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Perché la Cdu di Merkel si affida a Laschet

Laschet Cina

Ecco obiettivi e scenari per la Cdu con Laschet. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

Ormai siamo agli ultimi fuochi. La scelta faticosamente raggiunta in nottata dalla presidenza della Cdu dovrà essere formalizzata anche dal contendente sconfitto, Markus Söder (secondo le ultimissime indiscrezioni lo farà in mattinata), poi sarà solo campagna elettorale. E l’Unione (Cdu-Csu) si presenterà con quello che al momento appare il candidato più debole: Armin Laschet.

La partita di scacchi (in verità assai rumorosa) fra i due sfidanti sembrerebbe aver trovato le sue mosse finali tra il pomeriggio e la nottata di ieri, 20 aprile, proprio nel giorno in cui il partito dei Verdi ha presentato la sua candidata alla cancelleria, Annalena Baerbock. Nel primo pomeriggio, in una conferenza stampa da Monaco, Markus Söder aveva rimesso la decisione nelle mani del partito maggiore, la Cdu, ribadendo la sua disponibilità alla candidatura ma assicurando che avrebbe accettato la decisione finale. E al termine di una drammatica riunione straordinaria serale del consiglio direttivo (Gremium), prolungatasi per più di sei ore fino a oltre la mezzanotte, ila presidenza della Cdu ha emesso il suo verdetto, con 31 voti per Lachet, 9 per Söder e 6 astensioni. Tutti i leader del partito erano intervenuti a favore del loro neo presidente.

Ora la palla torna a Monaco e si attende quella che nella consuetudine politica americana si chiamerebbe “la concessione” di Söder. Infine gli ultimi dettagli formali dei due partiti.

L’intenso e acceso dibattito che ha partorito la scelta di Laschet ha infiammato le cronache politiche e dato spunto a commenti anche sarcastici sulla solidità dei due partiti cristiano-democratici. Molti osservatori hanno confrontato la turbolenza democristiana con la compattezza dimostrata dai verdi, descrivendo un mondo politico capovolto, nel quale gli ex ribelli sarebbero diventati responsabili e gli ex responsabili dei cannibali. Ma sono cronache che cedono un po’ alla moda sensazionalistica dei tempi e che non considerano un elemento essenziale: che un partito (o un raggruppamento) discuta fino allo sfinimento del proprio futuro dopo oltre 20 anni di leadership bloccata su Angela Merkel appare non solo normale, ma anche espressione di buona salute (della democrazia). Il candidato dell’Unione ha le maggiori probabilità di diventare il prossimo cancelliere e di plasmare la Germania del dopo Merkel. E dato il frammentario panorama partitico tedesco attuale, forse non solo per la prossima legislatura ma per l’intero decennio.

Dunque un confronto a tutto campo sul futuro dell’unico partito di massa sopravvissuto al logorio della politica moderna, ma anche del Paese cardine dell’Europa. Nel quale è entrato in maniera sottile ma chiara anche un’ulteriore controversia: quella tra i sostenitori della democrazia rappresentativa e i fautori di una forma più o meno velata di democrazia diretta. Tra chi insomma ritiene che i partiti e i loro gruppi dirigenti eletti abbiano ancora il compito e il dovere di valutare e decidere secondo criteri propri e chi invece premeva affinché sondaggi ed esigenze personali degli eletti (leggi la voglia di riconferma) avessero la priorità.

È su questa dicotomia che in fondo si è giocata la partita tra Laschet e Söder, con il primo coperto dal consenso del gruppo dirigente della Cdu e il secondo sospinto dai sondaggi e dalla paura dei deputati più a rischio di perdere il proprio seggio.

Alla fine ha prevalso la linea “rappresentativa”, nonostante i sondaggi indichino che la corsa di Laschet sia tutta in salita. Secondo l’ultimo sfornato proprio ieri, la sua candidatura costerebbe al momento addirittura 98 seggi all’Unione, che arriverebbe ancora prima ma subendo gravi perdite. Ma i sondaggi, sostengono i sostenitori di Laschet, sono la fotografia di un momento, che va tenuta presente ma non può condizionare le scelte fondamentali di un partito. È risuonata una vecchia massima attribuita a Mario Cuomo, ex governatore di New York: la campagna elettorale è poesia, il governo è prosa (“You campaign in poetry, you govern in prose”). D’altronde è ancora viva la memoria di quelli dell’inverno 2017 che avevano cullato i sogni di Martin Schulz di poter liquidare Angela Merkel (alcuni avevano annunciato addirittura il sorpasso): nell’autunno successivo le urne decretarono il quarto mandato di Merkel e il minimo storico per la Spd di Schulz.
I dirigenti della Cdu hanno ritenuto che sia Armin Laschet l’uomo che può governare in prosa. Certo, ora dovrà recuperare alla battaglia elettorale sia Markus Söder che la sua Csu, che dopo quasi vent’anni aveva accarezzato l’idea di ritentare la corsa alla cancelleria. E anche quella fetta del suo stesso partito che dubita delle sue capacità di leadership: specie le federazioni dell’est, dove il concetto di democrazia rappresentativa è più debole e aveva fatto breccia il fascino del piglio decisionista di Söder.

La politologa Andrea Römmele, professoressa alla Hertie School of Governance di Berlino, è convinta che alla lunga la scelta di Laschet sarà premiante. “In una competizione elettorale bisogna sempre tenere presenti tre fattori, il partito, il programma e le persone”, ha spiegato in un colloquio con i giornalisti della stampa estera, “il candidato da solo non basta”. Söder è stato un comunicatore più abile durante questa pandemia, un comunicatore da tempo di crisi, ma nel periodo post-covid che ci attende potrà funzionare meglio una guida più moderata e di compromesso, una leadership centrista come quella di Laschet.

Per  Römmele, Söder ha anche compiuto un azzardo di stampo “populista”, cercando di scavalcare la prima decisione del consiglio direttivo della Cdu per Laschet e provando a coinvolgere il gruppo parlamentare, puntando “sulle paure dei deputati di perdere il proprio seggio”. La Cdu ha riaffermato “il diritto di un gruppo dirigente, rappresentante di tutti gli iscritti al partito, a poter decidere valutando l’interesse generale del partito, che può essere in alcuni frangenti in contraddizione con il sentimento contingente della base”.

Laschet, prima di gettarsi nella campagna elettorale, avrà il compito di ricucire le divisioni fra i due partiti dell’Unione e quelle all’interno della stessa Cdu, uscita di suo già frammentata dal congresso virtuale di gennaio. Questa è la parte che a Laschet dovrebbe riuscire meglio, specie se Söder riuscirà a tenere a bada il suo risentimento. Poi si tratterà di tirare fuori un programma innovativo per la Germania del nuovo decennio e di convincere gli elettori. E qui la partita si fa interessante.

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