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Perché Conte deve temere i grilli di Renzi. I Graffi di Damato

di

Conte

Il notista politico Francesco Damato vede un premier Conte un po’ nervosetto. Sarà colpa dell’attivismo di Renzi?

 

Qualcosa sta forse cambiando nelle viscere grilline nei riguardi del presidente del Consiglio, pur così fortemente voluto ancora da Beppe Grillo in persona durante la crisi agostana di governo, tanto da farlo ingoiare al Pd mossosi invece all’inizio con la richiesta di un forte e chiaro segnale di “discontinuità” a Palazzo Chigi. Qualcosa, dicevo, sta cambiando nelle viscere grilline se sulla prima pagina di un giornale non certo neutrale come Il Fatto Quotidiano hanno dedicato a Giuseppe Conte una caricatura che lo mette in concorrenza con Matteo Renzi. Che è un personaggio non molto popolare nella redazione e fra i lettori del giornale diretto da Marco Travaglio. Gli stanno ancora facendo i conti – tanto per farsene un’idea – su quanto sia costato alle malferme casse dello Stato il presunto o reale capriccio di quell’aereo presidenziale rimasto più a terra che per aria.

Se Renzi, stanco di subire il cosiddetto fuoco amico, è appena uscito dal Pd e fondato Italia Viva per condizionare di più, e in proprio, il governo giallorosso nato proprio da una sua improvvisa svolta nei rapporti con i grillini, dopo una massa industriale di pop-corn consumati all’opposizione e imposti ai compagni all’indomani della sconfitta elettorale del 4 marzo dell’anno corso, il vignettista Riccardo Mannelli sul Fatto Quotidiano, appunto, ha immaginato Conte a capo di un partito chiamato Italia vivacchia. Che è una versione forse aggiornata della risposta che la buonanima di Giulio Andreotti diede agli inizi degli anni Novanta all’amico e presidente della Dc Ciriaco De Mita, convinto che egli stesse tirando a campare e non governando:“Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

Non deve essere piaciuto, dalle parti del giornale di Travaglio molto seguito sotto le cinque stelle, non a caso scelto da Beppe Grillo quando decide di uscire fuori dai confini del suo blog personale per mandare in altro modo i messaggi al suo pubblico con articoli al peperoncino, diciamo così, il modo in cui Giuseppe Conte ha ceduto all’offensiva del nuovo partito di Renzi contro l’aumento pur “selettivo” dell’Iva in cantiere nel ministero dell’Economia guidato dal piddino Roberto Gualtieri.

Va bene che Renzi ha condotto il blitz d’assaggio della potenza di fuoco del suo partito trovandosi subito affiancato dal capo formale, ancòra, del movimento grillino Luigi Di Maio, ma al Fatto – che ogni tanto sfotte con le vignette anche il nuovo ministro degli Esteri, come fa del resto lo stesso Grillo quando ne ha voglia – avrebbero preferito una resistenza di Conte più lunga e convinta, un cedimento meno repentino a quella che curiosamente Travaglio ha definito “salvinite”, cioè il male di temere troppo Matteo Salvini, anche ora che è tornato all’opposizione, poco importa se da solo, con un’autorete, o cacciatovi con una certa abilità dai nemici. E’ infatti per paura dichiarata di Salvini, per non offrirgli cioè un argomento di lotta, che Renzi, “l’altro Matteo”, e Di Maio hanno reclamato e ottenuto quella che Conte ha definito “la sterilizzazione” dell’Iva.

Che il presidente del Consiglio, del resto, con lo zampino o non del Fatto, sia diventato un po’ troppo nervoso in questi giorni, premuto tra spinte e controspinte della sua variegata, forse troppo variegata squadra e maggioranza di governo, si è visto a Palazzo Chigi quando si è messo a polemizzare persino con le “Jene” televisive che hanno improvvisato una protesta, tutto sommato divertente ed anche efficace, contro l’ospite segretario di Stato americano Mike Pompeo. Al quale, decisamente più spiritoso del padrone di casa perché vi ha riso sopra, è stata offerta una piccola confezione di grana padano per protesta contro i pesanti dazi con i quali il presidente degli Stati Uniti vorrebbe praticamente toglierlo via dal mercato a stelle e strisce.

“Non si difende così il made in Italy”, ha pontificato Conte rivendicando le sue prerogative di premier mentre il personale di Palazzo Chigi strattonava e allontanava la povera “jena” Alice Martinelli, che rivendicava il merito di avere difeso gli interessi nazionali meglio del presidente del Consiglio, “col cuore” più che con “la diplomazia” dettata evidentemente dal riguardo verso chi, da oltre Oceano, lo chiama per none, pur storpiandoglielo con quel “Giuseppi”.

Altre grane – non da grana padano – stanno comunque per arrivare su Conte e sulla sua maggioranza giallorossa sul terreno scivoloso della giustizia, dopo che Renzi, sempre lui, ha avvertito, fra l’altro, che la prescrizione non potrà essere bloccata dal 1° gennaio prossimo con la sentenza di primo grado se non si procederà in tempo a riformare davvero il processo penale garantendone tempi brevi e certi.

“Del garantismo di Renzi mi fido”, ha annunciato dalla sponda di Forza Italia l’ex capogruppo e poi anche ex presidente del Senato Renato Schifani. Brutto annuncio, credo, alle orecchie di Conte, del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, rimasto fermo al suo posto nel cambio di governo e di maggioranza, e naturalmente del già citato Fatto Quotidiano. Dove vivono la prescrizione come una maledizione, specie quando a usufruirne sono i nemici, berlusconiani e non, perché qualche volta essa ha fatto comodo anche al suo direttore, alle prese come tutti i colleghi con le cause da mestiere, diciamo così.

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