidente vicario” dei senatori di Forza Italia, come si legge su Wikipedia, ha tenuto a precisare, in una intervista al Dubbio, il carattere di “eccezione” del “nostro sì al governo”, accordato per supplire alle assenze di colleghi della maggioranza impediti dal virus. E per i quali bisognerebbe decidersi a ricorrere al “voto a distanza”, cioè telematico, ha detto il senatore, peraltro costretto a votare ieri “in uno sgabuzzino” collegato al sistema elettronico per le condizioni in cui si lavora a Palazzo Madama, rispettando le distanze imposte dal rischio di contagio.

Sul merito dell’azione di governo Quagliariello ha denunciato l’assenza di “una strategia in questa contingenza” e “un ritardo pazzesco”, perché “il problema non è soltanto quello di fare la caccia al miliardo, ma avere progetti concreti e credibili”. Senza i quali -ha avvertito il senatore e professore- rischiamo di “perdere soldi o farli arrivare in ritardo” dall’Europa.

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