Mondo

Perché il virus porta ai laboratori di Wuhan

di

Wuhan Institute of Virology

Perché tutto quello che sappiamo sulla pandemia porta sempre più all’ipotesi che sia stata causata da un virus ingegnerizzato e poi fuoriuscito dai laboratori di Wuhan. L’approfondimento di Enzo Reale per Atlantico Quotidiano

Sono le domande che fanno la differenza: cosa si cerca, come lo si cerca, quando lo si cerca. La frase non è farina del mio sacco ma di quello di Fabrizio Gatti, giornalista de L’Espresso e autore del libro dedicato alle origini della pandemia “L’infinito errore”, uscito da poche settimane per La nave di Teseo. Ci farà da guida a tratti in questo riepilogo necessario di un anno vissuto pericolosamente e, troppo spesso, incoscientemente. Il problema è che sono proprio le domande più semplici, gli interrogativi più scontati, quelli che spesso non vengono formulati. Per pigrizia, per mancanza di interesse, per ragioni politiche e ideologiche. Quella dell’origine del Sars-CoV-2, il coronavirus di Wuhan, è la domanda chiave del nostro tempo. Ma, curiosamente, fino a poche settimane fa, non è stata formulata ufficialmente. Anzi, chi osava suggerirne la rilevanza, era trattato con la sufficienza che si riserva solo ai disgraziati che vivono in una dimensione parallela, fatta di complotti, cospirazioni e ossessioni. O a quelli che non si piegano alla verità inoppugnabile del Partito Comunista cinese e delle sue appendici mediatiche e politiche all’estero: gruppi di interesse, redazioni, think tanks.

Noi di Atlantico Quotidiano abbiamo scelto di occuparci da subito – fin dal febbraio 2020, mentre il mondo si chiudeva davanti all’avanzare della pandemia – dei silenzi e delle menzogne del regime cinese, delle storie personali dei pochi che avevano osato sfidarne la censura, delle ipotesi alternative a quella universalmente accettata sulla genesi e la diffusione della malattia. Alla base di questa decisione non c’era solo un’istintiva diffidenza verso la propaganda della dittatura ma la consapevolezza che, più leggevamo, studiavamo e confrontavamo dati e documenti, meno verosimile ci sembrava la tesi che collocava l’inizio dell’emergenza planetaria all’interno del mercato del pesce di Wuhan: una moderna metropoli di 11 milioni di abitanti, nella quale operavano (e operano) due dei più importanti laboratori di ricerca del Paese, specializzati in studi ed esperimenti su coronavirus di origine animale e dove da anni si stavano accumulando e trattando migliaia di campioni prelevati da svariate specie di pipistrelli in aree remote della Cina rurale.

Oggi, a più di un anno di distanza, la versione iniziale è invecchiata così male da non essere praticamente citata nemmeno dai più accaniti difensori di Xi Jinping, mentre si assiste ad un progressivo ma inesorabile cambiamento di prospettiva a favore della possibile fuoriuscita accidentale del virus da uno dei suddetti laboratori, in particolare dal Wuhan Institute of Virology (WIV). Sono gli stessi mezzi di comunicazione che avevano snobbato a lungo questa possibilità a proporla oggi al loro pubblico come plausibile, senza peraltro compiere quel necessario esercizio di autocritica che contribuirebbe a renderne più credibile la conversione. Su cosa abbia determinato questa improvvisa esigenza di verità dopo mesi di conformismo ha scritto esaustivamente Federico Punzi nel numero di sabato scorso, ragionando sulla politicizzazione della scienza e dell’informazione che ha accompagnato la narrazione sulla pandemia: in poche parole, quella che con Trump era una teoria della cospirazione, con Biden diventa un’ipotesi degna di considerazione e di approfondimento.

Se comunque si trattasse di una svolta sincera con conseguenze concrete nella ricerca della cause reali della pandemia, ben vengano anche la strumentalizzazione e l’appropriazione indebita di istanze altrui. Ma viste le oggettive difficoltà di un’indagine ormai tardiva, prima chiusa e poi riaperta dall’amministrazione Biden, e il contesto avverso in cui dovrebbe svolgersi (la Cina la considera un atto ostile), c’è da temere il peggio: un nulla di fatto che lavi le coscienze occidentali, eviti di richiamare la Cina alle proprie responsabilità e accontenti un’opinione pubblica facilmente malleabile. Insomma, il contrario della ricerca della verità.

