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Perché è un po’ in crisi (non solo in Italia) il modello parlamentare

“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

 

“Non considero il confronto tra governo e parlamento un molesto orpello… da questo consesso ho ricevuto la fiducia e a questo consesso tornerò se ci fosse una cessazione anticipata del mio incarico”. Chiamato a riferire al Senato sul “caso Savoini”, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha voluto sottolineare la centralità del Parlamento in un sistema politico come il nostro.

Ciò sia in sottaciuto disaccordo con il vicepremier Matteo Salvini, che invece non si è presentato in Senato pur essendo il principale destinatario delle critiche a “Moscopoli”, sia in palese accordo con quella che sembrerebbe essere la linea del presidente della Repubblica. Ed infatti Sergio Mattarella già il giorno dopo, nel discorso tenuto prima della tradizionale cerimonia di consegna del Ventaglio da parte dei giornalisti parlamentari, dopo aver affermato che al Quirinale non spetta compiere scelte politiche, ha aggiunto che “queste competono alle formazioni presenti in Parlamento”.

La doppia uscita è stata interpretata da molti come un avvertimento ai leghisti: se tolgono la fiducia all’esecutivo, il presidente della Repubblica, attenendosi in maniera formale a quanto prevede la Costituzione, rispedirà il governo (o altri eventuali) in Parlamento. In aula potrebbe allora succedere di tutto, anche in considerazione di due elementi da non sottovalutare: i rapporti di forza parlamentari attuali riflettono le scelte dei cittadini precedenti a quelle delle ultime elezioni europee; in più la volontà o interesse di molti deputati di non tornare a casa è chiaramente forte.

Salvini, se ciò succedesse, farebbe bene a protestare, ma in effetti la Costituzione italiana su questo punto è precisa. Anche se è pur vero che il Presidente della Repubblica, il cui ruolo è invece disegnato in Costituzione in modo particolarmente “ambiguo” o (forse volutamente) mal definito, potrebbe forzare la forma costituzionale in senso politico sostanziale, come d’altronde è già avvenuto varie volte in passato.

Tutto questo accadeva mentre, a quanto sembra, la Spagna, ove pure non si riesce a trovare una maggioranza in Parlamento, sembra avviarsi dritta verso nuove elezioni. Ora, ognuno può interpretare come meglio crede, anche politicamente, le uscite di Conte, Mattarella, Salvini. E anche le differenze fra Italia e Spagna. Quel che però resta, a mio avviso, è la certificazione della crisi, non solo italiana, del modello parlamentare che ha retto finora le nostre democrazie.

Prima di tutto i partiti, che dovrebbero essere i mediatori fra le idee e gli interessi degli elettori, sono sempre più “partiti personali”: sono incentrati sulla figura del leader che è, in prima istanza, il catalizzatore dei voti dei cittadini. Si vota prima di tutto per Salvini, Di Maio, Zingaretti, e poi per i rispettivi partiti o movimenti.

In seconda istanza, il leader comunica con i suoi elettori, anche solo potenziali, in tempo reale (attraverso i social o in tv) e ne calibra, servendosi delle più varie tecniche demoscopiche, l’umore o la reazione ad ogni sua affermazione o atto pubblico. In terzo e definitivo luogo, l’elettore in genere non sente più come forte l’appartenenza a un’area ideale e i suoi umori e voti fluttuano con una rapidità in altri tempi inimmaginabile. Ne consegue che gli stessi leader devono tener conto di questa fluidità, cercando di non logorare la propria immagine.

Tutte le partite decisive, soprattutto in virtù dello sviluppo delle tecniche di comunicazione e marketing, non potranno per forza giocarsi più in Parlamento. Ora, uno può pensare che ciò sia un male evitabile e da contrastare e che le forze antiparlamentari siano i “fascisti” di un tempo che hanno semplicemente vestito nuovi panni (vi ricordate il Mussolini che dichiarava che avrebbe potuto svuotare quell’“aula sorda e grigia” che era il Parlamento dell’Italia liberale?).

Magari le cose fossero così semplici. Ora, si potrà anche pensare a strumentalizzare per fini politici la crisi del Parlamento, o pensare che essa sia risolvibile scacciando semplicemente i mercanti dal tempio. Il rischio grosso, anzi per me la certezza, è che in questo modo non si arrivi al punto ultimo: che soprattutto non si capisca ciò che sta avvenendo, cioè la “realtà effettuale” delle cose. E che di conseguenza, proprio per mancanza di realismo politico, non si proceda a lavorare a quello che dovrebbe essere il vero obiettivo di tutti: trovare nuove forme, adeguate ai nostri tempi, per corrispondere a quelle irrinunciabili esigenze di libertà a cui un tempo corrispondevano, in maniera tutto sommato egregia, il Parlamento e le altre istituzioni della democrazia rappresentativa e liberal-costituzionale.

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