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Perché India e Pakistan guerreggiano

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L’analisi di Francesco Brunello Zanitti, presidente dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze ausiliarie), per Affarinternazionali

Il 26 febbraio, il ministero degli Esteri indiano ha reso noto un bombardamento aereo in territorio pakistano contro un campo di addestramento del gruppo armato Jaish-e-Mohammed (JeM), riconosciuta da Onu, India e Stati Uniti come organizzazione terroristica. Se l’incursione indiana va interpretata come un altro capitolo del confronto indo-pakistano risalente al 1947 e collegato al possesso del Kashmir per motivi nazionalisti e nell’ottica del controllo di preziose risorse idriche, essa però rappresenta la più importante azione indiana contro Islamabad dalla terza guerra indo-pakistana del 1971.

LOTTA PER L’EGEMONIA IN ASIA MERIDIONALE

Dal punto di vista indiano, l’operazione è stata definita come “un’azione preventiva non militare”: l’organizzazione terroristica JeM sarebbe stata pronta a effettuare un altro attentato terroristico dopo quello del 14 febbraio che ha causato la morte di 40 soldati indiani a Pulwana, nel Kashmir controllato dall’India. L’aviazione indiana avrebbe colpito il proprio obiettivo nei pressi di Balakot, ma le autorità pakistane, oltre a condannare l’azione, hanno sostenuto la mancata riuscita dell’operazione militare. Eppure, l’incursione rappresenta un imbarazzo militare per Islamabad.

La cittadina di Balakot si trova nella parte orientale della provincia pakistana di Khyber Pakhtunkhwa, non dunque nel Kashmir controllato dal Pakistan e ben oltre la Linea di controllo. Come in occasione del conflitto del 1971, in seguito al quale l’India divenne l’indiscusso egemone regionale, anche oggi è in gioco un discorso collegato a una volontà di preminenza in Asia meridionale, da interpretare considerando un contesto che coinvolge gli interessi di diversi attori.

LE RIPERCUSSIONI DEL CONFLITTO SULLA POLITICA INTERNA INDIANA

Le tensioni tra India e Pakistan di queste settimane sono collegate ad alcuni fattori interni. Ad aprile e maggio gli indiani saranno chiamati a rinnovare il Parlamento dopo cinque anni di governo presieduto da Narendra Modi. L’aumento dell’ostilità verso il Pakistan potrebbe favorire il partito populista e nazionalista al governo (Bharatiya Janata Party, Bjp).

Malgrado la vasta popolarità di Modi negli ultimi anni e una capacità di attirare l’elettorato attraverso efficaci campagne elettorali, le elezioni generali del 2019 non rappresenteranno un facile e scontato appuntamento per il primo ministro, come esemplificato dalle elezioni statali nel corso del 2018, nella maggior parte delle quali sono usciti vittoriosi i partiti di opposizione.

Tuttavia, durante le crisi tra i due vicini gran parte dell’opinione pubblica indiana chiede fermezza nei confronti del Pakistan, considerato da Nuova Delhi il responsabile dell’attentato del 14 febbraio nel Kashmir, anche per evitare che possa essere messa in discussione l’idea di un’egemonia indiana in Asia meridionale. L’azione militare indiana potrebbe dunque contribuire a rafforzare la posizione interna di Modi.

Dal canto suo, il governo pakistano risulta costantemente vincolato alle istanze di due importanti centri di potere – i servizi segreti e l’esercito – notoriamente poco inclini a politiche di normalizzazione con l’India. Il primo ministro Imran Khan sarà chiamato dall’opinione pubblica a garantire un’efficace risposta a Nuova Delhi, nonostante i timidi segnali di apertura verso il vicino poche settimane dopo la sua nomina a capo del governo nell’agosto 2018.

L’IMPORTANZA DI NUOVA DELHI PER USA E UE

Le autorità pakistane hanno annunciato che ci sarà una reazione all’azione indiana a livello politico, diplomatico e militare. Nella giornata del 27 febbraio, Islamabad ha annunciato di aver abbattuto due velivoli militari indiani e accusato Nuova Delhi dell’uccisione di sei civili nel territorio del Kashmir controllato dal Pakistan. Nella stessa giornata, l’India avrebbe abbattuto un aereo pakistano. Potrebbe esserci quindi una pericolosa escalation dai risvolti imprevedibili.

Appare comunque plausibile che gli Stati Uniti interverranno a livello diplomatico per limitare la tensione, come già avvenuto in passato in numerose altre occasioni, al di là dei continui scontri lungo la Linea di controllo. L’India è un Paese sempre più importante per la politica americana nell’Indo-Pacifico, in un ampio discorso che coinvolge la Cina.

Inoltre, l’Unione europea ha avviato una politica di avvicinamento strategico nei confronti di Nuova Delhi, mentre la Francia già da anni sostiene la posizione indiana presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per l’inclusione di Masood Azhar (fondatore e leader di JeM) nella lista delle sanzioni antiterrorismo dell’Onu. La Cina si è sempre opposta alle risoluzioni riguardanti Masood Azhar, nonostante cerchi in questa fase di limitare la tensione indo-pakistana.

IL RUOLO DI ISLAMABAD E I COLLEGAMENTI CON L’AFGHANISTAN

Il Pakistan è da par suo importante per gli interessi occidentali in Afghanistan, nonostante i problemi degli ultimi anni nelle relazioni pakistano-americane, in particolare durante l’amministrazione Trump. La riuscita positiva dell’ormai avviato dialogo con i talebani, fin dagli anni Novanta sostenuti dal Pakistan, è possibile solo mediante un’efficace collaborazione da parte di Islamabad.

Allo stesso tempo, tutti i governi indiani hanno temuto, fin dall’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, la possibile spirale di violenza e radicalismo proveniente dal teatro afghano-pakistano, che potrebbe estendersi al Kashmir. In quest’ultimo caso è bene precisare che esiste anche un movimento indipendentista, il quale, più che collegato alla politica pakistana, è emerso negli Anni Ottanta in risposta alle politiche indiane, considerate autoritarie nella regione. Una critica in seguito sfruttata anche da Islamabad.

Nuova Delhi è però sempre stata contraria a qualsiasi riconoscimento dei talebani in Afghanistan, dove ha puntato a una politica di soft power per limitare la presenza pakistana. Per l’India, un eventuale ritorno a Kabul dei talebani sarebbe quindi una sconfitta per la propria politica estera post-2001, mentre la nuova situazione afghana potrebbe favorire gli svariati gruppi radicali a portare avanti azioni contro gli interessi indiani, comportando come conseguenza un ulteriore aumento della tensione indo-pakistana in Asia meridionale.

 

Estratto di un articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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