Diciamo subito che nessun ragionamento o indizio, per quanto stringente, convincerà mai gli scettici o i prevenuti. Probabilmente la prova definitiva della fuga da uno dei laboratori di Wuhan non si troverà mai, essendo del tutto improbabile che attualmente esistano ancora o siano messe a disposizione dalle autorità cinesi le evidenze che dimostrerebbero che il WIV o centri di ricerca affini stavano effettivamente sviluppando il Sars-CoV-2 o un suo precursore. Fatta questa premessa, ci si deve concentrare sulle possibili ipotesi alternative che la comunità scientifica e le classi dirigenti politiche si trovano davanti in questo momento, per identificare quale sia lo scenario più probabile.

In questi mesi sono emersi, pur in mezzo a un generale ostracismo, nuovi elementi che fanno propendere decisamente per la tesi della fuoriuscita del virus da un laboratorio di Wuhan. Ma lo sviluppo più importante, che un nuovo studio in procinto di essere pubblicato sulla Quarterly Review of Biophysics Discovery (Università di Cambridge) confermerebbe (autori Dalgleish e Sørensen), riguarda il fatto che il Sars-CoV-2 sarebbe il risultato di una serie di esperimenti realizzati nell’ambito della ricerca sul potenziamento dei coronavirus per testarne la capacità di infettare cellule umane. Insomma il Covid-19 sarebbe stato causato dal rilascio accidentale di un virus coscientemente manipolato e modificato in laboratorio durante un processo tecnicamente denominato di gain-of-function.

È precisamente su questo che l’intelligence americana sta indagando da tempo ed è questa la prospettiva che la Cina, con la complicità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di un folto gruppo di scienziati convenientemente addomesticati, ha cercato fin dall’inizio di scongiurare. Ma c’è di più. Sugli aspetti legati al finanziamento dei processi di gain-of-function da parte del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), di cui è direttore dal 1984, è stato sentito la scorsa settimana dal Senato americano Anthony Fauci, il grande fustigatore della teoria del leak ai tempi di Trump, oggi invece desicamente più possibilista e costretto sulla difensiva. Perché questa storia rischia seriamente di travolgere anche lui.

Dal giugno 2014 al maggio 2019 infatti il NIAID sovvenziona la EcoHealth Alliance, una ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak. Daszak gira questi fondi, circa 600 mila dollari, a Shi Zhengli, ormai nota alle cronache come bat-woman, la principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology. Insieme al prof. Baric, della North Carolina University, la dott.ssa Shi concentra in questi anni le sue ricerche sulla creazione di nuovi coronavirus in grado di infettare le cellule umane: sono virus chimerici, ottenuti a partire da carcasse di virus naturali attraverso l’interposizione artificiale di strutture genetiche. Una volta prodotti, i virus ingegnerizzati vengono testati su colture cellulari in vitro o su ratti “umanizzati”. Insomma, per farla breve, con i soldi del NIAID al Wuhan Institute of Virology lavorano per cinque anni sulla gain-of-function.

Il tandem Daszak-Shi tornerà molte volte nel corso di questa storia. Il 19 febbraio 2020, con un tempismo anticipatorio sorprendente, la rivista The Lancet pubblica una lettera firmata da un gruppo di virologi in cui si qualificano come “teorie della cospirazione” le tesi sull’origine non naturale del coronavirus. Una sorta di excusatio non petita promossa e sottoscritta proprio da Peter Daszak attraverso la EcoHealth Alliance. Un anno dopo, siamo nel febbraio 2021, in qualità di membro della missione OMS sui luoghi della pandemia, Daszak fa sapere nel rapporto finale di ritenere “altamente improbabile” un’origine artificiale del virus e sposta l’attenzione su un possibile e non meglio precisato focolaio proveniente dal “Sud-Est asiatico”. Peccato che nel dicembre 2019, poco prima dello scoppio dell’epidemia a Wuhan, lo stesso Daszak spiegasse con un certo compiacimento nel corso di un’intervista come i ricercatori dell’Istituto di virologia di Wuhan avevano riprogrammato la proteina spike e generato coronavirus chimerici in grado di infettare topi “umanizzati”. Daszak sapeva di cosa parlava. E lo sapeva anche Fauci quando, torniamo indietro al 2012, scriveva in un articolo per l’American Society for Microbiology che i rischi connessi ai procedimenti di gain-of-function erano “ampiamente compensati dai benefici della manipolazione dei virus”. Washington, abbiamo un problema.

