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Che cosa si attende l’elettore mediano dal progetto Toti

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Considerazioni a margine di Gianfranco Polillo sull’iniziativa di Giovanni Toti

È difficile prevedere se l’iniziativa di Giovanni Toti avrà successo. Comunque, per quel che vale, ha la nostra benedizione. Con una preoccupazione, tuttavia. Non gli basterà tracciare una nuova rotta per la via delle Indie. Ad essa dovrà accompagnarsi un intervento più radicale, che riguarderà lo statuto stesso del movimento, che si appresta a costruire.

I politologi americani hanno scritto decine di volumi per spiegare che lo scettro del comando politico si conquista solo intercettando il voto dell’elettore “mediano”. Di coloro cioè che si collocano al centro dello schieramento politico e che hanno a disposizione un ventaglio di scelte maggiori. Mentre l’elettore identitario può solo votare a favore o astenersi. Quello “mediano” può essere a favore del proprio partito, ma anche astenersi o votare contro. In quest’ultimo caso, il suo voto vale doppio. Elimina il consenso al tradizionale partito di riferimento e premia l’avversario. In un vecchio saggio del ’29 Harold Hotelling, utilizzando lo schema dell’equilibrio di Nash, formalizzò quel modello in un grafico: dimostrazione perfetta di un razionalismo, forse un po’ eccessivo, di matrice anglo-sassone.

In Italia, tuttavia, le cose hanno funzionato e funzionano in modo diverso. Sebbene il sistema elettorale sia stato per molti anni proporzionale, i risultati sono stati sempre di tipo tendenzialmente maggioritario. Due soli partiti – la DC ed il PCI – a contendersi la scena. Non che le altre formazioni politiche – Repubblicani, Liberali, Socialisti e via dicendo – non avessero un ruolo. Ma lo avevano solo in quanto alleati con le forze maggiori.

Ed ecco allora il formarsi, di volta in volta, di alleanze, dopo la breve esperienza del centrismo, di centro sinistra, con sinistra e destra estrema condannate all’opposizione. Ma comunque capaci di esercitare il proprio ruolo costituzionale. O di alimentare forme di consociativismo mascherato.

Le riforme degli anni ’90 hanno avuto il merito di conciliare le forme della politica – un sistema tendenzialmente bipolare – con la realtà effettiva del Paese. Ma non hanno risolto il problema, stante l’estrema contraddittorietà delle coalizioni portate al governo del Paese. Complesse macchine elettorali, nate per vincere la competizione nelle urne, ma non per dare continuità all’azione dell’Esecutivo.

La nascita del governo giallo-verde ha rappresentato il culmine di questa contraddizione. Forze opposte, da un punto di vista programmatico, espressioni di culture inconciliabili, costrette a mettersi insieme, per racimolare una maggioranza parlamentare, che aveva in sé i germi della sua inevitabile, postuma dissoluzione. Il famoso “contratto di governo” altro non era che la certificazione notarile di uno stato di necessità. Poteva anche funzionare se il Paese non si fosse seduto su se stesso, in attesa di quelle riforme che sono, tuttora, indispensabili per tornare a sperare nel proprio futuro. Ma di fronte a una crisi drammatica, che richiede risposte “non convenzionali”, la cosa non poteva durare.

Si è così tirato a campare (meglio che tirare le cuoia, come diceva Giulio Andreotti) ma le stanche liturgie non aggrediscono i nodi di fondo della crisi italiana. Ormai trasformata in un’insalubre palude. Questo, quindi, è il contesto all’interno del quale Giovanni Toti è chiamato ad operare. La sua iniziativa può rafforzare il centro destra, oggi diviso tra formazioni politiche diverse: la Lega al Governo, Fratelli d’Italia e Forza Italia all’opposizione, in una posizione marginale. Ma gli obiettivi possono essere più ambiziosi. E consentirgli di superare la vecchia sindrome del “cespuglio”.

Nella storia italiana vi sono esempi importanti di una simile strategia. Il gruppo della “sinistra indipendente” offrì al vecchio PCI quelle competenze tecniche che gli permisero di sciogliere, seppure in tempi fin troppo dilatati, i nodi dell’ortodossia Terza internazionalista. Sul fronte opposto, il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, nonostante la sua limitata forza organizzativa, ebbe un’influenza determinante sui destini del Paese: dall’apertura degli scambi, nell’immediato dopo guerra, a quella riforma fiscale (Cosciani – Visentini), nata negli anni ‘70. Ma che nessuno, fino ad oggi, è riuscito a sostituire.

La stessa Forza Italia, ai suoi albori, si era mossa in questa direzione, arruolando fior fiore di intellettuali: da Colletti a Martino, per poi virare verso modelli organizzativi e di potere diversi. Forse riprendere quel sentiero può essere la scelta giusta per dare quel valore aggiunto che, oggi, manca alla politica italiana. Senza mai dimenticare un vecchio adagio, espressione della saggezza popolare: le guerre le decidono gli uomini politici, ma a vincerle o perderle sono i generali.

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