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Perché il bilancio della Difesa è tutt’altro che florido

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Prosegue su Start Magazine il dibattito sulle spese per la difesa. Ecco l’intervento dell’avvocato Aurelio Giansiracusa, esperto di questioni militari

Con estremo ritardo, rispetto ai canoni usuali, è stato presentato in Parlamento il Documento di Programmazione Pluriennale (Dpp) 2018-2020, strumento indispensabile per conoscere nel breve periodo il trend della Difesa Italiana. È un documento figlio del passaggio di consegne della gestione del Ministero di Via XX Settembre dal Ministro Pinotti al Ministro Trenta, che riprende in buona parte quanto impostato dal precedente Governo Gentiloni, con spazi di manovra forzatamente limitati per questioni temporali per l’attuale Ministro.

Peraltro, già sappiamo che questo Dpp è stato superato dagli eventi perché non considera i tagli decisi dal Governo in sede di manovra economica, tagli che, a parere di chi scrive, saranno piuttosto corposi e inficianti il funzionamento della macchina della Difesa negli anni a venire, nonché particolarmente virulenti per il comparto industriale italiano della Difesa che in massima parte rientra sotto il controllo statale.

Per capire i motivi di allarme, bisogna partire dall’esame del bilancio della Difesa; esso è formato da 4 voci o funzioni: la funzione Difesa, la funzione Sicurezza in cui rientra l’Arma dei Carabinieri, le funzioni esterne (spese per onoranze ai caduti, Croce Rossa Militare, servizio di trasporto acqua alle isole minori etc.) e le pensioni provvisorie personale ausiliaria.

La funzione Difesa, a sua volta, è costituita dalle voci Personale, Esercizio ed Investimento. Per dare un’idea dei numeri in gioco, il bilancio della Difesa per il corrente anno è pari a 20.969 miliardi di euro, di cui 13.797,2 destinati alla funzione Difesa (pari al 66% del bilancio), 6.632,8 miliardi per la funzione Sicurezza (pari al 31% del bilancio), 147,6 milioni destinati alle Funzioni esterne (pari al 1% del bilancio) e 391,4 milioni destinati alle pensioni provvisorie o ausiliaria (pari al 2% del bilancio).

Stanti questi numeri sembrerebbe che la Funzione Difesa sia in uno stato più che florido, ma la realtà è ben diversa, perché la Funzione Difesa è costituita da 3 voci: Personale che con 10.073 miliardi assorbe il 73% della detta Funzione, Esercizio che con 1.419 miliardo copre il 10% della Funzione ed, infine, l’Investimento a cui vengono conferiti i residuali 2.3050 miliardi con una percentuale del 17%.

Evidentemente, il peso del costo del personale è ingentissimo (e destinato ad aggravare ancor di più la situazione in assenza di provvedimenti correttivi già esistenti previsti nella cd. Legge Di Paola non ancora completamente attuati) e drena risorse sia per l’Esercizio sia per l’Investimento.

Per dare un minimo di respiro indispensabile all’Investimento, sin dagli anni settanta del passato secolo è arrivato il contributo fondamentale del Ministero dello Sviluppo Economico che finanzia buona parte dei maggiori programmi della Difesa Nazionale, visto che con il solo bilancio della Difesa si riuscirebbe a far fronte a ben poche necessità, anche perché, nella funzione investimento del bilancio della Difesa ricadono programmi pluriennali che si trascinano per lunghissimo tempo in quanto sono frazionati per evitare esborsi annuali altrimenti insostenibili per l’Erario.

Di fatto, il MiSE è il vero finanziatore dei programmi di investimento della Difesa (in minima parte anche il MiUR soprattutto per quanto riguarda la branca spaziale e della ricerca) ed è anche “la stampella” del comparto industriale della Difesa, perché la maggior parte dei programmi sono iniziative italiane, sostenendo la spesa per gli investimenti nel 2018 con 2.777,6 miliardi di euro.

(prima parte; la seconda parte sarà pubblicata nei prossimi giorni)

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