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Perché è abbastanza sinistro il nuovo statuto dei 5 Stelle

Programma Gualtieri

Il nuovo statuto del Movimento 5 Stelle analizzato da Gianfranco Polillo

 

C’é voluta la pazienza di Giobbe, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Quelle 40 pagine scritte fitte fitte, che immortalano il nuovo Statuto dei 5 Stelle non sono state una lettura né semplice né edificante. Si é trattato di sorbirsi quasi sedicimila parole e mettere in fila oltre 90 mila caratteri per venirne a capo. Ma più che il peso del manoscritto, la fatica é stata quella di superare il senso di noia che traspare da un bizantinismo, che spinge a chiudere la partita ancor prima di cimentarsi con i relativi contenuti.

É stato come assistere ad una delle tante conferenze a reti unificate di Giuseppe Conte, nell’epoca del suo massimo splendore. Stesso periodare nel susseguirsi di luoghi comuni, conditi questa volta da quel giuridichese che un documento del genere, comunque richiedeva. Comprendiamo perché, alla fine, Beppe Grillo sia stato costretto ad abbandonare la partita. All’invettiva si può rispondere, allo scontro mostrare i muscoli, ma quando le dosi di tranquillante diventano eccessive ed avvolgenti, si cede per stanchezza. Tanto più se si percepisce, com’é avvenuto, che una parte consistente dei vecchi “portavoce”, di fronte alle lusinghe di poter beneficiare di un terzo mandato, sono passati con la concorrenza.

L’impronta del nuovo Statuto, che all’articolo 2 ingloba la Carta dei principi e dei valori, é marcatamente di sinistra. Il che pone fine all’ambiguità di chi teorizzava il primato dell’empirismo. La trasversalità di un movimento capace di occupare tutto lo spettro parlamentare. E quindi in grado di formare due governi agli antipodi: prima con Matteo Salvini, poi con Nicola Zingaretti. Con in testa, inquilino permanente di Palazzo Chigi, lo stesso Giuseppe Conte. Se come si sussurra, nei nuovi equilibri interni, Luigi Di Maio continuerà ad avere un ruolo, sempre più rilevante, quella caratterizzazione potrebbe dimostrarsi un intralcio non di poco conto.

Perché di sinistra? Ma perché la Carta dei valori é l’apoteosi dei diritti. Il rivendicare posti a cena senza minimamente curarsi di chi, alla fine, dovrà pagare il conto. É la celebrazione del “regno della libertà” di cui parlava Carlo Marx duecento anni fa, quando immaginava la nascita di una società storicamente superiore, dove la distinzione tra le classi non aveva più senso. A causa di uno sviluppo delle forze produttive (compito storico del capitalismo) che rendeva non più necessario lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ci arriveremo: forse. Ma al momento, checché ne dica Domenico De Masi, il capitalismo non é ancora giunto al suo stadio terminale.

Bisogna tuttavia riconoscere a Giuseppe Conte una certa coerenza. La Carta dei valori legittima la posizione assunta, ancora recentemente, sul salario di cittadinanza. Il suo altolà nei confronti di chi, come Matteo Renzi e Matteo Salvini, vorrebbero una drastica potatura. Nel suo colloquio con Mario Draghi avrebbe dichiarato tutta l’indisponibilità del Movimento verso modifiche sostanziali. Al più qualche piccolo ritocco. In questo accampando la necessità di tener conto di quanto accade negli altri Paesi europei. Piccola mistificazione. Altrove l’importo del sussidio contro la povertà — perché di questo si tratta e non di avvio al lavoro — non ha un importo così elevato da scoraggiare la ricerca di una qualsiasi alternativa.

Ebbene nella Carta dei valori la logica del salario di cittadinanza é estesa a tutti gli ambiti dell’economia e del sociale: beni comuni, ecologia integrale, giustizia sociale, innovazione tecnologica e economia eco-sociale di mercato. Temi che dovrebbero, almeno così sembra, sposarsi con le cinque stelle del simbolo, che ancora rimangono. Una linea di continuità con il passato. Poi la nuova declaratoria: rispetto della persona, pace, democrazia, politica come servizio, etica pubblica, rispetto della legalità, trasparenza e semplificazione, cittadinanza attiva, diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, impresa responsabile, principio di sussidiarietà e cura delle parole.

