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Perché la Germania è più europea e l’Europa meno tedesca con il Recovery Fund

di

Angela Merkel

Ruolo, obiettivi ed evoluzioni di Angela Merkel in Europa. C’è voluta una devastante pandemia per superare il “dissidio spirituale” della Germania con l’Europa? Il Bloc Notes di Michele Magno dopo l’accordo sul Recovery Fund

 

C’è voluta una devastante pandemia per superare definitivamente il “dissidio spirituale” della Germania con l’Europa, come lo definì Benedetto Croce nel 1944. Comunque si giudichi l’accordo siglato in queste ore a Bruxelles, oggi la Germania è più europea e l’Europa è meno tedesca. Mettiamo pure da parte l’aggettivo “storica”, ma una svolta c’è stata ed è significativa. Tutto merito della signora Merkel? Ovviamente no, ma essa è inestricabilmente legata anche al suo intuito e alla sua visione politica.

All’inizio del terzo millennio, la Germania era in ginocchio e non sembrava in grado di riprendersi dallo shock della riunificazione. Dieci anni dopo era una nazione ammirata e anche temuta. Politicamente stabile, è riuscita a realizzare una radicale riforma del welfare e una gigantesca riconversione produttiva, grazie alle quali è assurta al rango di potenza egemone del Vecchio continente. Avviate nel 2003 dalla Spd di Gerhard Schröder e dai Grünen di Joschka Fischer, hanno propiziato un miracolo economico sbalorditivo. Gli astri sono stati benigni con Frau Merkel, ha osservato incredulo qualche commentatore.

Ma chi è, allora, la “cancelliera venuta dall’Est”? In realtà, Angela Merkel nasce nel 1954 in una città dell’Ovest, ad Amburgo. Ancora in fasce viene portata dai genitori a Quitzow, un paesino sperduto del Brandeburgo. Siamo nel cuore della Ddr. Il padre, Horst Kasner, è un pastore evangelico. La madre Herlind è insegnante di latino e inglese. Le condizioni di vita sono precarie, se non misere. La  repressione del regime di Walter Ulbricht nei confronti dei religiosi è dura. Ma Kasner, un tipo tosto, è un sacerdote convinto che cristianesimo e socialismo possano coesistere. Incaricato di dirigere un Collegio ecclesiastico, nel 1957 si trasferisce con la famiglia a Templin. Siamo a due passi dalla Polonia. Oltre le mura cittadine c’è il Waldhof, immerso nella campagna. È un istituto per handicappati, che ospita i corsi di teologia per seminaristi tenuti da Horst. Tra i suoi frequentatori c’è Rainer Eppelmann, che avrà un ruolo di primissimo piano nei moti che hanno accompagnato la caduta del Muro di Berlino. È qui che Angela passa la sua infanzia e parte della sua giovinezza.

Dopo il 13 agosto 1961, il giorno in cui viene eretto il simbolo della divisione del mondo, ai Kasner viene concesso di ricevere in dono dai parenti amburghesi libri, dischi, vestiti, generi alimentari. La teenager Angela diventa una fan dei Beatles e può indossare, tra l’invidia dei suoi coetanei, dei blue jeans nuovi di zecca di cui va fiera. Eletta “alunna ideale” dai compagni di scuola, si reca spesso nella capitale dello “Stato degli operai e dei contadini” per visitare musei, assistere a rappresentazioni teatrali, acquistare cartoline di opere d’arte. Come lei stessa racconterà, a quindici anni impara a memoria i nomi di tutti i ministri del governo di Bonn, ascolta furtivamente alla radio i notiziari sull’elezione del presidente federale Gustav Heinemann, apprezza i discorsi di Helmut Schmidt.

Nel 1968 si iscrive ai “Giovani Pionieri”, organizzazione legata alla Sed (il partito unico), dove ha modo di distinguersi per la sua stoffa da leader. Successivamente entra nel Club dei giovani matematici e si conquista un posto all’Olimpiade di russo a Mosca. Un viaggio che non dimenticherà mai: perché è a pochi metri dal Cremlino che uno dei partecipanti le parla dell’ineluttabilità della riunificazione tedesca. Dopo Mosca, tra i sedici e diciassette anni, altri viaggi: Praga, Sofia, Bucarest. Zaino, tenda, treno, jeans e eskimo. Il suo motto: “Non mostrare mai incompetenza, essere sempre la numero uno”.