Quindici mesi dopo l’inizio dell’emergenza sanitaria non c’è traccia dell’origine naturale del Sars-CoV-2. Non vi sono casi accertati di infezione tra la popolazione cinese anteriori al dicembre 2019, non ci sono registri di polmoniti atipiche causate dal nuovo coronavirus in zone diverse da Wuhan prima di quella data, non è stato individuato il famoso “ospite intermedio” che avrebbe causato il salto di specie. Oggi sappiamo che la teoria del mercato del pesce è totalmente screditata e che il pangolino fu usato come capro espiatorio a fini meramente diversivi. Anche perché gli scienziati cinesi conoscono fin dal 2013 che i coronavirus possono trasmettersi direttamente dai pipistrelli all’uomo senza necessità di passaggi intermedi.

Fabrizio Gatti, nel suo libro, cita un articolo della rivista Nature del 28 novembre di quell’anno firmato dai soliti noti Daszak e Shi, all’inizio della loro collaborazione: i due scienziati comunicano di aver identificato il genoma di due nuovi coronavirus, provenienti dai pipistrelli a ferro di cavallo delle grotte dello Yunnan (RsSHC014 e Rs3367), in grado di sfruttare l’enzima umano ACE2 come recettore per infettare la cellula e provocare la malattia. La dott.ssa Shi lo definisce “l’anello mancante” che stava cercando da dieci anni e conclude: “(…) le infezioni dirette pipistrello-uomo sono uno scenario plausibile per alcuni coronavirus”. Ecco perché un anno prima alcuni minatori del rame erano morti in seguito a una polmonite atipica contratta nelle grotte infestate di pipistrelli di Mojiang, sempre provincia dello Yunnan, a 1.500 chilometri da Wuhan. L’anello mancante, un altro virus geneticamente simile al Sars-CoV-2 (RaTG13, ne riparleremo).

C’è un problema, però: che tra questi coronavirus e il Sars-Cov-2 c’è una grossa somiglianza ma non c’è identità. Il coronavirus della pandemia da tre milioni e mezzo di morti (ufficiali) non è stato al momento isolato in nessuna specie animale e, allo stato attuale delle conoscenze, non è dimostrato che esista in natura come tale. Bisogna arrivarci al Sars-Cov-2, attraverso una serie di passaggi e di combinazioni genetiche che possono avvenire nell’ambiente in circostanze molto specifiche. O in laboratorio, grazie all’azione umana. A conti fatti gli scienziati sono concordi nell’identificare tre tipologie di coronavirus con genoma simile a quello del Sars-Cov-2: i coronavirus del pangolino (isolati nel 2017 e nel 2019), i coronavirus dei pipistrelli della famiglia della SARS e il RatG13. Ma Dalgleish e Sørensen nel loro studio concludono che “il nuovo coronavirus non ha nessun antenato naturale credibile”.

La notizia che ha riportato l’attenzione mondiale sul Wuhan Institute of Virology l’ha rilanciata il Wall Street Journal la settimana scorsa: secondo documenti dell’intelligence americana, tre ricercatori del centro sarebbero stati ricoverati in ospedale all’inizio del mese di novembre del 2019 con sintomi simili a quelli del Covid-19. In realtà non è una novità: lo scorso marzo The Australian aveva già rivelato questa circostanza, anche se non suffragata da elementi di prova concreti. È evidente che se due mesi prima dell’inizio dell’epidemia si fossero davvero registrati nel WIV casi di malattia compatibili con il nuovo coronavirus, le probabilità che il contagio si sia originato proprio all’interno del laboratorio aumenterebbero in maniera esponenziale. Da qui la riapertura del caso da parte dell’amministrazione Biden e le sdegnate smentite dei portavoce del regime cinese.

Ma già all’inizio dell’epidemia circolava in rete il nome di Huang Yanling, anche lei ricercatrice del WIV, come possibile paziente zero. Da allora se ne sono perse le tracce, la sua foto è sparita dal database dell’Istituto e nessuno sa dove sia né se sia ancora viva. Secondo David Asher, ex capo della task force del Dipartimento di Stato incaricata delle indagini sull’origine del coronavirus, la moglie di un ricercatore dello stesso laboratorio sarebbe morta di Covid-19 già a dicembre, anticipando di oltre un mese la conferma ufficiale della trasmissibilità della malattia tra persone. Speculazioni, certo, ma il silenzio ufficiale non aiuta a dissiparle.

