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Perché il Fondo monetario bacchetta la Germania

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Che cosa si legge nel report del capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Gita Gopinath

 

In epoca di guerra dei dazi può apparire paradossale, ma i rapporti commerciali fra Cina e resto del mondo sono tornati in equilibrio. Almeno secondo il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Gita Gopinath, che in un report pubblicato ieri ha preso in rassegna le bilance commerciali mondiali. Ne risulta che il surplus delle partite correnti di Pechino è ormai vicino allo zero, in sensibile riduzione dal 10% del pil sfiorato nel 2007.

Il merito non è però delle tariffe di Donald Trump che anzi, secondo l’Fmi, rischiano nel 2020 di ridurre la crescita globale fra lo 0,2 e lo 0,5%. Il riequilibrio cinese è invece frutto delle politiche fiscali e di bilancio espsansive di Pechino, nonché della maggior flessibilità dei tassi di cambio che ha portato a un apprezzamento effettivo dello yuan.

La crescita cinese, in altri termini, dipende meno dall’export e più dal mercato domestico: in 11 degli ultimi 16 trimestri, notava una recente ricerca di McKinsey, i consumi interni hanno contribuito per oltre il 60% alla crescita del pil del Dragone.

Se la posizione commerciale della Cina non rappresenta più un rischio finanziario globale, lo stesso non si può ripetere per altri Paesi fra cui Germania e Stati Uniti, anche se per motivi opposti. Berlino presenta un avanzo commerciale esagerato, pari al 7,3% del pil, che andrebbe sfruttato per aumentare gli investimenti pubblici in infrastrutture e la crescita potenziale.

Al contrario, secondo Gopinath, la bilancia delle partite correnti americana è in deficit eccessivo, il 2,3% del pil: Washington dovrebbe perciò adottare politiche di consolidamento fiscale – meno spesa pubblica e/o più tasse – non penalizzanti per la crescita.

Stando ai dati appena pubblicati dell’Institute of International Finance, nel primo trimestre 2019 il debito federale Usa è aumentato in un anno del 10,4%, toccando il massimo storico del 101% del pil.  Il totale delle passività americane (governo, famiglie, imprese finanziarie e non) è ormai vicino al record di 70 mila miliardi di dollari, oltre un quarto dei 246 mila miliardo di debito globale.

Non secondario anche il contributo della Cina il cui debito complessivo supera i 40 mila miliardi, il 15% del totale mondiale e 310% del pil. Anche le passività dei mercati emergenti hanno raggiunto il massimo storico di 69 mila miliari: si tratta inoltre di debiti perlopiù a breve scadenza, il che rende questi Paesi particolarmente esposti a improvvise svolte nella propensione al rischio degli investitori globali.

Ecco perché, secondo l’Fmi, la crescita economica «in prestito» dovrebbe essere attentamente calibrata per evitare eccessivi squilibri. Con la convergenza delle banche centrali mondiali su politiche monetarie espansive il monito rischia di rimanere inascoltato.

 

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

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