Conseguita la maturità, dal 1973 al 1978 Angela studia fisica all’Università di Lipsia. Sono gli anni in cui il cantautore dissidente Wolf Biermann viene privato della cittadinanza, lo scienziato Robert Havemann viene arrestato, il filosofo Rudolf Bahro viene spedito come un pacco dall’altra parte della Cortina di ferro. Alcuni degli amici più stretti di Angela sono oppositori dichiarati del regime. Nel 1977 si sposa con Ulrich, da cui prende il cognome con cui è universalmente nota. Nel 1978 è a Berlino, ricercatrice all’Accademia delle scienze. Vi lavorano fisici di fama, ma attrezzature e laboratori sono preistorici. L’immenso calcolatore centrale è stato impiantato dalla Robotron -il Kombinat di Dresda che fabbrica computer- sul modello Ibm e funziona con le schede perforate. Tutte le attività procedono con esasperante lentezza. Nondimeno, Angela nel 1986 consegna la sua tesi di dottorato in chimica quantistica, alla quale deve però accludere un saggio di marxismo-leninismo dal titolo: “Qual è lo stile di vita socialista?”.

Censurato dalla commissione esaminatrice poiché trascurava di elogiare le virtù della classe operaia, più tardi scoprirà che dietro c’era lo zampino di un collega da lei molto stimato, Frank Schneider. Questi era infatti un “Im”, cioè un “informatore non ufficiale” della Stasi. In uno dei suoi dossier riferiva che “la donna ha contatti con circoli del Prenzlauer Berg, che poco hanno in comune con la politica del nostro Stato, e anche con giovani artisti e membri della chiesa evangelica. Nonostante consideri il ruolo guida dell’Urss alla stregua di quella di un dittatore, a cui tutti gli altri paesi socialisti soggiacciono, prova entusiasmo per la lingua e la cultura russa […]”.

Schneider probabilmente non sapeva che Angela Merkel si era avvicinata alla Da (“Demokratischer Aufbruch”, Risveglio Democratico), uno dei principali movimenti civici che animavano le strade berlinesi prima della “Wende” (La svolta) del 9 novembre 1989. Le prime — e uniche — elezioni libere tenutesi nella Ddr (18 marzo 1990) sono però disastrose per la Da. I cristiano-sociali stravincono. Angela non ci pensa due volte: si dirige verso il locale dove festeggiano la vittoria e incontra il premier in pectore Thomas de Maizière, che la nominerà vice-responsabile per la comunicazione del suo dicastero. Inizia qui la sua irresistibile ascesa al potere. Nell’ottobre 1990 si iscrive alla Cdu unificata, che la candida alle elezioni di dicembre. Entra nel Bundestag e, soprattutto, conosce il padre della “nuova Germania”.

Helmut Kohl capisce subito che “das Mächden” (la ragazzina), come l’avrebbe chiamata, era perfetta per il suo grande disegno. Era infatti donna, figlia delle due Germanie e aveva un innegabile talento politico. Il 18 gennaio 1991 giura come ministro per le donne e i giovani. Alla fine dell’anno è vicepresidente della Cdu. Nel 1994 è ministro dell’Ambiente. Presiede il vertice Onu sul clima (1995) e contribuisce alla stesura del Protocollo di Kyoto (1997). Il suo prestigio internazionale è ormai indiscutibile. Nel 1998 Wolfgang Schäuble la propone come segretario generale della Cdu.

Otto anni dopo la riunificazione, la figura di Kohl è ammaccata e stanca. Ma non sarà il solo a soccombere. Il 6 novembre 1999 viene arrestato l’ex tesoriere del partito con l’accusa di finanziamento illecito. La Tangentopoli tedesca taglierà molte teste. Anche Schäuble sarà costretto a dimettersi, sia dalla guida del partito che del gruppo parlamentare. Ma la discesa agli inferi della vecchia guardia della Cdu viene decretata il 22 dicembre 1999 da lei, con un articolo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung: “Il partito deve imparare a correre, deve sapere che potrà intraprendere la lotta contro gli avversari anche senza il proprio cavallo da combattimento, come lo stesso Kohl ama spesso definirsi. Come nella pubertà, deve liberarsi dalla propria casa paterna, deve andare per la propria via”. Scacco matto: la base comincia a tifare rumorosamente per la “donna venuta dall’Est”. Sarà lei il futuro della Cdu fino ai nostri giorni.

