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Perché Hass e Kupchan su Foreign Affairs deludono i progressisti americani

di

biden obama

Con tutto il garbo occorrente, Haass e Kupchan su Foreign Affairs lanciano messaggi precisi al mondo progressista americano. Ecco quali. Il corsivo di Teo Dalavecuras

 

A prima vista sembra stravagante l’idea di affidare la pace e la stabilità mondiale nel XXI secolo, il secolo della digitalizzazione universale e della conquista dello spazio, a una sorta di “concerto globale” sull’esempio di quello europeo scaturito dal Congresso di Vienna del 1815, garantito dalle cinque grandi potenze dell’epoca, Regno Unito Francia Russia Prussia e Austria mentre oggi – suggerisce la proposta contenuta in un lungo saggio pubblicato da Foreign Affairs – del “concerto” dovrebbero fare parte Cina, Unione Europea, India, Giappone, Russia e Stati Uniti.

Ci sono almeno due buoni motivi per i quali invece vale la pena di riflettere seriamente su questa idea: non tanto per il merito, che può essere valutato da chi possiede la richiesta competenza professionale nel campo nelle relazioni internazionali, quanto per la fonte da cui proviene e per alcune caratteristiche testuali del saggio.

Autori sono Richard N. Haass, presidente del Council on Foreign Relations, l’editore di Foreign Affairs, molto di più di un think tank: si tratta del privilegiato luogo istituzionale di ricerca approfondimento e confronto in materia di politica estera e di sicurezza dell’establishment americano (nonpartisan e non bipartisan); e da Charles A. Kupchan, docente di Relazioni Internazionali alla Georgetown University. Se non bastasse, Foreign Affairs precisa che il saggio ha visto la luce nell’ambito del “Lloyd George Study Group on World Order”, un gruppo creato nel 2020 per celebrare il centenario del Council on Foreign Relations, di Chatham House (istituzione britannica analoga al Council e altrettanto autorevole) e della Georgetown University, ateneo che vanta una delle più apprezzate facoltà di relazioni internazionali del mondo. Sarebbe, insomma, riduttivo considerare questo saggio come uno dei tanti contributi, sempre di alto livello anche se di orientamenti assai diversi, all’affollato dibattito che ormai da parecchio tempo sul tema “da dove viene, dove sta andando e dove dovrebbe andare la politica estera americana” si svolge sulle colonne di Foreign Affairs.

Dal punto di vista “letterario” l’articolo si fa notare per il percorso argomentativo assai equilibrato, attento alle potenziali obiezioni e lo stile garbatamente diplomatico – per niente scontato in questo dibattito – che dà ancora più spicco a talune tranchant prese di posizione. Vale la pena di riportarne alcune.

Mentre l’Asia prosegue la propria ascesa economica, due secoli di predominio dell’Occidente nel mondo volgono al termine”.

Biden ha vinto le elezioni di stretta misura: su nessuna delle due sponde dell’Atlantico né il populismo né le tentazioni illiberali si attenueranno facilmente”.

(Il concerto globale) privilegerà lo status quo territoriale e una concezione della sovranità che preclude, salvo il caso di consenso internazionale, l’uso della forza militare o di altri mezzi coercitivi per alterare i confini esistenti o rovesciare regimi”.

Un concerto globale dovrà lasciare ai suoi componenti ampia discrezionalità nelle questioni interne. Si dovranno accordare sul fatto di non essere d’accordo sulle questioni relative alla democrazia e ai diritti politici, facendo sì che queste differenze non intralcino la cooperazione internazionale”.

Il concerto contribuirà anche alla formazione di un concetto condiviso di che cosa costituisce un’inaccettabile interferenza negli affari interni di un altro Paese e che, come tale, deve essere evitato”.

L’ordine internazionale del prossimo futuro deve far spazio alla diversità ideologica”.

Il momento unipolare è passato e, retrospettivamente, i discorsi sulla ‘fine della storia’ erano una pur sofisticata stupidaggine”.

Da queste poche citazioni si capisce come, con tutto il garbo occorrente, Haass e Kupchan lancino un messaggio preciso indirizzato al mondo progressista americano, quello di Bill e Hillary Clinton, di Barack Obama, del club dei premi Nobel, in genere della classe sociale uscita dalle università americane “di eccellenza”, quelle istituzioni educative trasformate nel secondo dopoguerra in un grande apparato di selezione di una elite meritocratica, soprattutto per impulso del presidente della Harvard University James B. Conant, autore, secondo Michael J. Sandel (The Tyranny of Merit, Allen Lane 2020) di un “colpo di stato meritocratico”: elite poi tendente a trasformarsi in consorteria. Il mondo che, appunto, ha potuto credere seriamente che con la fine della Guerra Fredda fosse finita la storia, intesa come lotta per la conquista, la conservazione e l’espansione del potere sovrano, che possono esserci ottimi motivi per rovesciare un regime, che la sovranità è legittima finchè sostiene un regime liberaldemocratico, che il potere legittimo è quello dei competenti (assunti quasi mai esplicitati in termini così brutali ma praticati con una certa coerenza).

Il messaggio è che la strategia delle relazioni internazionali ereditate dalla conclusione vittoriosa, per l’Occidente, della Guerra Fredda, strategia declinata nella proiezione dell’egemonia americana, in nome e per conto dell’Occidente tutto, attraverso il multilateralismo e l’ideologia liberaldemocratica, ha esaurito le proprie potenzialità. Si ritorna al business as usual della Realpolitik, e quindi c’è la vitale esigenza di promuovere una sede di ininterrotto dialogo tra le grandi potenze fuori della gabbia dei riti burocratici di un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che riflette equilibri ormai largamente superati da decenni. Come dire che va benissimo compiacersi di avere eletto Biden presidente al posto di Donald Trump, ma non ci si deve illudere di poter riannodare i fili della politica internazionale dell’amministrazione Obama.

Se sia una visione da condividere o meno è una questione che lascio volentieri agli esperti: del resto Romano Prodi, che può legittimamente considerarsi tale, già tempo fa aveva espresso opinioni non dissimili da quelle del saggio di Haas e Kupchan, quanto meno sull’opportunità di abbandonare il multipolarismo come modalità principe delle relazioni internazionali, in un incontro all’Ispi. Di sicuro quello pubblicato su Foreign Affairs è un messaggio da considerare se non altro per la provenienza, anche se costringerà qualcuno a contenere l’iniziale smodato entusiasmo per la vittoria di Biden (il cuore della sua esperienza politica coincide proprio con il trentennio post Guerra Fredda). Certamente la dobbiamo considerare qui in Europa, dove c’è una diffusa tendenza ad adagiarsi sulla retorica più che sulla realtà delle relazioni internazionali.

A questo riguardo c’è uno specifico passaggio dello scritto firmato da Haass e Puchnan che merita di essere posto in evidenza. Gli autori si chiedono, retoricamente, perché non includere nel Concerto globale i principali stati europei anziché l’Ue “che è governata in forma macchinosamente collettiva dalla Commissione e dal Consiglio?”. La risposta è quella che ciascuno può immaginare: il peso complessivo incomparabilmente maggiore dell’Ue rispetto a quello di ciascun Stato-membro, perfino della stessa Germania. Ci si può però leggere in filigrana anche un sottinteso: se l’Europa non è capace di darsi un governo, questo è un problema degli europei, non dell’ordine internazionale.

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