Significativi certi passaggi. La vecchia idea della democrazia diretta, da contrapporre a quella parlamentare, cede il passo alla soavità di un semplice anelito: “Il rapporto tra cittadini e i propri rappresentanti deve essere costantemente alimentato. – testuale nel documento – È alla base del buon funzionamento della nostra società. In questa prospettiva si inseriscono interventi diretti a migliorare la qualità del sistema rappresentativo, ma anche a rafforzare gli istituti di democrazia partecipativa, attraverso i quali i cittadini sono direttamente coinvolti nell’assunzione delle decisioni di interesse collettivo”. La rottura con il pensiero di Gianroberto Casaleggio si avverte, così, in tutta la sua pienezza.

Ma dove lo scarto é impressionante é quando dalla leggerezza della difesa di ogni possibile diritto, si passa alla pesantezza dell’organizzazione. Allora cessa ogni indulgenza per tratteggiare una forma che somiglia da vicino alla vecchia organizzazione del Partito Socialista Unificato di Germania, di Berlino est. Quello, tanto per capirci, che fu diretto per vent’anni ciascuno da Walter Ulbricht prima e da Erich Honecker poi. Massima la centralizzazione del comando nelle mani del Presidente. “Unico titolare e responsabile della determinazione e dell’attuazione dell’indirizzo politico”. “Rappresentante politico del MoVimento 5 Stelle in tutte le sedi e situazioni, formali e informali”. “Dirige e coordina la comunicazione delle attività del MoVimento” e degli eletti”, “della Scuola di Formazione e delle correlate iniziative e produzioni editoriali e pubblicitarie, attraverso qualunque mezzo e con qualunque supporto, anche multimediale”. Ha la responsabilità di coordinare e di assicurare la uniformità della comunicazione del MoVimento 5 Stelle ed esercita questa sua responsabilità su tutte le articolazioni rappresentative del MoVimento”. Grazie, viene subito in mente, all’azione monumentale di Rocco Casalino.

Quindi la panoplia delle attribuzioni in parte civilistiche, in parte rispondenti alla logica termidoriana del dopo Grillo. Rappresentanza legale di fronte a terzi ed in giudizio; direzione dei rapporti con altre forze politiche o movimenti politici; piena responsabilità dell’utilizzo del simbolo del MoVimento 5 Stelle, anche per tutte le attività collegate alle tornate elettorali; presidenza del Consiglio Nazionale del quale è componente di diritto; dirigente e coordinatore del Comitato per la prossimità territoriale; del Comitato per la formazione e l’aggiornamento; responsabile della determinazione della quota delle risorse eventualmente da destinarsi ai Gruppi territoriali finalizzati a progetti e iniziative; titolare del del diritto di designare il Presidente della Scuola di Formazione del MoVimento 5 Stelle.

Tralasciando di prendere in considerazione gli altri poteri impliciti, é bene ricordare le altre prerogative del Presidente. Propone agli organi competenti i Regolamenti previsti dallo stesso Statuto; decide “l’assunzione del personale dell’Associazione ed il conferimento di incarichi, anche professionali, a terzi; per incarichi ad uno stesso soggetto il cui valore complessivo superi i 100 mila euro, una tantum o annuali, è necessario acquisire il parere favorevole del Comitato di Garanzia”. Ha ovviamente tutti i poteri di ordinari amministrazione, mentre per quelli straordinari é richiesto “il consenso e/o alla ratifica da parte del Comitato di Garanzia”. “Può designare Coordinatori a livello territoriale (regionale, provinciale, comunale) ai quali delegare specifiche funzioni attribuite al Presidente dal presente Statuto”.

Qui conviene fermarsi un attimo. É il teorema di un investitura che dall’alto si irradia verso il basso. É il top down del linguaggio anglosassone, contro il bottom up (dal basso verso l’alto) che é stata caratteristica di un Movimento cresciuto nelle pieghe della società civile e solo dopo emerso d’incanto nel panorama politico italiano. Lo statuto certifica la fine dei mitici meetup che “sono disciolti, a far tempo dall’approvazione del presente Statuto” così come “i gruppi locali e le formazioni territoriali auto-costituiti nel tempo o comunque di fatto già operanti.” E sostituiti dai più burocratici “gruppi territoriali”, i cui dirigenti sono scelti con cura dal Presidente.