Paragonandola alla Thatcher, Jacob Augstein di Spiegel ha scritto: “Anche Merkel è una radicale. Ma la sua radicalità sta nel suo pragmatismo senza confini. Lei è pronta alla svolta più inattesa, eppure rimane fedele al proprio corso interno. Perché il suo compasso interiore indica sempre dove stia il prossimo obiettivo”. Un giudizio azzeccato. Dice Mefistofele nel “Faust” goethiano: “Solo il primo passo è libero; al secondo si è già schiavi”. “Un passo alla volta”, gli fa eco Angela Merkel.

Con la sua massima preferita la Kanzlerin ribadisce così un tratto distintivo del carattere tedesco: refrattario alle decisioni impulsive ma aperto all’innovazione. Federico II inizialmente non aveva intuito le potenzialità dell’artiglieria a cavallo, che considerava solo come un inutile spreco di denaro. Ma, di fronte ai vantaggi sperimentati sui campi di battaglia, la trasformò nell’arma vincente dell’esercito prussiano. Un altro Hoenzollern, Guglielmo II, accolse con diffidenza i primi veicoli con motore a scoppio realizzati sul finire dell’Ottocento da Karl Benz e Gottlieb Daimler. Successivamente favorì la nascita di quella che sarebbe diventata una formidabile industria automobilistica. Insomma: per la cultura teutonica delle regole il futuro non si trova in grembo a Giove, ma -di fronte a un presente per sua natura sfuggente e inafferrabile- deve essere preparato con cura e costruito con ponderazione.

Siamo quindi lontani dalla vulgata di una Germania cinica e egoista, di cui si è nutrita l’Europa intera dopo la grande crisi iniziata nel 2008. La tesi era sempre la stessa: è il dogma del pareggio di bilancio che sta uccidendo il sogno di Robert Schumann e di Altiero Spinelli. E dietro l’austerity imposta da Berlino molti hanno visto perfino l’ombra inquietante di Martin Lutero e quella luciferina di Max Weber, che però la genesi del capitalismo l’aveva imputata all’etica calvinista e delle sette protestanti radicali.

Beninteso, l’europeismo della Merkel non è più quello fiducioso e romantico dei padri fondatori. Ma il suo vecchio antikeynesismo non può essere dedotto — come qualcuno ha avventurosamente sostenuto — da un ottuso vincolo morale, che troverebbe una clamorosa conferma nella coincidenza semantica di debito e colpa — messa in luce già da Nietzsche — nel termine “Schuld”. E ciò per la semplice ragione che lo Stato sociale in Germania è nato prima (con Bismarck e Lassalle) e si è sviluppato poi (nella Repubblica di Weimar con il “Sozialer Rechsstaat”, lo Stato sociale di diritto) indipendentemente dalle teorie di Keynes e di Beveridge.

Un’ultima considerazione. In un pionieristico pamphlet sui problemi politici del pieno impiego (1943), Michal Kalecki sostenne che Hitler era stato il più diligente allievo di Keynes, e che il suo “keynesismo militarizzato” aveva rappresentato l’applicazione più conseguente della “Teoria generale”. Questa tesi ha profondamente influenzato i teorici dell’ordoliberalismo e dell’economia sociale di mercato, inclusa la Merkel. Ma, al di là della tragedia del nazismo, il trauma che ha segnato in maniera indelebile la biografia della cancelliera è stato il fallimento del socialismo tedesco, conclusosi con la dissoluzione della Ddr. Una sorta di “keynesismo impazzito” (Bolaffi), in cui la mortificazione della libertà dell’individuo — stupendamente descritta nel film di Florian Henckel von Donnersmarck “Le vite degli altri” (2006) — si associava a un sistema capace di garantire soltanto burocrazia, corruzione e inefficienza economica.

Un tempo dare addosso alla Merkel era uno sport assai diffuso. Senza pretendere abiure da nessuno, è giunto il momento di riconoscere che è una leader di statura mondiale (il nostro premier Conte non me ne voglia).

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