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Perché il cessate il fuoco firmato a Ginevra sulla Libia è solo fuffa

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Libia cessate fuoco

La firma del cessate il fuoco avvenuta a Ginevra il 23 ottobre e la videoconferenza del Forum di dialogo politico libico rappresentano contributi alle utopie politiche e alla loro inutilità sul piano della prassi politica. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

La firma del cessate il fuoco – cessate il fuoco che si vorrebbe permanente – avvenuta a Ginevra il 23 ottobre e la videoconferenza del Forum di dialogo politico libico rappresentano degli interessanti contributi alle utopie politiche e alla loro inutilità sul piano della prassi politica.

Molto difficile invece dire quanto questi incontri riusciranno a determinare una soluzione effettiva dell’attuale crisi libica.

Incominciamo allora, secondo un approccio spregiudicatamente realistico, a rilevare alcune criticità di questi forum risolutivi.

La prima criticità è relativa alla rappresentatività effettiva di esponenti che saranno convocati dalla missione Onu, rappresentatività fittizia che non consente di esprimere le posizioni politiche tribali e settarie presenti all’interno della Libia delle quali Gheddafi era pienamente a conoscenza.

La seconda criticità agevolmente rilevabile è relativa alla pretesa che entro tre mesi combattenti e mercenari stranieri dovrebbero ritirarsi dalla Libia sospendendo in questo modo tutte le partnership siglate con altri Stati sia da parte del GNA che da parte dell’LNA. Concretamente significa che dopo gli investimenti rilevanti posti in essere da turchi, russi e dagli Emirari arabi uniti in questa guerra — investimenti relativi ad armi, ai consiglieri militari inviati e ai mercenari — dovrebbero rinunciare alla loro sfera di influenza per compiacere la pace perpetua dell’Onu. Basti pensare a questo proposito agli accordi siglati tra la Turchia e la Libia il 27 novembre 2019 per istituire infrastrutture aereo-navali in territorio libico che dovrebbero assicurare una proiezione di potenza turca nel Mediterraneo centro-orientale.

A tale proposito non è un caso che il presidente turco con la sua consueta brutalità e franchezza — lontana dalla felpata ipocrisia degli Stati democratici — abbia sottolineato il basso livello di rappresentatività dei funzionari che hanno firmato l’accordo di Ginevra.

La terza criticità è una conseguenza logica, sotto il profilo geopolitico, di quanto indicato poc’anzi: ammesso — e non concesso — che le forze armate turche volessero ritirarsi dalla Tripolitana la stessa cosa dovrebbero fare i russi e gli emiratini dalla Cirenaica. Conoscendo le logiche di potere che stanno alla base della storia è francamente poco credibile una eventualità di questo genere.

La quarta criticità è la visione sostanzialmente irrealistica che emerge dagli accordi di Ginevra secondo i quali la Libia potrebbe e dovrebbe diventare uno Stato unitario. Al contrario la Libia è invece divisa in Stati differenti dominati da, come già detto, da volontà tribali settarie e dalle logiche di influenza di Turchia, Russia e emiratini.

A questo punto della conflittualità sarebbe certamente più realistico legittimare sul piano giuridico le sfere di influenza che sono state conseguite durante il conflitto.

D’altronde — se rivolgiamo la nostra attenzione al problema dei flussi immigratori — il 6 agosto il governo di Malta non ha forse firmato un accordo per limitarli proprio con la Turchia e non con l’Italia?

Questo accordo non significa esplicitamente che Malta riconosce alla Turchia il ruolo di leadership politica e militare? E l’Italia? Un’espressione geografica…

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