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Perché Conte gigioneggia sulla matematica?

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Le frasi sorprendenti del premier Conte sulla matematica analizzate da Filippo Onoranti

“Non ho mai aperto un libro di matematica”. Così gigioneggia il Primo Ministro italiano, intervistato da un noto sito di appunti scolastici. Purtroppo questo scivolone non è sfuggito alle cronache e da qualche giorno rimbalza sul web. Una di quelle faccende per cui sarebbe opportuno appellarsi al diritto all’oblio.

Viviamo la più drammatica crisi culturale dall’unità d’Italia. I nostri studenti sono ultimi in Europa per la comprensione di un testo scritto; drammatiche le loro competenze linguistiche (di nuovo ultimi in Europa) e matematiche (il 75% in meno rispetto agli altri stati dell’Unione). Nonostante l’obbrobrio del “3 + 2” – fallimentare in particolare per l’acquisizione di competenze scientifiche – siamo pure tra i fanalini di coda quanto a numero di laureati. La ciliegina sulla torta: la fuga di cervelli, che dopo essere stati allevati con fondi erariali, si trovano nell’impossibilità di restituire quanto ricevuto e sono costretti – spesso loro malgrado – ad abbandonare il Paese ed accettare i ponti d’oro che vengono offerti all’estero.

E il Premier decide bene di riderci sopra, facendo da capopolo ammiccante alla già nutrita pletora di analfabeti funzionali. Certo, per andare a caccia di consensi giocare la carta della finta umiltà è più facile e – sul breve periodo – anche più premiante. Un altro modo per definire questa ostentata attenzione per il breve periodo è: miopia.

Da chi si definisce “avvocato del popolo” e con analoghi epiteti autocelebrativi, non solo ci si aspetta, ma si potrebbe pretendere, un minimo di incoraggiamento per le future generazioni. Tanto per essere polemici, si tratta delle stesse persone delle quali si sta ipotecando il futuro con debiti di cui, in effetti, solo un analfabeta matematico potrebbe non cogliere la gravità e i rischi. Scritto nero su bianco nella Nadef aumenteremo il deficit dello 0.8% per incrementare la crescita dello 0.2%. Pensare male è peccato… ma con una politica economica così “creativa” forse conviene che l’elettorato ignori anche i più minimi rudimenti di calcolo e di statistica; in questo modo PIL, spread e tassi, diventano solo altre parole vuote da infilare qua e là tra un tweet e uno slogan, senza curarsi troppo di come vengono usati.

I simboli non mi piacciono perché si prestano a fraintendimenti e strumentalizzazioni, ma talvolta un buon esempio – senza tante pretese – sarebbe un’opportunità da cogliere invece di buttarla alle ortiche. Chissà cosa spaventa nel dire “forza ragazzi, studiate che il Paese conta su di voi”, “ricordatevi che la scuola è fondamentale”; neppure gli studenti meno appassionati penso si sarebbero sentiti offesi. Invece la cultura diventa sempre più spesso una barzelletta; i professoroni, dei nerd da bullizzare (un vizio salviniano che Conte non eredita nei modi ma al quale non si oppone) e il titolo di studio da sfoggiare con orgoglio è la licenza di terza media di qualche ministro.

La cosa che indigna (spero) non è solo l’autogol, ma la sua assoluta gratuità. Denuncia il fatto che non solo i nostri vertici mancano delle più elementari prospettive, ma che danno per scontato anche l’intergenerazionalità del dramma culturale e si muovono come se fosse insolvibile. Che altra ragione avrebbero per cavalcarlo costantemente?

Per fortuna tutto questo non avrà gravi effetti sulle nostre vite, e ci penserà il taglio dei parlamentari a sanare le casse dello stato!

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