Torniamo ai fatti, allora.

FATTO N.1

I parenti stretti del Sars-CoV-2 (ma non il Sars-CoV-2) sono stati localizzati nel corso di successive spedizioni realizzate prevalentemente nelle grotte dello Yunnan, a 1.500 chilometri da Wuhan. Come c’è arrivato un virus simile alla Sars, incubato in un chirottero, nella città dei laboratori di ricerca sui coronavirus senza infettare nessuno nel frattempo, né in prossimità delle grotte né altrove? A volo di pipistrello non sembra probabile. Detto in altre parole: se i coronavirus nascono e si sviluppano tra le montagne dello Yunnan, perché la pandemia è scoppiata proprio a Wuhan?

FATTO N.2

La struttura genetica del Sars-CoV-2 ha evidenziato fin dall’inizio la predisposizione del virus ad adattarsi alle cellule umane, infettandole, senza aver bisogno dei successivi passaggi che caratterizzano le zoonosi di origine naturale, come la prima Sars. Si legge in uno studio del team diretto dalla virologa Alina Chan: “Quando il Sars-CoV-2 è stato rilevato per la prima volta alla fine del 2019, era già pre-adattato alla trasmissione umana in misura simile alla Sars-CoV epidemica in fase tardiva”. Una constatazione difficilmente associabile a cause naturali (in ogni caso al momento ignote) e del tutto compatibile con le colture cellulari o l’uso dei topi umanizzati negli esperimenti di gain-of-function.

FATTO N.3

La furina è un enzima che attiva la proteina spike, attraverso un processo di scissione delle sue due unità principali (S1 e S2). In pratica è l’elemento decisivo nel processo di infezione della cellula. Il Sars-CoV-2 è l’unico coronavirus della famiglia della SARS che mostra un punto di scissione perfettamente posizionato in corrispondenza delle due unità, in modo da rendere assolutamente precisa l’azione dell’attivatore. È difficile ipotizzare che questo meccanismo sia frutto di un processo naturale di combinazione e mutazione, anche perché non vi sono riscontri in tal senso nella virologia recente e ancor meno associati a patologie compatibili con i virus SARS. Mentre, sostiene il Dott. Steven Quay, “almeno undici esperimenti di gain-of-function, in cui viene aggiunto un punto di scissione della furina per rendere un virus più infettivo, sono pubblicati come open source, tra cui quelli della Dott.ssa Shi Zhengli, capo della ricerca sul coronavirus presso il Wuhan Institute of Virology”.

Sulla peculiarità del punto di scissione della furina si sofferma anche la ricercatrice italiana Rossana Segreto che, in collaborazione con Yuri Deigin, ha pubblicato lo scorso novembre uno studio di cui consiglio la lettura integrale. È il primo lavoro, almeno tra quelli che ho consultato, in cui si formula un’ipotesi concreta sull’origine da laboratorio del Sars-CoV-2. Secondo Segreto e Deigin il nuovo coronavirus sarebbe il risultato della combinazione artificiale (virus chimera) della struttura di un virus simile al RaTG13 (ricordate i minatori dello Yunnan?) con il vettore RDB isolato nei pangolini, strumento necessario e in questo caso sufficiente affinché avvenga il primo legame della proteina spike del Sars-CoV-2 al recettore cellulare ACE2 umano. Il che spiegherebbe anche un’altra peculiarità del nuovo coronavirus, ovvero l’unicità della sequenza di amminoacidi che ne determinano la sostanza proteica, che sarebbe stata modificata appositamente affinché le due componenti risultassero compatibili (sulla stessa linea il virologo Giorgio Palù, dell’Università di Padova).