C’é solo da aggiungere che “eventuali alleanze politiche locali con partiti o movimenti politici devono essere preventivamente autorizzate dal Presidente;” e quindi “approvate dall’assemblea territorialmente competente, in conformità ad apposito Regolamento approvato dal Comitato di Garanzia”. E così il cerchio si chiude. Per capire la differenza di peso tra il Presidente ed il Garante, si consideri che a quest’ultimo lo Statuto dedica appena un quarto dello spazio normativo riservato al Presidente: dominus assoluto della nuova formazione politica. Unica cosa in cui Conte ha dovuto cedere é stata la durata dell’incarico. Mentre il Presidente resta tale per quattro anni e può essere rieletto solo una volta, il Garante lo é a “tempo indeterminato”, a meno che non sia revocato, seguendo una particolare procedura.

Al di degli aspetti tecnici descritti in precedenza, ciò che impressiona è la svolta di 360 gradi. All’imprevedibilità di Beppe Grillo, in grado di mettere la sua capacità istrionica non solo al servizio dello spettacolo, ma della politica, si sostituisce la pochette del burocrate. Uno Statuto costruito con il bilancino del farmacista: teso a potenziare al massimo il potere di vertice, evitando accuratamente possibili interferenze di natura democratica. Che la lettura del documento fosse destinata a produrre più di un malumore era quindi più che probabile.

Sul web, in vista delle votazioni del 2 e 3 agosto, circola un documento dal titolo significativo: “io dico no”. É l’invito a non consentire la mutazione genetica del vecchio movimento. Le accuse collimano in larga misura con i rilievi critici, avanzati in precedenza. Con alcune aggiunte. Si considera infatti illegittima la stessa votazione dal momento che “gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione MoVimento 5 Stelle deve organizzare le modalità di gestione delle votazioni sono quelli della ‘Piattaforma Rousseau'”.

Il documento punta, poi, il dito contro la “struttura verticistica” del M5S disegnata dal nuovo statuto, affermando che agli iscritti “è impedito” il diritto di candidarsi alla guida del Movimento: “L’unico candidato alla corsa per la guida è infatti imposto dal Garante e gli iscritti possono esclusivamente ratificare una decisione unipersonale senza poter esercitare il legittimo diritto di scegliere i propri rappresentanti”. Sotto accusa anche i poteri “pressoché assoluti” di Conte, dal momento che il futuro presidente del M5S “potrà decidere in autonomia la maggior parte delle scelte previste da statuto”.

Aggiungono i ribelli che nel “Neo M5S vengono abolite le libere candidature dal basso e viene creata una struttura di nominati da un nominato”; “non ci sono strumenti di recall per gli iscritti”, in “totale contrasto” con quanto deciso agli Stati Generali; il potere di garanzia viene “messo all’angolo” da quello esecutivo: il nuovo statuto di Conte “lega le mani” al garante Beppe Grillo, che “risulterà essere una figura assolutamente ridimensionata e senza quasi poteri di intervento”. Allo spontaneismo ed alla ricchezza iniziale ch’era propria del bel tempo andato, si sostituisce una struttura “costosissima e burocratizzata”. “La scelta di creare tanti comitati inutili, ridondanti e con competenza per certi aspetti anche sovrapponibili, creerà una burocrazia interna rigida, anacronistica e cavillosa che renderà lente e paludose le azioni del MoVimento”. Senza contare che i vari Comitati nominati da Conte “potrebbero diventare il luogo per tutti gli ex eletti alla ricerca di incarichi e posizioni lavorative che il presidente potrà attribuire in modo esclusivo”.

Dolorosa é infine la soppressione dei meetup e dei gruppi di attivisti, che furono le forme originali di un’organizzazione politica, che nasceva in modo spontaneo e si arricchiva dei contenuti della protesta sociale. Per essere sostituiti da strutture burocratiche destinate a rispondere a logiche di potere personale, specie nel momento in cui il limite dei due mandati per l’esercizio delle cariche elettive cade nel dimenticatoio. É il canto del cigno di coloro che avevano creduto di poter aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. E che ora sono costretti a prendere atto di una normalizzazione che, come spesso capita, sposta il pendolo della storia ben al di là del suo originario punto di partenza.

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