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Perché la Fed di Powell non è più accomodante

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L’articolo di Marcello Bussi, giornalista di Mf/Milano Finanza, sulla decisione della Fed

È finita l’era della politica monetaria «accomodante». Il Comitato di politica monetaria della Federal Reserve (Fomc) ha infatti omesso questo aggettivo dal comunicato finale diffuso al termine della riunione che ha deciso all’unanimità il terzo aumento dei tassi d’interesse da inizio anno, un incremento di 25 punti base al 2-2,25%.

LA REVISIONE AL RIALZO TARGATA FED DELLA CRESCITA

D’altronde gli esperti della Fed hanno rivisto al rialzo in misura consistente la crescita del pil 2018 al 3,1% dal 2,8% stimato a giugno.

CHE COSA HA DETTO POWELL DELLA FED

Nel corso della conferenza stampa, il presidente della Fed, Jerome Powell, ha spiegato che la cancellazione del termine «accomodante» nel comunicato finale non sta a segnalare un cambiamento di passo dei futuri aumenti dei tassi.

LE STIME DEGLI ESPERTI DELLA FED

Nessuna accelerazione, quindi. Almeno restando così le stime di crescita del pil e dell’inflazione, confermata al 2,1% per quest’anno. Riguardo appunto al percorso degli aumenti del costo del denaro, gli esperti della Fed stimano un altro rialzo entro fine anno e ne ritengono probabili tre nel 2019.

I DETTAGLI SUL RIALZO DEI TASSI

«Questi tassi rimangono bassi», ha detto Powell. «Il graduale ritorno alla normalità sta contribuendo a sostenere la forza dell’economia con benefici a lungo termine per tutti gli americani». L’aumento deciso ieri è l’ottavo da quando la Fed ha iniziato a incrementare il costo del denaro a fine 2015 dopo averlo tenuto inchiodati vicino allo zero dopo la crisi finanziaria del 2008. E’ inoltre la prima volta in dieci anni che i tassi salgono al di sopra dell’inflazione core, depurata dai prezzi dell’energia e degli alimentari, che a luglio si è attestata al 2%.

LE ISTITUZIONI E LA POLITICA

«Le nostre decisioni non sono condizionate da fattori politici», ha dichiarato Powell, rispondendo alle domande dei giornalisti sui recenti commenti del presidente Donald Trump, secondo il quale nuovi aumenti dei tassi potrebbero minare la crescita economica. La Fed «cerca di fissare la politica monetaria per raggiungere la piena occupazione in un contesto di stabilità dei prezzi», ha sottolineato Powell e in questo «non vengono considerati fattori politici».

I CANDIDATI AL BOARD DELLA FED

Il numero uno della banca centrale ha anche detto che la Casa Bianca lo consulta sui possibili candidati al board della Fed, sottolineando però che la decisione è «completamente sotto il controllo della Casa Bianca e del presidente». Alla domanda se sia stato lui a raccomandare l’ultima nominata da Trump al consiglio della Fed, Nellie Liang, Powell ha risposto che in passato la Casa Bianca si è consultata con la banca centrale e continua a farlo. Senza menzionare alcun candidato, Powell ha aggiunto di essere «eccitato» dalla squadra che si sta costituendo per guidare la Fed.

COME POWELL SI SMARCA DAI DAZI DI TRUMP

Per quanto riguarda la politica dei dazi attuata da Trump, Powell ha detto che «non siamo responsabili della politica sul commercio e non facciamo commenti su particolari azioni nel settore», aggiungendo però che «ascoltiamo un crescente coro di preoccupazione», anche se finora non hanno avuto un impatto rilevante sui dati economici. Powell dice che un risultato con tariffe inferiori sarebbe positivo per l’economia. Ma se molte barriere vengono alzate e rimangono lì, allora «questo sarà male» per l’economia americana. Per quanto riguarda gli effetti dei dazi sull’inflazione, il banchiere centrale ha dichiarato che «si potrebbero vedere i prezzi in rialzo, ma ancora non è così».

LE PROIEZIONI DELLA FED

Tornando alle stime di crescita del pil per il 2019, sono state aumentate di 0,1 punti percentuali al 2,5%, mentre quella per il 2020 è rimasta al 2%. La Fed ha pubblicato per la prima volta le proiezioni per il 2021, che vedono l’economia crescere a un tasso dell’1,8%, segnando quindi un rallentamento rispetto all’anno precedente. qualcuno l’ha considerato un segno di sfiducia nei confronti delle politiche di Trump.

(estratto di un articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

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