FATTO N.4

Sulla furina e sulle caratteristiche eccezionali degli amminoacidi, in grado di attecchire alla cellula come un magnete aumentando il potenziale infettivo, si soffermano anche Dalgleish e Sørensen nel loro studio di prossima pubblicazione. I due studiosi introducono però anche un altro elemento che getta una luce inquietante sugli esperimenti al WIV: i virologi cinesi avrebbero, dopo lo scoppio della pandemia, “retro-disegnato” il Sars-CoV-2 in modo da accreditarne l’origine naturale. Il probabile riferimento, che troviamo anche nel lavoro di Segreto e Deigin, è all’introduzione repentina nella banca dati del WIV e in quella internazionale – siamo all’inizio del 2020 – di un ceppo del virus isolato sette anni prima, quel RaTG13 già più volte citato. Perché è importante? Prima di tutto perché non è dato sapere come mai dal 2013 al 2020 la dott.ssa Shi Zhengli e il suo staff non abbiano ritenuto opportuno rendere nota la sua esistenza. In secondo luogo perché, da quel momento, il RaTG13 diventa il parente più stretto ufficialmente riconosciuto del Sars-CoV2, spodestando i precursori ZXC21 e ZC45, isolati nel 2015 e nel 2017 dai tecnici dell’Esercito di Liberazione Popolare.

Dai fatti alle supposizioni: mettendo in relazione quanto appena descritto con il lavoro di Rossana Segreto, è verosimile ipotizzare che del RaTG13 il WIV non avesse fatto menzione in quanto era proprio il virus che si stava utilizzando nei processi di gain-of function? E, in quanto alla sua tardiva e frettolosa rivelazione, è lecito pensare che la dott.ssa Shi, consapevole del rischio di essere chiamata a rispondere della diffusione di un agente patogeno manipolato, sia ricorsa a un virus identificato più di sette anni prima in una miniera dello Yunnan per dirottare l’attenzione su una eventuale trasmissione diretta (e quindi comunque naturale) dal pipistrello all’uomo? Il male minore, in quel caso. Fatto sta che il RaTG13 viene adottato come standard dall’OMS, dalla scienza ufficiale, dai governi e ovviamente dal regime cinese, di cui Shi Zhengli si dimostra fedele funzionaria. Resta aperto però, il doppio problema di sempre: che il RaTG13 non è ancora il Sars-CoV2 (ci assomiglia solo) e che il passaggio diretto pipistrello-uomo non riesce comunque a spiegare le peculiarità della furina e della catena di amminoacidi. C’è di nuovo un passaggio che manca.

FATTO N.5

La partecipazione dei militari alla caccia ai coronavirus meriterebbe un lungo capitolo a parte. Vediamone solo gli aspetti essenziali. Negli stessi anni in cui Shi Zhengli e i suoi aiutanti sono impegnati nello Yunnan, gli scienziati della Terza Università medica militare (emanazione diretta dell’esercito cinese) vengono inviati nella contea di Daishan, non lontano da Shanghai. È li che scoprono due nuovi coronavirus della famiglia della SARS, i già citati ZXC21 e ZC45. Li portano al Comando dell’Istituto militare di ricerca di Nanchino dove, al termine di una serie di esperimenti, verificano che questi agenti patogeni – che in seguito riveleranno una stretta parentela con il Sars-Cov-2 (salvo nel fattore decisivo dell’adattabilità alle cellule umane) – sono in grado di attaccare anche le cellule cerebrali dei topi. Un salto di specie diretto, ottenuto in laboratorio.

La questione però è politica: perché l’Esercito di Liberazione Popolare è coinvolto direttamente nella ricerca e nello sviluppo di nuovi virus? Secondo David Asher il Sars-CoV-2 sarebbe emerso proprio nel corso di esperimenti su vaccini da utilizzare come antidoto in caso di attacchi con armi biologiche. Richard Ebright, biologo molecolare della Rutger University e critico acerrimo delle condizioni di sicurezza dei laboratori cinesi, afferma che istituti come il WIV sarebbero sempre destinati a un doppio uso, civile e militare. Ma a insistere con più forza sul coinvolgimento dei militari nello sviluppo di coronavirus letali è stata la virologa Li-Meng Yan, costretta a emigrare negli Stati Uniti in seguito alle minacce del governo di Pechino. La tesi che ha mantenuto fino ad oggi a rischio della propria incolumità è che il Sars-CoV-2 è una sequenza sintetica che parte dal coronavirus del pipistrello e arriva all’uomo attraverso una serie di manipolazioni effettuate in laboratorio: la colonna vertebrale del nuovo coronavirus sarebbero proprio lo ZC45 e lo ZXC21, su cui lavoravano i centri militari specializzati a Chongqing e Nanchino.

