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Vi spiego perché Draghi non è popolare in Parlamento per il Colle

Draghi

Draghi, il linguaggio e la psicopolitica. Il corsivo di Teo Dalavecuras

 

Il Giornale della famiglia Berlusconi ha preso atto, non senza visibile compiacimento, del “logoramento” di Mario Draghi nella corsa al colle fatale, quello del Quirinale. Paolo Mieli, con la sua indiscutibile autorità, ha certificato stamani a Radio24, sia pur nel consueto tono divertito, che ormai nessuno nei media e nel mondo della politica finge di nutrire sentimenti anche solo lontanamente simili alla simpatia per l’attuale presidente del Consiglio.

Una volta di più, l’elezione del Presidente della Repubblica italiana è il momento della verità della vita pubblica italiana. Diciamo che la finzione per cui solo pochi irriducibili antipatizzanti come Marco Travaglio tolleravano con fastidio la presenza di Draghi a Palazzo Chigi si è dissolta e, d’altra parte, almeno in questo il direttore del Fatto Quotidiano legittimamente rivendica l’eredità di Indro Montanelli: nel fiutare l’aria che tira e raccontarla un poco prima degli altri, riuscendo così a costruirsi, con modesta spesa, la fama di bastian contrario.

Di questo voltafaccia, solo apparentemente improvviso, ci saranno sicuramente spiegazioni nelle pieghe tenebrose della politica politicante, spiegazioni che non provo nemmeno a immaginare: sarebbe pura velleità. Resto fermo all’immagine offerta da Matteo Renzi, uno che la sa lunga, della partenza del Palio di Siena, affascinante proprio per la totale assenza di regole comprensibili per chi non partecipa ma si limita a guardare lo spettacolo.

A parte i motivi “seri”, cioè legati alla lotta per il potere, del voltafaccia, che occupano le legioni di esperti che stanno seguendo questa particolare italianissima guerra di successione, mi permetto di avanzare un’ipotesi di spiegazione che potrebbe anche essere considerata frivola. Il motivo principale per cui Draghi non ha mai conquistato nel suo recente ruolo politico una popolarità nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un Giuseppe Conte (lasciamo stare i sondaggi di opinione che valgono come i soldi del Monopoli, tantissimo ma solo per i giocatori seduti al tavolo) è perché nella comunicazione pubblica l’attuale presidente del Consiglio usa un linguaggio piano e comprensibile per chiunque. Nell’ultima conferenza stampa, per esempio, disse chiaro e tondo che la scelta di tenere aperte le scuole era una “scelta politica” del Governo, senza nascondersi dietro argomentazioni contorte.

Quello di Draghi è un modo di esprimersi non giusto o sbagliato, opportuno o inopportuno, ma semplicemente vietato. Nel discorso pubblico italiano è consentito tutto, dal turpiloquio sistematico di Grillo al “parlare difficile” del suo amico Conte; dal discorso finto popolare di Salvini ai fervorini da venditore di Berlusconi; dalle parole da vicino di casa di Papa Francesco ai ragionamenti esoterici di Bettini fino alle allusioni vagamente minatorie di D’Alema. Qualsiasi cosa pur di non usare l’evangelico “sì sì no no”. Solo in questo modo, in effetti, si può poi lasciare il lavorio interpretativo agli addetti ai lavori, ci si può impunemente contraddire e soprattutto evitare il pericolo maggiore: che chiunque, nel popolo, provi a farsi un’idea di quanto sta accadendo. Il nostro è pur sempre il paese degli intermediari: tra gli uomini e Dio, tra il Palazzo e il popolo, tra i servi e i padroni, tra i fatti e le notizie. Ovvio che trasgredire un divieto così pervasivo, come ha fatto Draghi, sia intollerabile, e giustifica pienamente chi gli ha dato, in questi giorni, dell’arrogante.

È lecito chiedersi, però, come mai il nostro premier abbia potuto incorrere in un così imperdonabile errore, non è pensabile che un uomo con il suo curriculum ignorasse una delle regole fondamentali della vita pubblica italiana. Provo a fare un’ipotesi: forse Mario Draghi è affetto da un disturbo ancora più grave della mania di esprimersi in modo comprensibile: dà significato a quella cosa — obiettivamente impronunciabile per chiunque nutra ambizioni di potere in Italia — che si chiama “dignità personale”.  Beh, se qualcuno in questo Paese ha accettato di aprire la porta di Palazzo Chigi a un uomo che tiene alla propria dignità personale, vuol dire che un anno fa la nostra situazione era realmente disperata, e potrebbe voler dire che oggi lo sia meno. Speriamo…

 

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