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La disfatta in Afghanistan avrà gravi conseguenze anche in Occidente. Firmato: Urso (Copasir)

Missione Afghanistan

Il precipitoso ritiro imposto dalla amministrazione Usa ha spiazzato gli alleati della Nato trasformando una scelta politica in una disfatta militare e culturale. Il post di Adolfo Urso, presidente del Copasir, tratto dal suo profilo Facebook.

 

Kabul come Saigon?

Le drammatiche immagini della fuga in elicottero ritornano laddove sembrava impossibile a pochi giorni dal ventesimo anniversario dell’11 settembre.

Il precipitoso ritiro imposto dalla amministrazione Usa ha spiazzato gli alleati della Nato e creato condizioni di estrema urgenza trasformando una scelta politica in una disfatta militare e culturale che segnerà la nostra generazione.

Due riflessioni: la prima, contingente ma al contempo drammatica, riguarda gli interpreti e le loro famiglie che hanno collaborato con i nostri militari, che avrebbero dovuto essere messi in salvo e che invece sono rimasti bloccati ad Herat in balìa delle vendette dei talebani. Clamorosi errori di previsioni hanno compromesso il piano di salvataggio, evidentemente inadeguato a fronte del precipitarsi degli avvenimenti.

La seconda questione, ovviamente sistemica, riguarda la strategia dell’Occidente che appare non più in grado di rispondere alle nuove epocali sfide. Ora deve fronteggiare nel contempo l’imperialismo cinese che si afferma anche con l’arma della supremazia tecnologica ed economica e il fondamentalismo islamico in Asia e in Africa, cioè nei continenti del futuro, che vuole imporre la supremazia religiosa e culturale, colpendo anche in Europa. In entrambi i casi si tratta di una minaccia sistemica che mette a rischio i valori fondamentali della nostra civiltà.

La disfatta in Afghanistan avrà gravi conseguenze anche in Occidente come accadde con la sconfitta in Vietnam, farà riflettere sulla possibilità di “esportare” in altri contesti i nostri modelli sociali ed istituzionali, non solo sugli strumenti usati: se vent’anni di impegni e risorse si sono dissolti in venti giorni di offensiva militare non lo si può imputare solo al ruolo ambiguo del Pakistan e nemmeno alla strategia cinese o russa; vuol dire che il progetto era costruito intorno ad un castello di sabbia, ciò chiama in causa proprie le fondamenta del nostro agire civile.

Il pericolo è che si saldino proprio a Kabul nuovi e imprevedibili legami tra gli interessi espansionistici cinesi e quelli islamici.

Un’alleanza, peggio una tenaglia che va a ogni costo fronteggiata con piena consapevolezza di quanto importante sia la posta in palio: la nostra libertà, la nostra civiltà, la nostra storia.

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