Li-Meng Yan però si spinge oltre. Il nuovo coronavirus sarebbe un’arma biologica con tre caratteristiche imprescindibili per assolvere alla sua funzione: il contagio diretto tra umani, un’elevata resistenza alle condizioni medioambientali, la possibilità di trasmissione attraverso pazienti asintomatici. Quel che è certo è che, nella lunga catena che porta dalla raccolta di campioni nelle grotte dei pipistrelli alla diffusione su scala mondiale del Sars-Cov-2, le forze armate cinesi hanno giocato un ruolo di primo piano. Non è un caso che a fine gennaio 2020 il generale dell’Esercito di Liberazione Popolare, Chen Wei, specialista in guerra batteriologica, sia stata inviata a Wuhan a dirigere di fatto il Wuhan Institute of Virology in piena tormenta da Covid-19.

FATTO N.6

Il Wuhan Institute of Virology è dotato di un laboratorio di biosicurezza di livello 4 (BSL-4), il più ermetico di tutti. Inaugurato nel 2017, in joint-venture con la Francia, modellato sul laboratorio P4-Inserm di Lione, fiore all’occhiello dell’Accademia cinese delle scienze. Come può sfuggire un virus letale da una simile fortezza? Forse perché gli esperimenti di gain-of function non si svolgono nel BSL-4 ma in un BSL-2 o in un BSL-3. Come facciamo a saperlo? Ce lo dice la stessa Shi Zhengli in una recente intervista scritta rilasciata alla rivista Science, quando nel commentare le attività del livello 4 riconosce che: “La ricerca sui coronavirus nel nostro istituto è condotta nei laboratori BSL-2 o BSL-3”. Nel 2018 ufficiali dell’ambasciata americana in visita al WIV riportano che “il nuovo laboratorio ha una grave carenza di tecnici e investigatori adeguatamente formati necessari per operare in sicurezza”.

Ma la denuncia più clamorosa e più clamorosamente silenziata arriva dal cuore stesso del WIV ed è opera di Yuan Zhiming, direttore del Laboratorio di biosicurezza nazionale di Wuhan, in pratica il capo di Shi Zhengli. Ne dà conto Fabrizio Gatti, in un capitolo del suo libro dedicato a “La minaccia dei laboratori cinesi”. Il 24 ottobre 2019, due mesi prima dello scoppio ufficiale della pandemia, il dott. Yuan consegna un articolo scientifico in cui smonta il mito della sicurezza dell’Istituto di Virologia di Wuhan e degli altri 53 laboratori di biosicurezza attivi in Cina: sistemi di controllo inadeguati, risorse insufficienti per il funzionamento dei laboratori, mancanza di capacità professionali. Sul documento cala il silenzio, fino a quando – il 16 febbraio 2020 – nel bel mezzo dell’emergenza da pangolino il Global Times stranamente pubblica un redazionale dal significativo titolo di “Linee guida sulla biosicurezza per risolvere le falle croniche nella gestione dei laboratori dei virus”. Quando si dice il tempismo. Un avvertimento interno, prima di ricoprire il nucleo dell’irradiazione? Chissà.

Intanto, Yuan Zhiming viene normalizzato e a lui è affidata la replica all’articolo del WSJ sui ricercatori malati. Scrive Rossana Segreto, in conclusione del paper già citato:

“È possibile ipotizzare una serie di scenari che causano la fuoriuscita di Sars-CoV-2 da un laboratorio. Ad esempio, un animale infetto potrebbe essere scappato o potrebbe aver graffiato o morso un lavoratore (…), o un ricercatore potrebbe essersi accidentalmente inoculato il virus. Fino al 2020, i CoV non erano considerati particolarmente letali o virulenti. I CoV simili alla SARS non richiedevano BSL-4 e potevano essere manipolati in condizioni BSL-2 e BSL-3, rendendo più probabile una perdita accidentale. Anche gli esperimenti sull’aerosol con i CoV potrebbero provocare fughe di laboratorio (…). Infine, il virus potrebbe potenzialmente essere trapelato attraverso il sistema fognario se non fossero state seguite le corrette procedure di smaltimento e/o decontaminazione dei rifiuti”.

