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Perché il referendum sul taglio dei parlamentari è una bomba politica. I Graffi di Damato

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Portata ed effetti delle firme raccolte al Senato per ritardare di almeno sei mesi, col ricorso al cosiddetto referendum confermativo, la riforma costituzionale tanto voluta e vantata dai grillini sulla riduzione da quasi mille a seicento del numero dei parlamentari

Di presepe ce ne sarà uno, e forse anche più d’uno, al Quirinale in questa stagione natalizia. Ma non era sicuramente quello vivente, a grandezza d’uomo e di donna, allestito nei salone dei Corazzieri per il tradizionale scambio d’auguri del presidente della Repubblica con “i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile”, salite sul Colle dopo i diplomatici stranieri accreditati in Italia.

Di spirito natalizio e simili l’incontro al Quirinale ha avuto solo lo scontatissimo invito alla concordia rivolto da Sergio Mattarella alle cosiddette “autorità”, fra le quali spiccava sul palco la felicissima esordiente presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, senza alcuna ferita procuratale dalla rottura del cristallo da lei stessa annunciata con la sua elezione al vertice del vicinissimo, dirimpettaio Palazzo della Consulta. Non si è avvertita proprio aria di governissimo nelle parole pronunciate dal presidente della Repubblica, pur consapevole dei non pochi problemi aperti sul tappeto del governo giallorosso in carica, sopraggiunto in agosto a quello gialloverde in “un passaggio di fisiologia democratica”, come ha voluto definirlo lo stesso Mattarella.

D’altronde, l’artificiere ideale di un governissimo, di qualsiasi aggettivo lo si voglia vestire fra i tanti che già si sono spesi in questi giorni nelle cronache politiche, era non a caso ospite di Mattarella nella lontanissima undicesima fila, dalla quale non è sostanzialmente uscito neppure quando, levatisi tutti dai loro posti dopo le parole del capo dello Stato, lui Draghi e lo stesso Mattarella si sono amichevolmente salutati. O lui si è lasciato suggerire dall’amico Giuliano Amato, già presidente del Consiglio ed altre cose, oggi giudice costituzionale, di “stare alla larga” da ogni tentazione di interrompere la pausa guadagnatasi con la fine del mandato di presidente della Banca Centrale Europea, magari prendendosi una bella e lunga vacanza in Florida. “Non c’è rischio, stai sicuro”, gli ha risposto Draghi con voce abbastanza alta e sicura per non sfuggire ai vicini.

I rischi sono purtroppo quelli di altri. Sono, a cominciare dai gradi del fuoco o della gerarchia, quelli del governo in carica, pur rimasto in apparenza abbastanza indifferente all’annuncio delle 65 firme raccolte al Senato per ritardare di almeno sei mesi, col ricorso al cosiddetto referendum confermativo, la riforma costituzionale tanto voluta e vantata dai grillini sulla riduzione da quasi mille a seicento del numero dei parlamentari, fra senatori e deputati, fatti salvi gli adempimenti successivi all’eventuale conferma, come l’adeguamento della legge o quanto meno dei collegi elettorali.

A dispetto dell’indifferenza ottimistica, e d’ufficio, del presidente del Consiglio e professore di diritto, l’allungamento dei tempi di questa riforma costituzionale, apparentemente popolarissima per le riduzioni pur modeste dei cosiddetti costi della politica, può alimentare le tentazioni trasversali a cogliere la prima occasione a portata di mano, fra quelle prodotte ogni giorno dalle tensioni fra i partiti della maggioranza o all’interno di ciascuno di essi, a cominciare da quello stellare e più grosso, per andare all’elezione anticipata di un altro Parlamento ancora composto di un migliaio di seggi. O può scoraggiare la tentazione, non meno grande e imbarazzante, di fare eleggere nel 2022 il successore di Mattarella al Quirinale da questo Parlamento, che avrebbe sì il vantaggio, a sinistra, di cercare e far prevalere un candidato non di centrodestra, ma anche lo svantaggio di essere un Parlamento ormai in scadenza, sostanzialmente delegittimato da quello di ormai prossima elezione con ben altra consistenza e ben altre regole. Non sarebbe proprio il migliore viatico quello di un capo dello Stato destinato a durare sette anni, cioè più ancora delle Camere elette l’anno dopo il suo approdo al Quirinale con ben altro sistema.

Oltre al governo e a un Parlamento che rischia una crisi e lo scioglimento anticipato, nella situazione in cui Mattarella si è trovato ad esprimere i suoi auguri e incoraggiamenti alla concordia c’è anche un ex ministro e attuale leader dell’opposizione, e di un partito in testa a tutti gli altri nei sondaggi, naturalmente Matteo Salvini, che rischia un processo e una condanna a una quindicina d’anni di carcere per sequestro di 130 immigrati e più, trattenuti a luglio scorso su una nave della Guardia Costiera italiana – Gregoretti – in attesa della definizione degli accordi fra i paesi europei disposti a distribuirseli fra di loro.

Una vicenda analoga era avvenuta l’anno prima, su una nave chiamata Diciotto, e l’allora ministro dell’Interno fu praticamente scagionato dal Senato per solidarietà pur affannosa della maggioranza gialloverde, con tanto di documento sottoscritto dal presidente del Consiglio. Ora che non è più un suo alleato, il capo ancòra dei grillini Luigi Di Maio ha già annunciato alla cosiddetta terza Camera, che è il salotto televisivo di Bruno Vespa, che Salvini si dovrà praticamente trovare un’altra maggioranza, se mai vi riuscirà, per scampare anche a questo processo richiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania, E ciò per presunte, intervenute novità intervenute nelle procedure di assegnazione dei migranti fra i paesi europei: novità smentite dal fatto che il più delle volte questi impegni sono rimasti e rimangono disattesi. Ma simili considerazioni valgono niente quando la politica prevale nel suo spirito più belluino, cioè quando la morte dell’avversario è scambiata per la propria salvezza, o solo per il proprio, sia pure momentaneo e caduco vantaggio.

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