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Perché gli Stati Uniti spingono Guaidó contro Maduro in Venezuela

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Tutti i rapporti fra Donald Trump e Juan Guaidó spiegati da Dario Fabbri, analista della rivista di geopolitica “Limes”e autore di un interessante saggio uscito nell’ultimo numero di Limes dedicato proprio alla crisi venezuelana. Fabbri analizza anche quello che è successo negli ultimi due giorni in Venezuela

 

Cosa sta succedendo in Venezuela? Nelle ultime 48 ore abbiamo visto andare in scena il tentativo, da parte del leader dell’opposizione e presidente dell’Assemblea nazionale Juan Guaidó, di forzare il corso degli eventi e provocare una sollevazione delle forze armate al fine di dare la spallata finale al regime di Nicolás Maduro.

A giudicare dai risultati, la situazione non si è sbloccata. Al di là di qualche defezione, i militari e gli apparati di sicurezza sono ancora schierati con il dittatore di Caracas e non hanno lesinato brutalità nei confronti dei manifestanti che hanno risposto alla chiamata di Guaidó. Si torna, insomma, al punto di partenza.

Per capire meglio gli eventi di queste ultime ore, e tentare un’analisi dello stallo tra la strenua resistenza del regime e la volontà dei suoi oppositori di sferrargli la spallata finale, Start Magazine ha sentito Dario Fabbri, analista della rivista di geopolitica “Limes” e autore di un interessante saggio uscito nell’ultimo numero di Limes dedicato proprio alla crisi venezuelana.

Riepiloghiamo i fatti di questa “operazione Libertà” lanciata a sorpresa da Guaidó lo scorso martedì?

Quel che sta andando in scena in Venezuela non si configura come un golpe classico, realizzato nella notte come prevede la grammatica, dunque con la conquista dei centri di potere e delle infrastrutture chiave e comunicando al popolo il risultato ex post. Si è deciso invece di agire in funzione della necessità di Washington di non sporcarsi troppo le mani. Si è quindi scelto un candidato, Guaidó, lo si è presentato all’opinione pubblica locale e a quella internazionale, lo si è fatto conoscere in un lasso di tempo molto lungo, e nel frattempo si sta provvedendo a soffocare il regime di Maduro attraverso le sanzioni.

Che rapporti ci sono fra Stati Uniti e Guaidó?

Parte dei proventi del petrolio è stata girata dagli Usa – che fino a poche settimane fa erano di gran lunga il primo importatore del densissimo petrolio venezuelano – a Guaidó affinché possa convincere una parte dei vertici delle forze armate a schierarsi con lui. Venendo a quel che è successo nelle ultime 48 ore, sembra che ci troviamo di fronte ad un colpo di mano da parte di Guaidó, perché sente di non aver più tempo. Sappiamo che gli è stata tolta l’immunità parlamentare, quindi è passibile di arresto, anche se è ragionevole pensare che il regime non intenda torcere un capello ad un uomo protetto dagli Usa. Guaidó deve anche aver percepito qualche segnale nella lunga interlocuzione che è in corso tra il suo fronte e quello degli apparati militari venezuelani, un segnale di apertura che sicuramente c’è stato, come dimostra la liberazione di Leopoldo Lopez, un atto eversivo di grande portata. Visti questi segnali, e alla luce della grande manifestazione organizzata da tempo per il primo maggio, Guaidó ha deciso di lanciarsi.

L’improvvisa liberazione di Lopez è stata letta come un segnale di cedimento degli apparati repressivi del regime, è così?

Quello che ci insegnano le ultime 48 ore è che ci sono state delle crepe negli apparati securitari del regime madurista, anche se non sappiamo se abbiano coinvolto i vertici delle forze armate, fondamentali in un Paese che ha oltre trecento generali. Per Guaidó, convincere almeno una parte di questi soggetti non è facile, sapendo che alcuni sono dediti a traffici collaterali di tipo illegale come il narcotraffico, affari che questi signori intendono mantenere. Ma delle crepe ci sono state e sono confermate da quanto capitato martedì, con la chiusura dello spazio aereo, un passo che si fa di norma quando si pensa che l’insurrezione possa avere successo. Non è un caso che Maduro abbia mobilitato i Colectivos affinché non si palesasse, anche davanti all’opinione pubblica internazionale, uno scontro interno alle forze armate. È ragionevole pensare quindi che una parte delle forze armate stia prendendo in seria considerazione la possibilità di un cambio dello status quo.

Nel suo saggio su Limes lei descrive bene il ruolo degli Usa in questa vicenda, caratterizzandoli come oscillanti tra linea interventista e attendista. Come collocare questa sua analisi nel contesto del lancio Reuters di martedì secondo cui ci sono 5000 contractors della Blackwater pronti ad essere messi in campo?

Se fosse vero, questa sarebbe l’opzione mediana tra la linea interventista e quella attendista. Perché, nella propaganda, quei 5 mila contractors non rappresenterebbero infatti un intervento diretto da parte degli Usa. Come abbiamo visto in questi mesi, l’opzione dell’intervento diretto è presente solo a livello retorico nella politica americana: a formularla è stata soprattutto il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, che ribadisce spesso che tutte le opzioni sono sul tavolo. È una scelta legata alla necessità di esercitare la massima pressione nei confronti di Maduro, che si dovrebbe percepire accerchiato anche sul piano militare.

Nel suo saggio lei sottolinea anche come la necessità per gli Usa di ripristinare democrazia e diritti umani in Venezuela derivi da un semplice fatto: quel Paese si trova nell’emisfero occidentale.

È così. Intendiamoci: quando parlano di democrazia e diritti umani, gli americani un po’ ci credono sul serio, un po’ usano la formula per perseguire i loro obiettivi. Loro hanno una visione messianica di se stessi. Quando pensano di esportare il loro modello, lo fanno in buona fede. Allo stesso tempo, però, siamo anche nel pieno strumentario dell’influenza statunitense, che è un’influenza che ha nella retorica universalistica, quindi imperiale, il tema dei diritti umani al suo centro. Sappiamo naturalmente che Donald Trump è un nazionalista; un approccio imperiale di Trump dunque non dovrebbe esistere. Eppure, se c’è un contesto nel quale il presidente Usa ha usato sempre le categorie classiche della retorica imperiale Usa è proprio il Venezuela. Peraltro, come lei ricorda, siamo nel cortile di casa degli Usa.

Un’ultima curiosità: quanto pesa nella politica venezuelana della Casa Bianca l’ottica interna, vale a dire la necessità di far cadere e umiliare un regime socialista in un momento in cui all’interno del Partito Democratico, dunque degli sfidanti di Trump nelle presidenziali del 2020, si fa strada la tentazione socialista?

Questo fattore certamente può avere un peso. Ricordiamo che Donald Trump accusava Obama già durante il suo primo mandato di essere socialista. Nella mentalità di questa amministrazione, umiliare il regime di Maduro può avere anche questo tipo di declinazione.

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