Gli incidenti avvengono, e non solo in Cina, dove peraltro sono abbastanza frequenti. Nel 2004 due studenti del China ’s National Institute of Virology Laboratory (NIVL) di Pechino si infettano con il virus della SARS e provocano un focolaio subito contenuto. Ma c’è un caso più vicino a noi, meno noto. Riguarda un altro agente patogeno, il batterio della brucellosi, che fuoriesce dall’Istituto di ricerca veterinaria di Lanzhou, nel nord-ovest del Paese. Novantasei tra studenti e ricercatori contagiati in un laboratorio di biosicurezza livello 3, fine novembre 2019.

Tre mesi dopo, già in piena emergenza Covid-19, il sito di divulgazione scientifica ResearchGate pubblica un breve articolo di due ricercatori del Guangzhou’s South China University of Technology, Botao Xiao e Lei Xiao (ne scrivemmo a suo tempo). Il contenuto è esplosivo e anticipatorio, per questo il documento viene ritirato dopo poche ore. Botao e Lei notano la prossimità dell’altro laboratorio in cui si studiano coronavirus a Wuhan (il Wuhan Center for Disease Control and Prevention – WHCDC) con lo Union Hospital, dove si erano registrati i primi casi di medici contagiati: “È plausibile – concludono – che il virus sia entrato in circolazione e che alcuni medici abbiano infettato i primi pazienti”. Le loro conclusioni sono perentorie:

“In sintesi, qualcuno è stato coinvolto nel processo evolutivo del coronavirus 2019-nCoV. (…) Il coronavirus killer probabilmente proviene da un laboratorio a Wuhan. Potrebbe essere necessario rafforzare il livello di sicurezza dei laboratori ad alto rischio biologico. È consigliabile trasferire i laboratori lontano dal centro della città e da altri luoghi densamente popolati”.

Anche sulla loro denuncia cala il silenzio ufficiale, come su quelle dei medici e attivisti nel frattempo già caduti in disgrazia (Ai Fen, che diede l’allarme per prima, oggi invalida in seguito a una strana operazione agli occhi finita male, e Li Wenliang, che rilanciò la notizia dei primi casi di polmonite atipica su WeChat e pochi giorni dopo morì di Covid-19 in un letto dell’ospedale dove lavorava).

Alla luce dei fatti esposti, si può concludere che per non contemplare la possibilità di una fuga da laboratorio bisognava tapparsi occhi, bocca e orecchie. Ed è quello che hanno fatto in molti in questi mesi di pandemia. No, non è irrilevante che la malattia che ha messo in ginocchio il mondo sia scaturita da un errore all’interno di un laboratorio cinese, e non solo perché la conferma di questa circostanza implicherebbe un enorme contraccolpo a livello globale per la Cina, il Partito Comunista e il suo leader. Non lo è soprattutto se messa in relazione con la sistematica opera di occultamento, depistaggio, censura e disinformazione che il regime di Pechino ha attuato fin dai primi giorni dell’emergenza creando le premesse per la sua espansione globale: il ritardo nel confermare i primi casi, l’eliminazione di campioni e documenti compromettenti, le minacce e le ritorsioni nei confronti dei medici che sfidavano la consegna del silenzio, i giorni persi prima di rendere noto il genoma del virus e il colpevole occultamento della sua trasmissibilità tra le persone, con la attiva complicità di una Organizzazione Mondiale della Sanità asservita alle direttive della dittatura.

Ne emerge un quadro di grave responsabilità in quella che si è rivelata una delle maggiori stragi di civili in tempo di pace. Ma anche di corresponsabilità: di chi sapeva e ha taciuto per interesse, di chi ha finanziato esperimenti potenzialmente pericolosi in strutture non adeguate, di una comunità scientifica che è venuta meno al suo dovere di considerare tutte le opzioni sul tappeto per giungere quanto più vicino possibile a una verità oggettiva, di una stampa incapace di superare i propri pregiudizi ideologici, di una classe politica che ha preferito non rovinare i rapporti con una grande potenza emergente, di un’opinione pubblica che ha rinunciato a farsi domande. Incidente o no, questa è la storia di un infinito errore che, da subito, ha assunto le sembianze di un delitto. Sono le domande che fanno la differenza e noi continueremo a farcele e a cercare risposte: troppi morti, troppo dolore, troppe ambiguità per far finta che non sia successo nulla.

 

Articolo pubblicato su Atlantico Quotidiano, qui la versione integrale. 

 

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